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Come cambia la camorra. Intervista a Roberto Saviano

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di Matteo Cavezzali

Da dieci anni Roberto Saviano vive sotto scorta. Mangia, dorme, scrive, va a prendere il gelato, va a fare le presentazioni dei suoi libri seguito da cinque carabinieri armati. Roberto Saviano ha 37 anni e da quando ne aveva 27 non conosce più una vita normale. La sua colpa è quella di aver portato alla luce un mondo nascosto, un mondo che si credeva periferico, che ingenuamente o maliziosamente, si voleva confinato solo a Scampia, Secondigliano, Casal di Principe, e altri luoghi che per molti italiani non avevano una geografia, ma solo una fama. Saviano per primo con la potenza delle sue parole ha ricordato a un paese assopito che quella storia era la storia di tutti gli italiani. Ma Saviano non è solo questo. Saviano è l’autore italiano più letto nel mondo. Gomorra ha venduto oltre cinque milioni di copie. È stato invitato a parlare alla Accademia di Stoccolma, il tempio della letteratura dove si assegna il Premio Nobel. Da quando nel 2006 uscì Gomorra la sua vita è molto cambiata, ma anche quella della camorra, per questo ha deciso di raccontarla nuovamente nel suo ultimo romanzo La paranza dei bambini (Feltrinelli).

Dieci anni dopo “Gomorra” è tornato a raccontare il mondo della camorra a Napoli, come è cambiata la criminalità organizzata in questo decennio?

Ha cambiato completamente volto, soprattutto quella “cittadina”. È diventata una criminalità bambina, con affiliati giovanissimi che non sono più “muschilli” ma boss. Che non vogliono nessuno sopra di loro, che non hanno famiglie da sfamare e figli per i quali sognare un avvenire migliore, ma che cercano il potere fine a se stesso. Un potere che porta tutto: soldi, donne, rispetto.

I protagonisti della Paranza dei bambini sono giovanissimi, ma già hanno un ruolo fondamentale per il sistema. Perché per una organizzazione potente come la camorra sono così importanti i ragazzini?

Ora la camorra sono i ragazzini. Per anni abbiamo assistito a proclami televisivi in cui ci veniva detto che i clan erano stati sgominati, le teste decapitate, i capi arrestati, ma non si è mai raccontato che i clan camorristici hanno teste molteplici perché sono un sistema. E quando esiste un sistema, un sistema organizzato, che miete denaro oltre che vittime, non lo si ferma arrestando i capi ma eliminando le condizioni esterne che lo rendono inattaccabile, che lo nutrono e che portano i giovanissimi a scegliere l’affiliazione. Ecco, nonostante gli arresti quelle condizioni non sono mai cambiare. Forze dell’ordine e magistrati fanno un lavoro titanico, ma sono moderni Sisifo, se la politica non interviene.

Cosa seduce questi ragazzi della vita pericolosa della criminalità?

La possibilità di avere potere e quindi denaro. La necessità di essere loro, una volta per tutte, a guardare il mondo dall’alto in basso.

A Ravenna ha incontrato 1500 studenti delle scuole, come sta facendo in diverse città, che hanno la stessa età dei personaggi del romanzo, ma vivono una realtà molto diversa da loro. Come si può far comprendere quell’orrore che accade così vicino a noi a un ragazzino che vive in una provincia ricca come la nostra? E come fargli capire che lo riguarda direttamente?

Per un adolescente oggi la comprensione delle dinamiche criminali, che coinvolgono i loro coetanei, è immediata. Gli strumenti e i modelli, per certe fasce d’età (direi per ogni fascia d’età) oggi più che mai sono gli stessi a ogni latitudine, ciò che cambia è il contesto sociale. Dove la scuola funziona, le immagini dei Rich Kids of Instagram sono recepite e metabolizzate diversamente rispetto a contesti un cui c’è una dispersione scolastica che raggiunge proporzioni drammatiche. Dove l’istruzione è un valore positivo, lo sono anche impegno, sacrificio e consapevolezza che tutto ha un costo e delle conseguenze.

Da quando è uscito Gomorra vive sotto scorta, una vita difficile, che spesso ha raccontato. C’è però un altro giogo che deve portare, quello della fama che limita ulteriormente la sua libertà di agire. Come mai secondo lei “il personaggio” Roberto Saviano divide così tanto l’opinione pubblica? Le pesano queste continue pressioni mediatiche?

Mi pesano, ma sono io che consapevolmente le provoco. Non uso i social media come esche per avere consenso, non credo che chi naviga nel web sia un pesce da prendere all’amo. Provo a ragionare e ad approfondire, sempre. Se questo genera polemica bene. A volte noto che sui social, per contraddirmi, si studia un argomento in maniera certosina: questo è un bene, stimolare lo studio e l’approfondimento è lo scopo del mio lavoro. Adoro leggere “non sono mai stato d’accordo con te, ma questa volta hai ragione”. Mi piace mettere insieme chi la pensa diversamente. Mi piace creare punti di contatto con persone diversissime da me e diversissime tra loro.

Dopo tutte le cose che le sono successe negli ultimi dieci anni cosa rimane in lei di quel ragazzo sconosciuto di 26 anni che scrisse nella sua stanza Gomorra?

Nonostante tutto attorno a me sia cambiato e nonostante io stesso abbia costruito una corazza per schermarmi dal mondo, al fondo sento di essere sempre lì. Si cresce, si matura, si peggiora, ma il nucleo resta quello originario.

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