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Capitan America contro Donald Trump: il nuovissimo mondo Marvel

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo: per le immagini, grazie a Panini Comics.

di Luca Valtorta

Chiede un passante: «Quello è Capitan America?». «Non il mio Capitan America» commenta un altro mentre cambia idea a proposito del selfie che si voleva scattare con lui. Già perché il nuovo Capitano non ha più gli occhi azzurri e i capelli biondi del “vecchio” Steve Rogers: si chiama Sam Wilson ed è nero. In realtà si tratta di una vecchia conoscenza che con Capitan America in passato ha vissuto molte avventure: il suo nome precedente era “Falcon” ed è stato il primo supereroe Marvel afroamericano (settembre 1969).

Il passaggio di consegna, anzi di scudo a stelle e strisce, oggi non è casuale: Steve Rogers è invecchiato, non è più al passo coi tempi e il nuovo “Cap” (come viene chiamato confidenzialmente dai fan) deve risolvere i problemi della vita di tutti i giorni. Non è più un’icona indiscutibile, l’opinione pubblica è divisa nei suoi confronti e deve vedersela anche sui social network tra sostenitori e haters. I due hanno anche litigato per questioni politiche: nonostante Rogers sia sempre stato un liberal, Falcon è decisamente più a sinistra e mette continuamente in gioco il tema delle discriminazioni razziali passate e presenti. Sam Wilson di fatto è il Capitan America delle minoranze, voterebbe Bernie Sanders mentre Rogers starebbe con Hillary Clinton.

Marvel ha una grande tradizione liberal: è la casa in cui appare il primo supereroe nativo africano della storia, Black Panther (luglio 1966), la prima eroina donna di colore, Tempesta (1975), e dove vediamo il primo coming out gay in un fumetto (Northstar nel 1992) che culminerà qualche anno dopo nel primo matrimonio gay tra supereroi (Northstar e Kyle Jinadu nel 2012) e tra poco ci sarà un bacio tra la nuova Thor e Cap (!).

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Proprio per questo ha destato un incredibile clamore la donazione di un milione di dollari dell’amministratore delegato della Marvel, Isaac Perlmutter, in favore di Donald Trump, lo scorso gennaio, mentre era in corso la più grande rivoluzione della storia della casa editrice che trasformava radicalmente i suoi eroi adattandoli alla nuova realtà multirazziale e multiculturale seguendo le richieste che da molto tempo arrivavano dai lettori. Un atto quello di Perlmutter che ha provocato le loro reazioni inferocite: Marvel si contraddistingue infatti da sempre dalla rivale DC Comics per la sua tradizione liberal, sottolineata dal celeberrimo motto “supereroi con superproblemi”.

I suoi eroi sono caratterizzati dal doversi confrontare con difficoltà di ogni genere e da una profonda introspezione psicologica a distinguersi dai personaggi della DC come il monolitico Superman o il cupo Batman, spesso accusato a torto o a ragione di essere una sorta di “vigilante” pseudofascista.

Ma il mondo attuale non offre più soluzioni semplici e, che la rivoluzione dei personaggi Marvel sia dovuta a ragioni meramente economiche, oppure di “politicamente corretto”, di fatto ci troviamo davanti a un cambiamento epocale che ridefinisce tutti gli eroi: l’universo precedente infatti scompare e tutte le testate ripartono da zero. E il nuovo pantheon è sorprendente, scolpito sulla base di quella che gli americani definiscono “diversity”, ovvero l’attenzione massima alla razza e al genere sessuale. Una sorta di incubo per il mondo come lo vorrebbe Donald Trump.

Nella “Nuovissima Marvel” come è stata ribattezzata, la crisi economica ha colpito duro: Tony Stark/Iron Man è in bancarotta, i Vendicatori non hanno più né uno stipendio, né una sede e la loro popolarità è in caduta libera. Anche un altro personaggio simbolo, da sempre il più venduto, Spiderman, è cambiato: si chiama Miles Morales ed è un ispanico afroamericano giovanissimo mentre l’Uomo Ragno originale è diventato il Ceo di un’azienda ipertecnologica e progressista (in uno dei primi numeri si celebra il matrimonio tra uno dei capi della sua corporation e il suo compagno), una specie di Steve Jobs.

Neanche gli dei vengono risparmiati: il “potente” Thor, il biondissimo eroe tratto dalle saghe nordiche è addirittura diventato donna (la testata ora si chiama “la potente Thor”) e per di più, quando si trova nella sua forma umana, ammalata di cancro e in chemioterapia. Ogni volta che si trasforma in Thor accorcia la sua vita umana perché la trasformazione annulla gli agenti chimici delle chemio, ponendo dunque un ulteriore tema di riflessione. Intanto il suo storico nemico Loki è di volta in volta uomo o donna, un mutaforma dall’orientamento sessuale liquido.

C’è anche una donna ragno, Jessica Drew, che però è incinta e per la prima volta mostra le difficoltà di essere una superoina in dolce attesa: si capisce bene quanto possa essere attuale nei suoi risvolti. Il nuovissimo Hulk è invece un teenager di origine asiatica dall’intelligenza e… gli ormoni molto sviluppati. Uno dei personaggi su cui si punta di più per il futuro è Black Panther: la sceneggiatura è stata affidata a un team “all black” guidato da Ta Neisi-Cohates, uno degli scrittori contemporanei più influenti degli Stati Uniti. “Black Panther è sempre stato considerato un sogno nero, una negazione vivente dell’idea suprematista bianca” ha dichiarato in proposito. Il primo numero della sua nuova serie è stato un successo epico: 250mila copie vendute per un incasso di quasi un milione e mezzo di dollari.

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Un altro tema caldo è l’Islam a cui viene dedicata addirittura la testata che contiene il nome della casa editrice: Ms Marvel. Che in questa nuova incarnazione è una ragazzina pachistana di sedici anni, Kamala Khan, che si trova a vivere le contraddizioni tra i dettami della tradizione familiare, la società americana e i superpoteri, che non sono altro che una metafora del suo corpo di adolescente in mutazione: sono poteri buffi come la capacità di ingrandirsi una mano o un piede.

La sua sceneggiatrice, Willow Wilson, scrittrice e figura pubblica convertita all’Islam, tra l’altro non ha esitato a dire cosa pensa della donazione di Perlmutter a Trump sul suo sito Tumblr: «Non possiamo non chiederci che cosa significhi questa cosa per i fan della Marvel. La donazione viene dalla sua fortuna privata o i soldi che i lettori spendono per comprare i comics sono finiti a supportare un candidato politico che vuole deportare milioni di immigranti, costruire un muro ai confini col Messico e costringere le minoranze religiose a portare un badge d’identificazione?».

Non mancano infine i personaggi destinati a un pubblico hipster come la bizzarra Squirrel Girl, la ragazza scoiattolo. «Con lei abbiamo creato un nuovo tipo di pubblico», spiega Alex Alonso, direttore generale Marvel Usa «ma in generale questa rivoluzione è stata trascendentalmente positiva, oltre ogni aspettativa. Finalmente tutti possono riconoscersi: i miei nipotini per esempio, che sono coreano-americani, impazziscono per il nuovo Hulk».

Anche i media hanno seguito il cambiamento con grande attenzione. «Sì, per loro è un grande tema, soprattutto in tempi di elezioni. La Marvel è sempre stata ”avanti” del resto: già il tema dei mutanti guardava alla diversità, che peraltro è ampiamente rappresentata all’interno del nostro staff editoriale». Peccato che l’amministratore delegato “Ike” Perlmutter non la pensi così ma anche questa è democrazia: Marvel alla fine sembra seguire i suoi lettori, non i suoi amministratori.

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Del resto il vero fattore determinante delle scelte è sempre il denaro e i risultati di tutti questi cambiamenti non sono mancati: al momento della “rivoluzione” a ottobre 2015, la Marvel ha ottenuto un market share del 43,65 per cento (contro la DC che aveva il 21,85), piazzando dieci titoli su dieci in top ten, tutti o quasi oltre le centomila copie.

Una trasformazione che ha risvolti sociali e politici su cui il direttore generale Alonso si smarca: «Per noi la politica non è mai stata un tabù. A volte abbiamo affrontato un tema di petto, altre usando delle metafore, come quando abbiamo fatto Civil War, che è stata la storia più venduta di sempre e di cui è appena uscito un film che ha incassato oltre un miliardo di dollari solo negli Usa. Anche in Civil War si affrontano due fazioni: una guidata da Iron Man che vuole che gli eroi si registrino legalmente, l’altra da Capitan America che è contrario e diventa un fuorilegge. E da giugno uscirà Civil War II».

Insomma, riuscirà il mondo dell’apparente leggerezza, dell’intattenimento, dei comics a vincere la ricetta altrettanto pop (o meglio, trash) e iper-reazionaria di Donald Trump? La battaglia è aperta ma non sottovalutate il geek-power: il popolo dei lettori di fumetti e giocatori di videogame ha già da tempo preso in mano il potere economico. E se non in questa, nella prossima tornata elettorale è molto probabile che potremmo vedere al potere il primo presidente “geek”.

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