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Prima di Capaci. Falcone e gli Stati Uniti

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Alle 17.56 del 23 maggio 1992, su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso Palermo, la potentissima deflagrazione di oltre cinquecento chili di tritolo, scavando un cratere, uccise Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sopravvissero all’attentato i poliziotti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, che viaggiavano sulla terza auto blindata di scorta. Con loro è sopravvissuto Giuseppe Costanza, autista di Falcone, che sedeva nel sedile posteriore della vettura guidata dal giudice.

A quell’ora i sismografi dell’Osservatorio geofisico di Monte Cammarata (Agrigento) registrarono un piccolo evento sismico con epicentro fra i Comuni di Isola delle Femmine e Capaci dovuto all’esplosione del tritolo.

Nel 1979, quando il terrorismo di stampo mafioso aveva ucciso da non molto il giudice Terranova, Falcone, palermitano classe 1939, nato alla Kalsa in una famiglia della piccola borghesia siciliana, era arrivato al Palazzo di giustizia di Palermo dopo l’esperienza a Trapani, dove si era occupato di giustizia civile. Rocco Chinnici l’aveva chiamato a Palermo e lui passò immediatamente alla magistratura penale.

Il fenomeno mafioso è unico e unitario, e solo in una visione complessiva, globale si possono poi studiare e approfondire le singole strategie, ci ha spiegato innanzitutto Falcone. Follow the money era il suo metodo. Seguire le tracce del denaro, perché il riciclaggio di denaro costituisce il cuore dell’attività mafiosa. Falcone inaugurò un nuovo metodo investigativo che rivoluzionerà la storia della lotta a Cosa Nostra.

Di seguito proponiamo un testo aggiornato di Gabriele Santoro.

«(…) L’Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all’Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l’impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Palermo.

Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l’Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti», si legge in un estratto del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, mittente l’Ambasciata statunitense a Roma, destinatario il Dipartimento di Stato.

Agli americani piaceva quel magistrato palermitano tenace. Lo consideravano insostituibile, alla stregua di un proprio eroe nazionale. Falcone era l’unico che potesse offrire una visione d’insieme, completa, del crimine transnazionale. Aveva fatto comprendere loro la proiezione internazionale del metodo mafioso. Per dirla con le parole di William Sessions, già direttore del Federal Bureau of investigations: «Ci aiutò a prendere consapevolezza del fatto che per sconfiggere le mafie era necessaria una più stretta collaborazione di tutte le agenzie di law enforcement». Oltreoceano ammiravano il coraggio, la coerenza dell’impegno, la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Aveva conquistato senza servilismi la fiducia necessaria a soddisfare interessi reciproci. Gli americani amavano la sua concretezza, le capacità di analisi e non hanno dimenticato Falcone.

Le righe d’apertura del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, rappresentano molto, ma non tutto, di una relazione speciale, che ha fatto esercitare i professionisti dell’italica arte del sospetto. Lo possiamo leggere grazie al lavoro prezioso di Giannicola Sinisi, all’epoca giovane magistrato pugliese, appena giunto a Roma, che Falcone volle al suo fianco nel lavoro da Direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Un patriota siciliano, così Rudolph Giuliani soprannominò il Giudice. A sicilian patriot (Cacucci editore, 134 pagine, 10 euro) è il titolo scelto da Sinisi per un contributo davvero originale, seppure parziale per sua stessa ammissione, a una verità ancora da scrivere.

Sinisi, magistrato della Corte di appello di Roma, con un’esperienza parlamentare e da sottosegretario al Ministero dell’Interno, è stato dal 2009 al 2013 consigliere giuridico presso l’Ambasciata italiana a Washington DC. Ha avuto la fortuna di chi sa dove cercare e quella delle coincidenze quando hanno un’anima. Una mail di Daniel Serwer, vice capo missione dell’Ambasciata statunitense a Roma dal 1989 al 1993, gli ha segnalato l’opportunità di chiedere al Dipartimento di Stato i cablogrammi, che a sua memoria contenevano elementi d’interesse, intercorsi tra le due capitali negli ultimi anni di vita di Falcone. Ma il tempo non tradisce ancora ragioni di riservatezza, motivi di classificazione, ostativi alla completa divulgazione. In un primo momento la richiesta di Sinisi, datata 26 ottobre 2010, s’inabissò nel polverone della vicenda Wikileaks.

Un incontro fortuito, una svolta, in qualche modo ha sbloccato poi la pratica. Dopo una lezione tenuta al Foreign Service Institute, dove vengono addestrati i diplomatici statunitensi e funzionari delle agenzie federali, una studentessa riconobbe nel docente Sinisi il mittente dell’istanza depositata al Dipartimento di Stato. Una pratica che la stava occupando. Non toccarono l’argomento, ma a un mese di distanza, nel mese di marzo 2011, il magistrato pugliese ha ricevuto il plico con parte dei documenti richiesti. Ventisette cablogrammi rilasciati integralmente, quattro con degli omissis, uno non rilasciato, ancora disposto il mantenimento della classificazione di segreto, nove da rintracciare e richiedere ad altre agenzie originatrici, che avrebbero dovuto autorizzare la declassificazione. Nell’aprile 2012, disattendendo abbondantemente i tempi tecnici, il Fbi consentì l’accesso a solo uno di quei nove documenti.

«Così moriva la mia fiducia nel sistema amministrativo statunitense, il mio apprezzamento per l’intuizione democratica di Lyndon Johnson del Freedom of information act e del tempo trascorso per cui un’indagine del 1989 non avrebbe potuto essere considerata ancora soggetta a segreto», ha scritto l’autore.

Il materiale ottenuto tuttavia riesce a ritrarre un punto di vista compiuto, le reazioni del partner atlantico nel susseguirsi degli eventi di una storia italiana cruciale. A sicilian patriot sembra quasi assolvere a una necessità espressa limpidamente anni fa da Maria Falcone, sorella del giudice.

«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita».

Queste parole sono tratte dalla prefazione di una raccolta di testi (Falcone e Borsellino, la calunnia, il tradimento, la tragedia) altrettanto interessante, curata da Giommaria Monti. Le numerose battaglie perdute da Falcone, lo sconforto, l’amarezza mitigata dalla fermezza paradossalmente accrebbero la sua figura e la stima delle autorità d’oltreoceano.

A tal proposito Sinisi afferma: «Ho ricavato la sensazione che negli Stati Uniti la considerazione di chi lo ha incontrato sia persino maggiore che in Italia; e ho fatto una grande fatica, anche morale, a darmene una spiegazione. Negli Usa ho constatato un’ammirazione pura, senza riserve e senza interessi. Ho cercato di immaginare un Giovanni Falcone nato e vissuto negli Usa». Per poi aggiungere: «La prima statua di Falcone è stata eretta a Quantico nell’accademia del Fbi, nel 1994, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia si dovette aspettare fino al 2002, e a Capaci anche di più». I colleghi americani non hanno mai mancato una commemorazione, qui e là.

Dopo l’eccidio di Capaci l’ambasciatore Peter Secchia organizzò un incontro privato con i familiari di Falcone, accompagnati in quell’occasione da Sinisi. Fa una certa impressione leggere alcune dichiarazioni dello stesso Secchia riguardanti il rapporto con la famiglia: «“L’ambasciatore è l’unica persona di cui ci fidavamo, il nostro Stato non è stato in grado di proteggere mio zio”. Dagli effetti personali del giudice mi spedirono una penna. Ciò mi commosse profondamente», ha rievocato in un’intervista del giugno 1993 per The Association for Diplomatic Studies and training. Due giorni prima dell’attentatuni Falcone consumò un’ultima cena a Villa Taverna, residenza dell’Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma.

L’arresto e il pentimento fondamentale di Tommaso Buscetta, il blitz di San Michele con l’arresto di interi clan e poi il Maxiprocesso istruito da Antonino Caponnetto: 474 imputati per mafia. I cablogrammi rappresentano la soddisfazione americana per l’opera compiuta con la costruzione del valido impianto accusatorio del Maxiprocesso, accolto dalla corte di Palermo, e dell’esito delle sentenze: 2665 anni di carcere inflitti ai boss raffigurando la storia recente dell’organizzazione, la sua struttura verticistica, il traffico di droga, le guerre che hanno insanguinato la Sicilia dettando l’agenda a Roma.

A fronte del risultato ottenuto non riuscirono a capire gli attacchi, le polemiche, le campagne degli ipergarantisti avversi alla cultura dei maxiprocessi, “tomba del diritto”, quando la creatura processuale del pool e delle sue intelligenze investigative era un’esigenza dettata dalla struttura e dalla storia stessa di Cosa Nostra.
L’Ambasciata seguì con la massima attenzione la fase di passaggio confusa dopo l’addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto. L’uomo, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, il quarto magistrato ucciso a Palermo in pochi anni dopo Pietro Scaglione, Cesare Terranova, Gaetano Costa prima di lui, tutti impegnati nella lotta alla mafia.

Il 29 luglio del 1983 la prima volta un’autobomba uccide un magistrato. Chinnici si trovava in Via Federico Pipitone n.59. Era un venerdì e alle otto, come ogni mattina, la macchina della scorta lo aspettava sotto casa. Davanti al portone è parcheggiata una Fiat 126 verde carica di cento chilogrammi di tritolo. L’esplosione fu fortissima, saltarono tutti i vetri nell’arco di 400 metri. Anche nelle case circostanti ci furono molti feriti. Chinnici, il maresciallo Trapassi, l’appuntato Bartolotta, e il portiere dello stabile di via Pipitone Li Sacchi, persero la vita; l’autista Giovanni Paparcuri rimase gravemente ferito.

Caponnetto sentì il dovere di tornare in Sicilia. Indicò le linee operative praticate poi per anni con la costituzione di un pool, una squadra di magistrati che avrebbe dovuto dedicarsi esclusivamente alle indagini antimafia, allegerita della routine giudiziaria. Di quel gruppo fecere parte, registrando i successi più rilevanti nel contrasto del crimine dalla formazione dello Stato unitario, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

Caponnetto, quando lasciò, aveva una certezza: Falcone avrebbe dovuto guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo. Dopo un decennio di lotta invece l’anomalia palermitana stava per essere accantonata dalla stagione della restaurazione, della normalizzazione giudiziaria. «Ho avanzato la mia candidatura ritenendo che questa fosse l’unica maniera per evitare la dispersione di un patrimonio prezioso di conoscenze e di professionalità che l’ufficio a cui appartengo aveva globalmente acquisito», scrisse Falcone.

Il 19 gennaio 1988 il Csm per quella carica indicò Antonino Meli. Questione d’anzianità, dissero.

«L’efficienza della giustizia, nel settore fondamentale, anzi vitale per il paese, della repressione della criminalità organizzata, deve alimentarsi della forza della intera compagine giudiziaria, vista come attivazione diffusa, volontà diffusa di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari livelli. Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio», disse Umberto Marconi, relatore in commissione, durante il Plenum del Csm nella seduta per la nomina di Meli.

Come si evince dal cablogramma del 3 agosto 1988, sopracitato, l’ambasciatore Maxwell Raab la pensava diversamente e vedeva mettere a rischio l’attività del pool: «Se il Comitato antimafia del Csm ha sostenuto Meli nel tentativo essenzialmente di abbandonare il metodo del pool per combattere la mafia, lo sforzo antimafia italiano potrebbe essere severamente danneggiato e gli interessi degli Stati Uniti potrebbero essere messi in pericolo». Sinisi sottolinea come l’Ambasciata avesse piena consapevolezza della necessità del pool: «Ha dimostrato di essere uno strumento di successo sia a fine di sicurezza dei magistrati sia come mezzo per una maggiore efficacia delle indagini. È difficile immaginare che i casi portati alla loro attenzione avrebbero potuto essere perseguiti».

Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, Paolo Borsellino lanciò il classico macigno nello stagno con due interviste detonanti: «Ci sono seri tentativi per smantellare definitivamente il pool antimafia. Stiamo tornando indietro come dieci, vent’anni fa. Adesso la filosofia è che tutti si devono occupare di tutto. Si perde inevitabilmente la visione del fenomeno spezzando in tronconi le inchieste. Dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esiste una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome». L’azione investigativa di Cassarà fu fondamento del Maxiprocesso. Con Falcone condivise la premessa dell’organizzazione unitaria e segreta di Cosa Nostra e che gli avvenimenti che ne segnavano la vita fossero rispondenti a una strategia unica.

Il 30 luglio 1988 giunsero le dimissioni, poi respinte, di Giovanni Falcone dall’Ufficio Istruzione. Ruppe il riserbo per reagire a quelle che definì “infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza”. A distinguersi sulla stampa Il Giornale di Sicilia e Il Giornale di Indro Montanelli. «Quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso sotto gli occhi di tutti», scrisse Falcone al Csm nella lettera di dimissioni.

L’Ambasciata preoccupata dal possibile venir meno di una collaborazione strategica sollecitò energicamente il Quirinale sulla questione che aveva ormai invaso le sedi politiche e istituzionali. Il Presidente Cossiga chiese l’intervento del Csm ed esercitò una pressione irrituale sull’organo di autogoverno della magistratura, assumendo l’iniziativa di trasmissione alle Camere degli atti e della decisione del Comitato antimafia del Csm. Fra il 30 e il 31 luglio Meli, Borsellino e Falcone vennero ascoltati dal Csm e una trattativa serrata produsse il 2 agosto 1988 un documento del Comitato antimafia, in cui si raccolse l’input del Colle con un’inversione di marcia che ribadì i meriti e la centralità dell’esperienza del pool antimafia. Tuttavia il Csm lasciò irrisolti i nodi delle “disarmonie” riscontrate, “che debbono ritenersi certamente superabili nello spirito di fiduciosa collaborazione”, inviando a Palermo Vincenzo Rovello, capo degli ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia.

In realtà non era un bisticcio togato. La parcellizzazione delle inchieste, la conseguente frantumazione dei processi, il criterio della competenza territoriale, negava il principio dell’unicità di Cosa Nostra. E a Washington non convinse la presunta pacificazione del Csm.

Qual è la genesi dell’interesse americano? Ce la racconta Carmine Russo, un superpoliziotto, un agente del Fbi. Nel giugno 1982 viaggiò per la prima volta direzione Palermo, per portare e scambiare personalmente informazioni con il giudice palermitano. Qualche mese più tardi a ottobre, presso l’accademia Fbi di Quantico, il secondo incontro, che Russo non esita a definire storico. Falcone e Chinnici volarono negli States per un summit lungo una settimana: «Falcone incitò tutti noi a una cooperazione diretta. C’erano fiducia reciproca e un comune modo di sentire». Rimasero colpiti dal carisma naturale che Giovanni esercitava e dai successi delle operazioni Pizza connection e Iron Tower.

«Judge Falcone had been our best contact with the italian relationship on prosecutorial and anti-mafia activities», sintetizzò nel 1993 Secchia.

Nelle pagine traspare lo sgomento statunitense per le estati dei veleni, il «disappunto per le rivalità personali e politiche e le piccole gelosie che infettano il sistema giudiziario italiano, incluso il Csm». Il cablogramma E70 – Confidential del 21 novembre 1989 fa riferimento all’esito davanti al Csm della sconcertante vicenda delle lettere anonime, che costituirono un pesantissimo attacco a Falcone. La costante delegittimazione di cui era oggetto era un problema per gli States.

«(…) Fino a oggi vi ha preso per i fondelli facendovi credere di essere un paladino dell’antimafia laddove si è rivelato uno squallido opportunista. Non indagherà più sul terzo livello (che d’altra parte non esiste), sulla connessione tra mafia e politici Dc. La ricompensa, preventivamente concordata, da parte dei socialisti e della Dc, è arrivata subito. La creazione da parte del ministro Vassalli del terzo posto di procuratore aggiunto a Palermo, destinato appunto a Falcone, creato repentinamente senza nemmeno chiedere il parere del Csm. Insomma Falcone si è venduto per un posto di procuratore aggiunto. Che squallore!», da una missiva del Corvo destinata al giornalista Pansa e al segretario del Pci Achille Occhetto, fine giugno 1989.

I diplomatici a stelle e strisce non si capacitavano di come il sistema Italia ostacolasse, denigrasse, all’apice della lotta la sua migliore risorsa contro la piaga del crimine organizzato. Lo assunsero come un problema interno alla stessa amministrazione americana. Esplicito in questo senso un cablogramma precedente. L’E65 – Confidential del 13 ottobre 1989 recita: «I giudici antimafia hanno speso più tempo attardandosi nel combattere fra loro che nel contrastare la mafia. Accuse senza fine e controaccuse hanno così intorbidito le acque che ogni significativa misura contro sospettati di mafia ha dovuto essere pretermessa».

Nei giorni del Corvo annotarono il rallentamento nel flusso di informazioni dalle fonti inquirenti italiane. Avvertirono i rischi di quel clima irrespirabile e definirono “a terra il morale di chi conduce indagini di criminalità organizzata”. Dai cablogrammi e dalle opinioni espresse emerge una certa insofferenza, l’esternazione della volontà di un indurimento della repressione, della legislazione italiana contro la mafia, che non poteva essere sempre un passo avanti.

Gli americani apprezzavano la competenza e i risultati di Falcone nella gestione dei pentiti. Aveva il “gusto” e riusciva a entrare nella testa dell’interlocutore, quand’anche fosse un grande criminale. Inoltre vennero convinti dal suo livello di conoscenza del sistema giudiziario statunitense.

È significativo che tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. Quei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa, presa in affitto da Falcone, e il mare.

«(…) Quella volta capì che non si trattava delle solite maldicenze. Ebbe chiaro che la decisione di farlo fuori era stata presa e ad altissimo livello. Lo vidi come non lo avevo mai visto era teso come una corda, aveva i nervi a pezzi. Eppure non poteva rivolgersi a nessuno, non si fidava ed era costretto a riflettere da solo», sottolineò Maria Falcone.

Non sappiamo l’opinione degli americani su quelle che il giudice catalogò come le “menti raffinatissime” che avevano deciso la sua fine, poi attuata a Capaci. «Ciò non vuol dire che non se ne sia occupata ma più verosimilmente che il cablo con cui l’ambasciata Usa a Roma ne riferì è rimasto classificato e non è stato rilasciato; così come credo molti altri documenti che riguardavano Falcone, le cui vicende, viste dagli Usa, dopo oltre vent’anni, evidentemente debbono ancora rimanere segrete». Il cablo E54 – Confidential cita anche l’oscuro omicidio a Villagrazia di Carini dell’agente di polizia Nino Agostino e di sua moglie incinta, Ida Castelluccio. Un delitto sovente collegato ai misteri irrisolti dell’Addaura. Vincenzo Agostino, il padre, uomo coraggioso, non è ancora riuscito a tagliare la barba cresciuta in attesa di giustizia. Con affetto Manfredi Borsellino gli ha chiesto di farlo. Lui è irremovibile insieme a quel simbolo del dolore.

Capaci

«Il suo assassinio venne avvertito come un attacco interno, una lesione e una minaccia allo sforzo che in quegli anni, e con successo, gli Stati Uniti stavano compiendo. Nella percezione dell’ambasciata statunitense a Roma nella storia d’Italia c’è un prima, e c’è un dopo la strage di Capaci», sostiene l’autore. Associarono la gravità della strage al delitto dirimente per le vicende repubblicane dell’Onorevole Aldo Moro. Nel mese di giugno la risoluzione 308 del Senato americano lo celebrò come un eroe nazionale. La morte di un guerriero. Qualificarono come inadeguate le precauzioni adottate per proteggerlo. Riportarono la rabbia popolare del funerale, segnalando la toccante e straziante preghiera di Rosaria Costa, vedova dell’agente di scorta Vito Schifani. E sul dopo non sembrarono nutrire particolare fiducia e almeno in parte furono smentiti.

«(…) Non siamo certi di quale possa essere l’impatto della morte di Falcone sull’offensiva antimafia, ma non abbiamo fiducia che si tradurrà in un significativo nuovo impegno in termini di risorse umane e materiali. Il grande rischio adesso è che nonostante la statura dell’uomo e l’impatto dell’accaduto, il tempo diminuirà l’urgenza e l’impeto di fornire alla magistratura e alla polizia quegli strumenti e quelle risorse di cui hanno bisogno. D’altronde non c’è nessun singolo individuo in Italia così pienamente e carismaticamente identificato con l’azione antimafia che possa prendere il suo posto o aggregare», leggiamo nel cablogramma E120 – Confidential del 26 maggio 1992, L’Italia il giorno dopo l’impatto dell’assassinio di Falcone.

Il Fbi contribuì alle indagini su Capaci, tra l’altro con le analisi forensi delle prove acquisite sui luoghi della strage: «Fu una delle prime occasioni in cui mettemmo a frutto le nostre conoscenze sul Dna per le investigazioni, coinvolgendo il nostro laboratorio di Washington che rivelò tutte le potenzialità che in seguito avrebbe espresso in moltissimi processi», ricorda Sessions.

Sinisi si sottrae alla tentazione diffusa dell’aneddotica personale. Il loro rapporto lo restituisce bene il ricordo affidato a Francesco La Licata nel bellissimo Storia di Giovanni Falcone: «Mi colpì subito quell’uomo. Mi colpirono i suoi occhi mobilissimi, il suo sguardo leale e franco. Capii che mi trovavo di fronte una persona “difficile” ma estremamente ricca. Legammo immediatamente, ci trovammo d’accordo soprattutto sul programma che aveva accettato di portare avanti. Mi colpì la concretezza di quell’uomo: le cose di cui parlava diventavano realtà. (…) Diventammo inseparabili: anch’io ero solo a Roma. Per più di un anno abbiamo trascorso insieme circa quattordici ore al giorno. Era elettrizzato dalla nuova condizione: ricordo la sua faccia felice mentre appendeva i quadri. Non li aveva mai conosciuti questi piccoli piaceri. Lavorava come un matto. Era incredibile cosa potesse fare in un giorno».

A questo libro ha affidato invece un’istantanea: «Quel 23 maggio Giovanni mi aveva lasciato tante lettere e appunti in ufficio sulla scrivania, con su annotato parlarne, e le ore che ho passato, da solo e con le lacrime agli occhi, a guardare la sua firma e quelle annotazioni senza sapere che fare».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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