calvino pasolini

Calvino e Pasolini, opposti maestri dello sguardo da fuori

calvino pasolini

Questo pezzo è uscito sul Foglio.

di Alfonso Berardinelli

Calvino? Un perfetto scrittore minore. Pasolini? Un grande scrittore mancato. Sui più influenti e discussi autori della seconda metà del Novecento, la cui ombra si allunga fino a oggi in un interminabile tramonto, non si finisce più di riflettere. Ammirarli e denigrarli possono e devono essere due facce di un’unica passione.

Calvino è pieno di limiti: la sua strategia è stata un astuto e prudente autolimitarsi. Pasolini è pieno di difetti: tutti i suoi libri
sono sfrenati e impazienti, tanto ambiziosi quanto improvvisati. Calvino è sempre presente a se stesso. È un abile artigiano anche quando ha poco da dire. La sua inventiva fantastica è fatta di piccole scoperte che mascherano grandi fughe. Aguzza l’ingegno per non dire quello che pensa. Il suo io si contrae per non esporsi alle discussioni.

Cerca di tenersi buono e stretto il suo lettore: gli fa immaginare problematiche complesse, ma se poi non le capisce non fa niente: intanto lo fa sorridere e lo rassicura. Anche il suo racconto della guerra partigiana, Il sentiero dei nidi di ragno, è una fiabesca avventura più infantile che adolescente. Gli adolescenti sono più sofferenti e problematici. Calvino nasconde le sofferenze. Non si commuove e non commuove mai. Per le emozioni ha una vera fobia.

Meglio essere leggeri che spaventare con l’impegno. È un misantropo come Il barone rampante che si ritira sugli alberi e come Palomar che guarda il mondo da un telescopio. Ma di fronte alle “problematiche” ponderose, preferisce fare il finto tonto o giocare con la geometria, pur di non sprecare inutilmente energie.

Pasolini ha un io smodato. Si mette sempre al centro della scena. Fronteggia la Storia del mondo confessando le sue angosce e le sue passioni inflessibili. Ama e accusa. Accusa chi non lo ama. Quando non ha più voglia di amare, la prima cosa che gli viene in mente è che un mondo da amare finisce: il suo mondo premoderno che forse era l’unico vero mondo reale. Pasolini prende per la gola i suoi lettori. Pretende di radiografare il loro cuore ipocrita e le loro buie viscere. Fa il Cristo e fa il Socrate.

Fa sentire in colpa il suo pubblico sacrificandosi come vittima della società. Anche quando scrive male, il sottinteso è che la verità va oltre lo stile: anzi lo distrugge. Dice sempre quello che pensa e non smette mai di pensare in pubblico. L’idea di stile lo ossessiona perché non ha pazienza per definirlo, lavorarlo, renderlo solido e durevole.

La sua strategia è una spericolata e teatrale scorciatoia: “lo stile sono io”, io sono la poesia qualunque cosa scriva, sono la poesia anche se non scrivo, anche se faccio film (“cinema di poesia”), se sono intervistato, se sono fotografato, se parlo in tv, se scrivo articoli (“giornalismo di poesia”).

In una famosa polemica di metà anni Sessanta sulle trasformazioni della lingua italiana, Pasolini difese “l’espressività letteraria” contro le minacce del linguaggio tecno-burocratico. Calvino gli rispose difendendo invece la concretezza e precisione linguistica, l’efficienza comunicativa dell’italiano “al livello dell’uso parlato, della vita pratica quotidiana”. Dunque Calvino, lo scrittore fantastico, era in realtà un oculato uomo pratico interessato a tenere in rapporto “common sense” e visione scentifica del mondo.

Mentre Pasolini, con il suo sperimentalismo realistico, i suoi reportage dalle periferie e dal Terzo Mondo, voleva esprimersi, passionalmente, ideologicamente. Il suo primo dato di esperienza è una visione estetica, erotica, autobiografica del mondo.

Dunque Calvino un perfetto scrittore minore e Pasolini un grande scrittore mancato? Da tempo mi sono affezionato a queste formule. I due autori hanno messo in circolazione per le generazioni successive due modelli letterari opposti, due idee di letteratura e di comportamento letterario. Calvino è piaciuto agli astuti e ai prudenti, ai laboriosi borghesi del nord, agli insegnanti gioviali che hanno paura di smuovere qualcosa di temibile negli alunni, agli studiosi di strutture formali e di cruciverba, a chi vuole solo elegantemente sorridere, ai critici cortigiani in carriera presso la Einaudi.

Pasolini appassiona chi vuole perdersi, chi ha l’isitinto di accusare, chi si sente accusato, chi piange sulle vittime, chi non capisce che la storia è lavoro, chi fiuta dovunque possibili lager, chi vede in ogni burocrate un nazista potenziale.

Calvino morto a sessantadue anni nel settembre 1985, Pasolini morto a cinquantatre anni nel novembre 1975, sono ancora fra noi. Si può scegliere fra l’uno o l’altro. Per quanto mi riguarda, per passionale prudenza, me li tengo tutti e due come opposti maestri dello “sguardo da fuori”.

Commenti
5 Commenti a “Calvino e Pasolini, opposti maestri dello sguardo da fuori”
  1. fafner scrive:

    L’argomento non tiene. Pasolini è un personaggio della società dello spettacolo con gli allegati (articoli, libri, film), opere generalmente illeggibili o in cerca di verità se mal fatti. Calvino è il cugino italiano e traduttore di Queneau, sofisticato ma non ossessivo come una scuola francese, sempre però portato all’esercizio di stile.
    In fine Pasolini è soprattutto un regista sperimentale, e Calvino uno scrittore finto sperimentale.

  2. Carlo Gallavotti scrive:

    Fafner, MAVAFNERAFFANCULO!!!

  3. Antonio scrive:

    L’analisi è quasi del tutto corretta ma Pasolini è stato ucciso con un omicidio di stato ed è questo che lo differenzia da Calvino, il quale non dava fastidio a nessun potente, non faceva paura ad alcun politico espressione di regime e di sistema…italico. Io preferisco Il coraggio di Pasolini!

  4. fabio scrive:

    Non ho letto molto di Pasolini e quindi non mi pronuncio. Per quanto riguarda Calvino posso dire che Egli rappresenta, a mio avviso, l’essenza stessa della letteratura. Calvino non si occupa del sociale e della politica ma questo è da considerarsi solo un apparente disimpegno. Egli si occupa della natura umana, dell’uomo in quanto tale, dunque, dell’unico essere vivente produttore di cultura e politica. Se si leggono le sue “Lezioni americane” si avrà modo di apprendere quale fosse la sua idea di letteratura impegnata; lo esprime là dove parla della leggerezza e propone l’esempio del Perseo che uccide la Medusa: senza guardarla direttamente ma il Suo riflesso nello scudo. A mio modesto parere, “Il Barone Rampante”, “Il Visconte Dimezzato” e “Il Cavaliere Inesistente” rappresentano lo sguardo dello scrittore e/o della letteratura sulla realtà umana, uno sguardo indiretto, riflesso sulla pagina e, per ciò, leggero ed eterno.

    Cordiali saluti
    Fabio

  5. pierpaolo (non Pasolini) scrive:

    Cordialissimo Fabio,
    mi sa che neppure a Calvino sarebbero piaciuti ‘sti panegirici metastoricizzanti: “l’essenza stessa della letteratura” è poco indicato per chi non si vedeva davvero come sacerdote d’alcunchè; la “natura umana” innatisticamente intesa (quanto alla natura naturantesi, è un bel problema, tra dogmatismo e critica del medesimo, ma almeno non è proprio un’irredimibile stupidata), lasciamola ai positivisti, ai moralisti ed in generale a quelli che (per dirla col Santo Protettore di Zena) “custodiscono in bocca il punto di vista di Dio”; l'”Eterno”, poi… ma devi metterci sempre l’Assolutamente Altro di mezzo?! Calvino era di MENO di un Padreterno; dunque (dato che di Padreterni – a parte, come dicevo, positivisti e moralisti – non ce n’è), era molto di più: un vero essere umano. Un individuo.
    E tale era il mio omonimo. Che, tra l’altro, in un bellissimo articolo inedito, poi pubblicato come postfazione alle “Città Invisibili”, ci dice che tra lui ed Italo, al di là delle divergenze ideologiche concernenti soprattutto la politica culturale, per altro minori di quanto non possa a tutta prima sembrare (Pasolini non era di sicuro uno zdanovista!!!), c’era “stima ed affetto”, e che per l’appunto “Le Città” è, secondo lui, non solo il miglior libro di Calvino ma un libro “grande in assoluto”.

    Barricadero Antonio,
    il coraggio di PierPaolo stava soprattutto nel guardar dritto negli occhi IL NOSTRO COMUNE “FASCISMO ANTROPOLOGICO” DI PSEUDOINDIVIDUI NORMALIZZATI DALLA COSIDDETTA “CULTURA DI MASSA” (mi si perdoni l’ossimoro surreale, ma l’espressione mica l’ho inventata io! davvero non ci sarei mai arrivato). Non come Perseo con la Gorgone – appunto -, certo… Ma IN QUESTO SENSO non conosco NESSUNO, almeno non tra i viventi non assidui frequentatori di reparti psichiatrici, che avrebbe i titoli morali culturali intellettuali ed “erotici” per guardar CALVINO (!) dall’alto in basso.
    Ti consiglio vivamente il libro di Gianni Scalia (che del Poeta era amico e ne godeva la stima) su Pasolini (“La manìa della verità”), che con grande serietà (lasciando in secondo piano quelle dietrologìe che, col loro sentore sulfureo di manicheismo, ed ancor più con quello stantìo di modernariato SOTTOculturale, avrebbero credo francamente disgustato e vieppiù rattristato il Nostro) ci riferisce della più tarda meditazione di PPP a proposito del Marx più riccamente problematico ed insieme lucidamente profetico dei “Grundrisse”. e della sua (di Marx) impressionante chiaroveggenza circa il pericolo d’un “genocidio culturale” ad opera del “Capitale giunto al suo Concetto”, cioè dell’allora (ai tempi di Marx) ancora a venire Capitalismo Maturo.
    Tra l’interpretazione sostanzialmente positivistica dei “marxisti” e quella che sino a poco tempo prima era stata LA PROPRIA – di Pasolini – interpretazione sentimental-decadentistica (ammesso e non concesso che le cose stessero in termini tanto squadrati) dell’espressione marxiana “genocidio culturale” (espressione che già troviamo – ma in un contesto molto meno problematico – nel Manifesto), Pier Paolo cercava (chiedendo addirittura aiuto in modo non poco accorato a tutti coloro che a suo giudizio avrebbero potuto essere suoi degni compagni di strada in questa ricerca… ed anche ad altri), negli ultimi mesi della sua vita, la “porta stretta” della Ragione Critica, di una Razionalità cioè TANTO PIU’ RAZIONALE QUANTO MENO POSITIVISTICO-RIDUZIONISTICA.
    Forse, tra ANTImoderno moderno e POSToderno, la categoria che ci manca è quella di PSEUDOmoderno. O già ce l’abbiamo? Qualcuno lo chiamava MIDCULT: il MASSCULT d’elite… Ricordo che la mia professoressa d’italiano latino e greco al Liceo ci diceva che quella era sì una scuola d’elite, ma d’elite CULTURALE e NON sociale. Non era vero.
    Se partiamo DI QUA forse riusciremo persino, un giorno, a capire Marx. Che studiava 6 ore al giorno tutti i giorni, ed avrebbe probabilmente preferita la pacchianeria da discount del masscult a quella stile Eataly del midcult. E forse persino “CHI?” al Foglio.
    Chissà che così non potremmo anche imparare a dubitare un po’ di più di quei “pettegolezzi concernenti l’Alta Cultura”, di quelle “voci di corridoio da Accademia” che, a detta di Fortini, “non per ciò smettono di essere pettegolezzi tali e quali agli altri”.
    Per esempio…
    L”elegìa della morte programmata, dell’ASSASSINIO ALLE SPALLE, dell’OBLITERAZIONE capitalistica del premoderno, e l’esaltazione acritica di quest’ultimo, la sua elevazione addirittura ad “utopia”, la sua reazionaria nostalgìa, sono DAVVERO la stessa cosa? RIDURRE la SOFFERTA PROBLEMATICITA’ pasoliniana ad una fanfaronata antimoderna da guru MIDCULT serve solo ad esorcizzar la prima svendendosi alla seconda. O ad omologhe fanfaronate da guru midcult “MODERNISTI” ovvero “POST-modernisti”, invece che “ANTI-moderni”. Sai che bel guadagno.
    Qualcosa, però, a dire il vero, di certo ci si guadagna. Come TUTTE le MERCI, anche le idee, se prodotte in serie ed accortamente riciclate, garantiscono un migliore rapporto costi/ricavi. Sennò perchè scriver sul Foglio, e su “CHI?” no?

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