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I cani romantici sulla strada di Roberto Bolaño

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In Chiamate telefoniche (Adelphi, traduzione di Barbara Bertoni), Roberto Bolaño apre il racconto dedicato a Enrique Vila-Matas così: «Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.»; è una delle frasi di Bolaño a cui sono più affezionato, l’ho imparata a memoria, naturalmente, ma non è questo il motivo per cui ci sono affezionato, il motivo è un altro ed è più importante.

Questa frase è la biografia dello scrittore cileno, è la chiave di accesso alla sua scrittura, e alle mappe che tessute una dopo l’altra formano una sola infinita e perfetta opera letteraria. Bolaño, potremmo azzardare, è l’unico scrittore che il suo ipotetico Meridiano l’ha curato da solo. La frase è saltata fuori dalla mia memoria qualche giorno fa quando mi è arrivato I cani romantici (Sur, traduzione di Ilide Carmignani), libro di poesie che io e molti lettori italiani aspettavamo da molti anni, al punto d’aver provato a tradurci (fallendo) alcuni testi da soli. Ho aperto una pagina a caso e i primi versi che ho letto, a metà di una poesia, sono stati questi: «Un cileno formato in Messico può sopportare di tutto, / pensavo, ma non era vero.», ci si può commuovere per molto meno.

Cosa non è vero? Un cileno formato in Messico può sopportare poche cose, perché poche ne può sopportare un uomo, ma se l’uomo è un poeta, l’assunto diventa vero? Deve esserci stato un tempo in cui Bolaño deve aver pensato che attraverso la poesia si potesse sopportare di tutto, la tortura, la lotta, l’esilio; ma è chiaro che ha voluto dirci, e lo ha fatto con ogni suo libro, che la poesia può spingersi oltre tutto, dentro tutto, scavare dove niente più scava, fino dentro alla morte, rendendo viva la morte, rendendo splendente ogni cosa.

La poesia va «Sulla strada dei cani, là dove non vuole andare nessuno. / Una strada che prendono solo i poeti / quando non gli resta altro da fare.». Il poeta sopporta fino alla follia, fino alla morte, la sua poesia sopravvive e viene anche dopo parecchi anni a salvarci. Questo fanno i versi di Bolaño, continuano a salvarci, altri satelliti della sua opera sterminata. Eppure I cani romanticipotrebbe essere in assoluto il suo libro più bello per capacità di commuovere, di andare al cuore delle cose, di attraversare la vita privata e la storia, di formare un ponte tra Città del Messico e Barcellona, di dimostrare ancora una volta come la poesia abbia bisogno della stessa capacità d’invenzione, della fantasia, quanta ne occorra alla narrativa. La capacità di dirti che in ogni parola di uno scrittore vero stanno tutte le sue idee.

«A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non importava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
insieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
in penombra,
in uno dei polmoni dei tropici.
E a volte mi guardavo dentro
e visitavo il sogno: statua immortalata
in pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorce
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.»

Il talento visionario di Bolaño esplode da subito, da questa che è la prima poesia, solo un pazzo comincerebbe una poesia con quei due versi, oppure un grande poeta e il grande poeta è coraggioso e punta tutto, da subito.  Sogno e incubo, ingenuità della giovinezza e capacità di vedere il futuro e di coltivare un sogno che cresce nel vuoto dello spirito. In questi versi vediamo come il nostro cileno stia sempre in bilico tra realtà e sogno, tra reale e visione, perché è quella la dimensione quasi onirica, a volte tremenda, all’interno della quale l’uomo può tentare di sopportare.

Edizioni Sur ha cominciato la pubblicazione delle poesie di Bolaño con Tre (traduzione di Ilide Carmignani) un anno fa, e proseguirà l’anno prossimo con la terza raccolta. Con Tre scoprivamo il punto di partenza della sua scrittura, il vasto spazio, tanto somigliante ai deserti messicani, ai confini di vita e morte di 2666 (Adelphi, trad. Ilide Carmignani); la poesia è un deserto sentimentale da attraversare, un territorio sul quale costruire tutto, e subito dopo cominciare a bruciare.

In Tre vedevamo l’origine di alcuni personaggi, intravedevamo un frammento di romanzo, trovavamo gli amori letterari, imparavamo il luogo dal quale Bolaño tirava fuori tutto, e il luogo era una piccola stanza, e il luogo era un treno, e il luogo era un incubo. Dentro I cani romantici siamo noi il sentimento e siamo il deserto, diventiamo l’oasi creata per noi, ci mettiamo gli occhialini e attraversiamo il miraggio, troviamo i Detective, sì, quelli. Siamo Dino Campana e siamo i crepuscoli di Barcellona, siamo una poesia di Jimenéz, siamo il Messico, e siamo Lupe la puttana che vuole succhiarci il cuore, e siamo il cuore, siamo Orfeo e siamo Edna Lieberman, siamo Mario Santiago, siamo l’orrore e siamo la bellezza come gli ultimi versi di una poesia: «La bellezza assoluta, / Quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo / E che è visibile solo a chi ama».

Ti siedi in una poesia con Nicanor Parra, ti siedi nella poltroncina che sta nella bellissima copertina di Falcinelli, e ondeggi seguendo un ritmo perfetto, tra paradosso, ironia e dolore e ti stupisci un’altra volta del miracolo, perché la letteratura di Roberto Bolaño è un miracolo e quando proviamo a spiegarla ci pare sempre di mancare di qualche centimetro il bersaglio, la nostra pallottola cade a pochi passi dall’incomprensibile, dal mistero.

I cani romantici è una traccia decisiva da seguire per completare la mappa di Bolaño, ma non l’ultima, alla prossima pagina che leggeremo salteranno fuori un altro dittatore o un Borges, al prossimo verso potrebbero scapparci un’Anna Magnani, una motocicletta, un professor Amalfitano, un nuovo spostamento, un’alba a Santiago del Cile, un hotel-ragno, una nuova caccia dei Detective, un’idea sempre in movimento, una morte anticipata, una resurrezione.

«La poesia entra nel sogno
come un palombaro in un lago.
La poesia, la più coraggiosa di tutti,
entra e cade
a piombo
in un lago infinito come il LochNess
o torbido e infausto come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
della volontà.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell’occhio di Dio.»

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
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