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Divagazioni di un non cinéphile dopo la visione di “Non essere cattivo” di Caligari

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di Paolo Repetti

All’uscita del cinema mando un sms a Nicola Lagioia “Che bello Non essere cattivo! Ma perché è così bello? Baci, Rep” e lui “Non lo so manco io, ma è bello. Ciao Rep”. Mi fido di Nicola, lui sa tutto e sa anche quando è giusto fare un passo indietro e non sapere troppo.

Intanto la sala. Il Mignon, a Roma, è gremito; rimangono fuori una ventina di persone. E si capisce subito che quelli in sala non sono venuti per caso a passare due ore. Siamo tutti abbastanza informati. Parliamo di Caligari, della sua morte, di Mastandrea che ce l’ha messa tutta per finire il film. Insomma la parolina “culto” fa capolino tra i discorsi. Siamo lì per assistere a un film, certo, ma anche a un tipo di evento un po’ sacro, così raro al cinema, oggi. E infatti all’inizio cerco di ritrovare un’innocenza da spettatore qualsiasi, ma mentre scorrono le prime sequenze mi chiedo il motivo di tanta attesa, come se ogni inquadratura dovesse contenere l’epifania di un talento per tanto tempo trascurato e la cui rivelazione era riservata a una piccola cerchia di adepti.

Poi, finalmente, mi abbandono alle immagini, ma è una forma di abbandono brechtiana, vigile, perché questo film non vuole farmi dimenticare di me stesso. Chiede in punta di piedi una partecipazione critica, tachicardica, anche perché è un potentissimo generatore di immagini, ma non ha una vera storia. Non è fiction con i climax e gli anticlimax, non ambisce alla macchinetta narrativa dove tutto funziona e la mano degli sceneggiatori chiede l’approvazione. Qui la mano non si vede: o meglio è il risultato di un sublime nascondimento, quasi l’assoluta padronanza della materia – la conoscenza esatta, antropologica di quel reale – fosse di gran lunga sufficiente a creare una storia non-storia.

Ridotta a una scheda, la storia è quella del fortissimo legame tra due amici che si conoscono dall’infanzia. Sotto il sole grigio e ostinato di Ostia, tra baracche fatiscenti e interni di case tutte uguali, con la cucina-tinello e il tavolo da pranzo con la tovaglia a fiori plastificata, Vittorio e Cesare passano le giornate in una specie di ozio anfetaminico, tra piccoli colpi, spaccio di ecstasy e consumo di coca. I tossici, quelli veri, gli eroinomani, sono ormai ai margini, reietti, ombre residuali, inermi vestigia di un’epoca che non c’è più. Le donne sono le donne dei capi, sboccate e succubi, seguono il percorso dei maschi, ma un passo a lato. A meno che non siano madri o fidanzate cui affidare un’emancipazione ambigua, ricattatoria. Vittorio, tra i due, è quello che cerca di emendarsi dal tempo di un’infanzia infinita che comincia a gettare ombre lugubri sulla sua vita e rimane impigliato nel purgatorio dei manovali a cottimo. Ogni speranza di riscossa sembra negata.

La città, Roma, è lontana, assente, una metropoli che sembra separata da Ostia da un oceano. Il destino di Cesare pare invece segnato da un cromosoma guasto. È vitale, ribelle, bullo, ma i suoi sogni di riscatto sono solo l’altra faccia ghignante di una maschera votata alla tragedia. Una tragedia ludica, come ludico può essere il corteggiamento infantile della propria distruzione. Eppure il riassunto della storia non ci dice nulla dell’effetto di verità che il film produce negli spettatori. Non si tratta di realismo. Meno che mai di verismo.

Avevo visto qualche giorno prima, affittandolo sulla apple tv, il precedente film di Caligari L’odore della notte, uscito nel 1998. Ero rimasto sedotto da una specie di rozza espressività autoriale. Una rozzezza conquistata sul campo, frutto, mi era sembrato, di tantissimo cinema, anche americano, ingoiato e digerito per raggiungere effetti di stile propri. Insomma tutto il contrario di un’ingenuità da outsider. Già lì, insomma, la mano di un maestro. In Non essere cattivo l’effetto di verità raggiunge un apice struggente, che toglie il respiro. Lascio ai critici e ai teorici del cinema capire come esso si produca.

Bravura degli attori – un Luca Marinelli, per esempio, che dà a Cesare una profondità impensabile per un personaggio che resta intrappolato nella sua visceralità fisiologica. Sapienza della regia. Una conoscenza perfetta, precisa e ironica al tempo stesso, della materia narrata. Non so. Mi viene in mente, all’improvviso, un verso di Cerami in Addio Lenin: “Mai dormono le madri e in ciò sono uguali alla povertà”. Come se questi versi potessero essere una sorta di iscrizione sepolcrale alla bellezza del film. Alla sua autenticità, al suo valore poetico.

Poi, fuori dal cinema, storditi ed entusiasti, si cerca di circoscrivere ciò che abbiamo appena visto, di catalogarlo, di farlo nostro. E vengono fuori, inevitabili, i confronti con Pasolini. È giusto che sia così. Eppure. Il cinema di Pasolini, unico e inimitabile, a me è sempre sembrato, nella sua fedeltà filologica e creaturale, la proiezione di un teorema algebrico, l’astrazione vivissima di un intellettuale con una forte valenza ideologica. Sperimentale anche in una storia “realista” come Accattone, dove la valenza cristologica e religiosa attraversa ogni fibra della pellicola. Sul limitare di un irreversibile cambiamento antropologico, Pasolini vive ancora nella storia e può volgere indietro lo sguardo. E cercare, sia pure nel peccato, un’innocenza perduta. In Caligari, no. L’orizzonte è schiacciato sul presente, in una ripetizione eterna, asfissiante.

Non la libertà. Ma neanche una “via di uscita”.

Commenti
3 Commenti a “Divagazioni di un non cinéphile dopo la visione di “Non essere cattivo” di Caligari”
  1. STECHLIN scrive:

    CESARE E’ USCITO DALLE MATITE DI ANDREA PAZIENZA

  2. Lalo Cura scrive:

    “Mi fido di Nicola, lui sa tutto… Baci, Rep.”

    tutto è tessuto di armonie profonde

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