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California tra letteratura e coronavirus: intervista a John Freeman

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo. Photo by davide ragusa on Unsplash

«In California il futuro è arrivato in anticipo», scrive William Vollmann. Dalle migrazioni al cambiamento climatico lo Stato nordamericano incarna tutte le principali sfide del nostro tempo. Ora inevitabilmente il nuovo fronte si chiama coronavirus.

Il governatore della California, Gavin Newsom, ha ordinato ai circa quaranta milioni di abitanti di stare a casa per contrastare la rapida diffusione dell’epidemia. È utile ricordare come la sola California costituisca la quinta economia del mondo.

Che cosa rappresenta e come evolve lo Stato che ha plasmato il sogno americano? A queste domande risponde l’interessante rivista Freeman’s California (Black Coffee, 231 pagine, 14 euro), che intorno al poeta e critico John Freeman, già direttore di Granta, tesse un mosaico con alcune delle voci più importanti del panorama letterario americano. Vollmann, Tommy Orange, Rachel Kushner, Elaine Castillo, Jennifer Egan, Geoff Dyer insieme ad altri autori restituiscono la bellezza e complessità californiana tramite racconti, saggi, articoli e poesie.

Freeman, qual è stata la reazione negli Stati Uniti alla dichiarazione dell’emergenza nazionale legata al coronavirus?

«Rabbia, frustrazione e qualche cenno di sollievo. Per varie settimane l’amministrazione Trump, come d’altra parte è avvenuto in altri paesi, ha cercato di circoscrivere e minimizzare la questione, perché non ci avrebbe dovuto colpire o eventualmente solo gli anziani. Si è creato anche uno scontro tra i governatori, per esempio di Washington o New York, e il governo federale. Il ritardo con cui è arrivata la dichiarazione di emergenza ha destato molta irritazione. Ci sono poche possibilità di testare la positività al virus. Io stesso sto curando in isolamento la sintomatologia, ma è difficile poter accedere ai test. L’unica indicazione chiara è di non andare incautamente negli ospedali».

In che modo si sta attrezzando l’editoria nordamericana per fronteggiare la crisi?

«La maggioranza delle persone ormai lavorano da casa. Le librerie tentano di mantenere il servizio spedendo o consegnando porta a porta i libri, ma credo che si arrivi presto all’interruzione di qualsiasi attività. E sarà un colpo durissimo. Gli editori si stanno concentrando sul tentativo di immaginare come tenere aperti i propri magazzini e gli stampatori vivono la medesima situazione. È impossibile determinare la durata dell’isolamento sociale e della quarantena, e dunque quanto profonda sarà la crisi del settore editoriale».

Quali pensa possano essere i riflessi della pandemia sulle istituzioni democratiche e in particolare sulle elezioni americane?

«Non mi sorprenderebbe se i Repubblicani chiedessero uno slittamento del voto, seppure la possibilità non rientri tra le prerogative presidenziali. Penso ci vorrà del tempo per comprendere l’evoluzione della situazione e valutare le scelte per rendere più semplice il voto, evitando di assumere i rischi della condizione che viviamo. Paghiamo le tasse online, perché non potremmo votare così? Potrebbe essere la volta che ciò accade».

Si ipotizza una connessione tra l’inquinamento atmosferico e la velocità di diffusione del virus. Che cosa significa il cambiamento climatico per la California?

«Ormai si tratta di lottare per mantenere la stessa viabilità di alcune città. La stagione degli incendi minaccia ogni giorno dell’anno Los Angeles e San Francisco. Non è più solo un’opzione eventuale trovare fonti energetiche rinnovabili per contrastare l’inquinamento, adottare un diverso stile di vita, nuove telecomunicazioni e investire in business sostenibili. Tutto ciò è ineluttabile affinché la California sopravviva».

Il caldo feroce e gli incendi sembrano aver già ridefinito la percezione della quotidianità e del senso di normalità. Qual è il segno più profondo che lasciano?

«L’angoscia e il dolore per le persone che hanno perso le proprie case e le persone amate. Ha creato un clima di paura costante, perché non puoi mai credere veramente che lo Stato sia al sicuro. È la stessa sensazione che produce il nuovo virus. Ciò conferisce al tempo e agli aspetti spettacolari della vita californiana un senso di irrealtà che è lievemente decadente e strano».

Ci aiuta a descrivere il divario tra ciò che rappresenta nell’immaginario e ciò che è la California?

«Per molto tempo è stata considerata l’ultima spiaggia dei sogni più audaci. È per questo che la mia famiglia ci è tornata nel 1984. Al di là del sogno però in California ci sono anche le case con persone vere. La distanza tra l’immaginario e la realtà è una lacerazione con la quale i californiani si scontrano quotidianamente. Si scontrano con il sogno di una vita che già esiste. La realtà supera di gran lunga gli stereotipi. Il 50% della popolazione parla fluentemente lo spagnolo. La forte crescita demografica è multietnica, e la letteratura riflette questa evoluzione. Il mescolamento delle culture in California è vivido, eccitante e inatteso».

Qual è il rapporto tra immigrazione e letteratura?

«In California vive la metà degli immigrati della nazione. Ciò significa che la nostra cultura è immersa nei suoni e nelle storie che provengono da altrove. La letteratura in California è stata costruita con un senso profondo di freschezza e desiderio. Essere uno Stato di migranti comporta che ci siano molte storie da raccontare: dal viaggio dalla terra d’origine alla nuova vita, alla lingua in cui reinventarsi. Nei primi cent’anni della storia californiana queste non erano visibili. Dagli anni Settanta c’è stata un’esplosione della letteratura di autori migranti, che sono le novità più rilevanti dell’attuale panorama letterario nordamericano dagli ispanici agli scrittori di origine asiatica. Penso al giovane poeta Javier Zamora che da bambino all’età di otto anni ha attraversato le strade d’America. È magnifico immaginare come insieme alle nuove comunità siano cresciuti importanti narratori».

Tommy Orange è fra gli autori più interessanti presenti nella rivista. Il suo sguardo decolonizzato di nativo americano come ribalta la logica dell’assimilazione?

«Prima del contatto con gli europei, esistevano decine di popoli indigeni nei territori della California che parlavano oltre cento lingue. E tante di esse sono ancora parlate, molte popolazioni vivono lì e non nelle riserve. Questo è stato il punto di forza dell’esordio letterario di Orange, There, There, che ritrae l’esistenza dei nativi nelle città e nei grossi agglomerati urbani. Ovviamente c’è sempre il rischio della cancellazione o della omologazione culturale. Nel racconto di Orange il protagonista si confronta con questa idea nella maniera più dura e diretta: contempla il suicidio».

In queste ore c’è chi ha avvicinato l’attuale pandemia all’AIDS. Il testo di Alameddine ci ricorda i suoi effetti tragici. Ha modificato la nostra concezione della morte?

«Penso sussistano alcune similitudini, perché ha reso in ognuno di noi imminente il pericolo della morte. Lo avvertiamo o conosciamo qualcuno che è in pericolo. C’è però una differenza sostanziale. Per molti anni, almeno in America, l’AIDS non è stata affrontata in modo serio innanzitutto dalle istituzioni. Nonostante l’emergenza sociale, non esisteva alcun test per determinare la positività. La ricerca e il suo finanziamento sono stati ostacolati. Ora la reazione soprattutto medica è stata immediata. Alla trasmissione, in parte sessuale, dell’HIV si accompagnava nell’intimo la vergogna che ha ucciso: solo in America ne sono morte 658.000 persone. Alameddine si è preso cura fino all’agonia di amici aggrediti brutalmente dalla malattia. Ha potuto sedere al loro capezzale, perché il contagio non è trasmissibile con contatti casuali. L’impossibilità di essere vicini ai propri cari nel momento del bisogno è la cosa più straziante del coronavirus, e le vittime scompaiono nell’ombra».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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