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Cantami, o rima, come va a finire

Domenica 30 settembre Tiziano Scarpa sarà a BookPride, a Genova, per raccontare “Una libellula di città e altre storie in rima” (minimum fax) con Andrea Liberovici e Andrea Plebe. L’appuntamento è a Palazzo Ducale alle 19. Nel pezzo che segue, Scarpa descrive il processo creativo dietro questo suo ultimo libro e in generale lo scrivere storie in rima. L’articolo è apparso su Tuttolibri, che ringraziamo.

di Tiziano Scarpa

Da un quarto d’ora mi vedete con gli occhi fissi sullo schermo bianco perché non ho ancora trovato la frase giusta per cominciare questo articolo. Sarebbe bello scriverne una che attiri l’attenzione e faccia venire voglia di continuare a leggere. A quel punto il più è fatto, perché gli argomenti li ho già in testa, si tratta solo di metterli in fila nella maniera più chiara, possibilmente brillante.

Ecco, questo modo di scrivere a cui state assistendo, che si fa obbedire dalle parole perché rispecchino le idee meglio che possono, è completamente diverso dall’esperienza che sto per raccontarvi. E che vi consiglio di provare anche voi.

Sto parlando delle storie in rima. Ho cominciato a scriverne diciott’anni fa, raccontando di un mastro vetraio che si soffia una moglie di vetro, e non mi sono fermato più. Succede così: ho uno spunto, un’idea incompleta per una storia; ma per capire come si sviluppa e che cosa succede ai personaggi, chiedo aiuto alle parole. Ascolto i loro suggerimenti.
Io faccio una domanda alle parole scrivendo una riga; prontamente le parole mi rispondono nella riga dopo. Ma lo fanno a modo loro. Lo fanno con una rima.

Che cos’è una rima? È una parentela fra parole: a volte fra consanguinee, a volte acquisita, a volte soltanto apparente, fittizia. Per esempio, “comprato” e “mangiato” sono due participi. Ma “Renato” non è il participio di renare, e “reato” non lo è di reare. Le rime ci spiattellano sotto gli occhi una sapienza occulta, una rete di relazioni transgrammaticali fra le parole.

Le rime costruiscono rapporti fra cose che non sapevano di averne. Che cosa insinuano, mettendo un frigo accanto a Rovigo? Che in Polesine gli inverni sono rigidi? Che nel sud del Veneto bisognerebbe impiantare fabbriche di elettrodomestici?

A casa ho il Rimario letterario della lingua italiana di Giovanni Mongelli, nella classica edizione Hoepli, e il più aggiornato Rimario della lingua italiana edito da Vallardi, con la bella introduzione di Stefano Bartezzaghi. Quando sono in giro mi accontento dei siti, come Cercarime (punto it).

Anni fa stavo scrivendo la storia in versi di un uomo solo e senza amore. Lavora nelle fogne, è sempre impregnato di cattivo odore, le donne si allontanano da lui schifate. Per consolarsi indossa gonna e reggiseno davanti allo specchio. A forza di vederlo vestito così, lo specchio rimane incinto. Il grembo di vetro si gonfia. Che cosa nascerà? Ecco il punto in cui le parole mi hanno soccorso:

«Finché non giunge il momento del parto.
Ci manca poco che faccia un infarto:
era già pronto a qualunque evenienza,
femmina o maschio, in camicia o anche senza,
gemello etero o monozigote.
Ecco: lo specchio scodella…»

Che cosa scodella, lo specchio? Un nipote? Una dote? Una litote? Un sacerdote? Un eucariote? Delle ruote? Delle trote? Del peyote?

«Ecco: lo specchio scodella un coyote».

La storia prosegue con l’idillio fra padre e figlio, un cagnaccio della prateria attratto dallo sporco: scorrazzano felici nelle fogne, ci giocano, ci nuotano dentro. Ma il punto di svolta me lo hanno dato le parole, con quella rima monozigote-coyote. La rima è un timbro che conferma gli avvenimenti: non alla prova dei fatti, ma a quella delle parole.

La stessa cosa è successa con il giardiniere che coltiva radici nelle stanze buie di casa; la giocoliera che usa dei globi oculari al posto delle palline; il misantropo che naviga su un faro galleggiante; il terrorista dei sogni…

Mi immergo nella lingua, do ascolto alle sue ragioni irrazionali, per capire dove vorrebbe portarmi: a volte la assecondo, a volte cerco di resisterle, piegandola verso la rotta che voglio mantenere. Così sento più forte che mai che le parole sono la cosa più intima e più estranea che ho dentro di me. Perciò scrivere storie in rima è fra le esperienze più coinvolgenti che abbia provato nella mia vita. Perdo il contatto con il mondo, l’attenzione si incolla alla tastiera e ai rimari, l’immaginazione si impasta con le parole, con la loro sostanza materiale: non solo con i loro significati, ma con il loro spessore alfabetico, con la ruvidezza o il languore dei loro suoni, con la giacitura degli accenti nel verso. In testa il ritmo della metrica e la visione del racconto si cercano l’un l’altra, si amalgamano fino a formare un tutt’uno.

Mi è capitato di andare avanti per notti intere a scriverle, senza sentire sonno né fatica. È una trance vigile, iperlinguistica, che per me assomiglia alla felicità pura. Come mai? Forse perché dare a una storia il ritmo della metrica e le rime giuste è come dare a un’anima il corpo che andava cercando. Purtroppo è una felicità che non posso procurarmi a comando, ma solo quando c’è il fervore, lo slancio: o, se preferite, l’ispirazione. In diciotto anni mi è successo trenta volte.

Sono molto legato a queste storie anche per un altro motivo: perché sono gratuite. La falena dissidente attratta dal buio; l’elefante alla ricerca dell’anima gemella; l’albero che si estirpa da sé per scappare via dal bosco di conformisti… Non sono realistiche, non alludono alla politica di oggi né vogliono dare un’interpretazione dell’Italia o di mio zio Pino. Parlano di donne e uomini inventati, di piante e animali mai esistiti. Sono storie infondate. Io credo che la letteratura sia un discorso infondato e senza fondo; ogni tanto dovrebbe avere la forza d’animo di riconoscerlo, e il coraggio di togliersi il terreno sotto i piedi, facendo a meno di pezze d’appoggio, riferimenti storici, o autobiografici, o sociali. Il suo compito, la sua felicità e la sua angoscia consistono nell’inventare figure, scene, stati d’animo che sul momento non si sa bene a cosa servano, e domani nemmeno.

Commenti
4 Commenti a “Cantami, o rima, come va a finire”
  1. Tiziano Scarpa scrive:

    Vi ringrazio dell’ospitalità.
    Segnalo un refuso: il libro non si intitola “Una libellula come città” ma “Una libellula di città”.
    T. S.

  2. SERGIO GARUFI scrive:

    un nuovo libro di Tiziano è sempre una bella notizia

  3. sergio falcone scrive:

    Un altro mister Ego.

  4. Bandini scrive:

    Che bello, grazie.

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