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California, il nuovo numero della rivista di John Freeman

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“[…] Era anche un tempo in cui le stelle erano tornate di moda / senza che se ne conoscessero il nome o le proprietà fisiche, / ma le si usava per i vaticini o anche solo per diagnosticare / i tratti di personalità. Molti si rivolgevano alle stelle sentendosi abbandonati […]”

La California, la terra del nostro sognare, ma del sognare di tutti. Desiderata meta di viaggio territoriale e interiore. La California dello spazio, degli alberi, dei tramonti, della visione. I giorni che spostano sempre il futuro più in là. Tutte quelle strade di Los Angeles, tutte le salite di San Francisco. La California della musica, degli hippie, del cinema, di Joan Didion. La California, la trasposizione reale di tutti i posti dove non siamo stati. La California del sole sempre, degli immigrati, del confine col Messico, della baracche fatiscenti, dell’Oceano, di chi parte e chi resta, la California di chi l’attraversa, delle sequoie e degli incendi. La California frontiera dei cambiamenti. È una terra complessa, nucleo centrale dei mutamenti climatici, dei flussi migratori, delle questioni sociali e politiche. Da questa complessità è partito John Freeman per costruire il nuovo numero della rivista Freeman’s California (ed. Black Coffee, 2020) che al suo interno ospita molti autori geniali, narratori e poeti, che si sono misurati  – con reportage, racconti lunghi o brevi, poesie stupefacenti – all’interno di questo mondo pieno di sfumature, frammenti  di tempo e spazio, di attraversamenti di persone e delle loro storie. Da William T. Vollman a Rachel Kushner, da Natalie Diaz a Geoff Dyer da Javier Zamora a Frank Bidart, da Jennifer Egan a Elaine Castillo, solo per fare alcuni nomi di un numero di rivista che è un vero gioiello letterario, un libro sui nostri tempi.

Il racconto di Natalie Diaz, una poeta che mi piace molto – scoperta recentemente, sempre grazie a John Freeman, nel volume che ha curato insieme a Damiano Abeni: Nuova poesia americana, Vol. 1, Black Coffee 2019 – si intitola Corpi a prova di gioco ed è stupendo. Diaz mette insieme due cose: il gioco del basket a livello agonistico e il nomadismo, le migrazioni, l’essere nativi e messicani e queer. Diaz usa il corpo e – descrivendo i movimenti che si ripetono sul campo da basket – racconta come si attacca e si conquista lo spazio anche sul territorio, come ci si sposta da un territorio all’altro,  si valica una frontiera. Il corpo avanza sempre verso il futuro. Per sopravvivere ogni tanto bisogna far saltare uno schema, fintare, improvvisare, saltare un recinto, affidarsi a qualcuno, andare a canestro.

Gli incendi tornano due volte, nel breve racconto iniziale di Jaime Cortez, efficacissimo, e nel reportage di Vollman, che dalle colline di Sacramento scrive dell’incendio Carr, il disastro chimico è fra noi. Vollman è come sempre, geniale, giornalista e narratore e visionario.

Tutti gli autori hanno avvertito, avvertono o proiettano in avanti una grande inquietudine; queste pagine sembrano mosse dal vento, non sanno stare ferme.

Uno così non l’avevo mai visto: il fiore / dalle molte corolle arancione. Papà mi aveva portato in auto allo Yosemite / il secondo mese che eravamo in questa nazione. / Lui non ne sapeva il nome. Io non ne sapevo il nome, / solo che mi piacevano tanto le corolle & che / mi ricordavano l’ibisco / oltre la finestra senza vetro che avevo lasciato mesi fa. / Non avevo ancora cominciato la scuola. C’erano molte cose che non sapevo, l’inglese / la più importante. Non avevo amici. / Giorni interi passati nell’appartamento / a confrontare divano con l’immagine, con il divano / nel salotto dei miei. Sui giornali, / prima, molto prima, prima che arrivassi in giugno: titoli / che non sapevo leggere. Non potevo capire. I genitori / condividevano una paura che non avevo mai conosciuto. Anche se / ho visto armi venendo fin quassù. Anche se / c’è stata una guerra; ancora non sapevo la strada per andare a scuola. / I nomi delle strade che mi avrebbero fatto vedere i fiori.

Questa bellissima poesia è di Javier Zamora, anche qui inquietudine, paura, che potenza e quanta tenerezza nelle poche parole: “Anche se c’è stata una guerra; ancora non sapevo la strada per andare a scuola.” . Oppure prendiamo la meravigliosa sensazione di tempo sospeso nei versi di Maggie Millner, che abbiamo inserito in apertura di recensione. Oppure la forza della poesia di Frank Bidart, un altro poeta che amo molto e che ho avuto la fortuna di conoscere e ascoltare a Roma, qualche anno fa.

“Quando avevo quattro anni e mezzo, mia madre mi lasciò in Messico con i miei fratelli più grandi per venire in California a ricongiungersi con mio padre, che se n’era andato due anni prima. Quando annunciò la sua partenza la prima cosa che le chiesi fu: «Quando tornerai?». «Tra non molto» rispose. Ma «tra non molto» divenne «mai», perché appena passò il confine per me non fu più la stessa madre. La bambina dentro di me sta ancora aspettando che la mamma torni a casa.”

È lo straordinario incipit di La California di mia madre di Reyna Grande, forse il mio racconto preferito nella rivista. Una storia dolente, fatta di mancanza e nostalgia, di sogni e di rinunce. Una madre che sopravvive con poco – che è comunque più del niente del Messico – e i figli che vorrebbero tirarla fuori dalle macerie dove credono che lei stia, e ci sta in effetti, ma poi a un certo punto c’è una macchina da presa e Reyna che riprende sua madre che su quelle macerie balla.

Poi la bravissima Elaine Castillo che non avevo mai letto, naturalmente Geoff Dyer che nel suo racconto piazza dentro anche Larkin. Un viaggio sentimentale e di convenienza tra il Giappone e la California, nel periodo post seconda guerra mondiale,  descritto con grande maestria – in forma epistolare – da Karen Tey Yamashita. E via via tutti gli altri, verrebbe voglia di dire due parole su ogni racconto, ma lasciamo spazio al lettore.

Una rivista davvero straordinaria. La letteratura americana è sempre in grande fermento, in particolare, in questi anni, in California, e John Freeman ce la porta in casa. Grazie a lui e ai numerosi traduttori di questo numero impariamo, ci agitiamo, ci sgomentiamo, ci divertiamo. Calfornia ci invita – lo fa con ognuno di questi scrittori bravissimi – a guardare verso il futuro, ci saranno sequoie e fiori colorati, miseria e disastri. Ma dobbiamo guardare, non abbiamo altra scelta.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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