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Caravaggio e la disobbedienza

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Pubblichiamo un articolo uscito sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Quando, in Italia, la ricerca dell’obbedienza dei sudditi ha preso il posto del perseguimento della libertà dei cittadini? Quando, per essere più precisi, quelle forme di gestione del sottopotere e del consenso, e di condanna di ogni eresia, quei modi da vicereame spagnolo sono diventati dominanti, fino a costituire un tratto essenziale del carattere nazionale?

A queste domande, Ermanno Rea dedicò non solo un saggio uscito nel 2011 per Feltrinelli, La fabbrica dell’obbedienza, ma anche un altro testo teatrale, meno noto, che sarebbe dovuto diventare uno spettacolo per i Teatri Uniti di Napoli, e poi un video per la regia di Lino Fiorito. Alla fine non se ne fece niente, ma Rea decise di consegnare il testo alla casa editrice Manni, che ora – dopo la scomparsa dello scrittore napoletano, avvenuta lo scorso anno – lo ha pubblicato con il titolo La parola del padre. Caravaggio e l’Inquisitore, insieme allo storyboard ideato da Fiorito.

La parola del padre è uno strano dialogo, che prende le sembianze di un lungo monologo. Al centro della scena c’è un Caravaggio silente che rievoca – o immagina di ricordare – seduto davanti a una tela bianca un interrogatorio subito da parte dell’Inquisizione. In scena, Caravaggio rimane muto, ascolta, si limita a qualche gesto, a uno sdegno e a una impotenza che non assumono mai una forma verbale. L’Inquisitore, invece, sproloquia dall’inizio alla fine. Parla, congettura, minaccia, lusinga, ammonisce…

Al centro del monologo vi sono il giudizio impietoso sull’eresia costituita dalla pittura del Caravaggio, e il terrore che essa provoca presso la curia romana. L’Inquisitore non accetta, non può accettare, la scelta di campo di Caravaggio: il “vostro concepire la pittura quasi come cronaca o specchio di quella vita degradata che alligna ai margini di tutte le città – ma soprattutto oggi qui a Roma, diventata la capitale di ogni genere di malaffare – nella convinzione che è là che Dio va cercato. Per voi insomma è la carne il luogo di residenza di ogni verità. E questa, prima ancora che una bestemmia, è un’eresia”.

Caravaggio non solo pone la grazia all’interno dell’uomo, e non nell’alto dei cieli, ma precisamente la fa abitare tra gli scarti della società, tanto che nei suoi quadri santi e madonne hanno il corpo, il volto, la lingua di ladri, prostitute, pazzi, vagabondi, bari… un’umanità che esplode ad esempio nella tela delle Sette opere di Misericordia conservata al Pio Monte della Misericordia. È qui che nasce il germe di una pittura percepita come dissidente, non molto distante dalle cogitazioni del filosofo di Nola, Giordano Bruno, arso vivo in Campo de’ Fiori.

Ora, in questa critica, come non può non notare forse anche lo stesso Caravaggio, c’è un evidente paradosso. Proprio laddove la pittura del Merisi si avvicina all’essenza stessa del messaggio evangelico, e al suo ribaltamento della visione consueta delle cose e dell’ordine sociale, l’Inquisitore se ne allontana con il terrore degli occhi. Perché per una Chiesa che miri al mantenimento dell’ordine, e alla sua perpetuazione nei secoli, la “spada” evangelica e lo scandalo di Caravaggio sono da rifuggire come la peste. L’Inquisitore invoca un Dio d’ordine, e l’Inquisizione non è che il braccio – ora raffinato, ora brutale – atto al risaldamento della sua immagine.

Laddove la gente comune ha bisogno di gerarchie, non vuole pensare, non vuole sentirsi in colpa, né essere additata per questo o quella mancanza, la Chiesa (qui intesa nel senso ristretto di curia temporale) è sempre pronta a gestire le umane debolezze. È sempre pronta a rispondere alla paura della libertà con il conforto dell’obbedienza de-responsabilizzata. E qui, per Rea, proprio nel Seicento, inizia a definirsi il carattere nazionale.

La parola del padre si colloca così lungo la scia della critica dei costumi degli italiani, che va da Leopardi fino al Novecento, fino forse ai Ricordi tristi e civili di Cesare Garboli. Ma c’è anche dell’altro. Nel monologo dell’Inquisitore non è difficile rinvenire echi della Leggenda del Grande Inquisitore contenuta nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, “leggenda” che ruota intorno alla figura di un Inquisitore che sostiene che per perpetuare la presenza della Chiesa nel mondo è necessario limitare gli inumani eccessi evangelici, tanto che se Gesù tornasse nel mondo, sarebbe pronto a farlo giustiziare nuovamente.

Per essere presenti, serve il potere. E, per puntellarlo, serve un’istituzione come l’Inquisizione, che pretende e realizza l’obbedienza delle menti. A conclusioni non tanto dissimili giunge ad esempio anche Nicola Chiaromonte, in suo bellissimo racconto, Il gesuita, scritto all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, in cui riflette sulla capacità della curia romana di sopravvivere a ogni scossone della storia, interpretando fino in fondo l’animo degli italiani, e sapendo a suo mondo riplasmarlo: “Nessun’altra organizzazione, mi venne fatto di pensare, poteva ottenere tanto da un essere umano, semplicemente perché nessun’altra organizzazione si prende la briga di lavorare tanto a fondo su un individuo. Certo non un partito politico, e neppure lo Stato, per totalitario che sia.”

Ma come interpretare allora il silenzio di Caravaggio davanti al monologo dell’Inquisitore? Quale peso gli dà Ermanno Rea? E come sarebbe stato messo in scena, questo silenzio?

È quel silenzio la parte più enigmatica di La parola del padre. È un silenzio dettato dalla paura? Dall’accondiscendenza? Dalla semplice constatazione che davanti a un potere ottuso non si può fare altro che tacere?

Quel silenzio, a ben vedere, è lo stesso silenzio che avvolge gli autoritratti del Caravaggio, quando il pittore si dipinge all’interno dei suoi quadri. Quell’uomo in un angolo appare sempre silente, quasi impotente, davanti alla violenza del mondo. A quella che esplode brutalmente. E a quella sublimata nei gesti e nelle parole.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
Un commento a “Caravaggio e la disobbedienza”
  1. Nicola Spinosa scrive:

    Lettura perfetta: di Caravaggio, conoscitore e interprete del Vangelo di Matteo, e del pensiero di Erasmo da Rotterdam, molto diffuso nella terra lombarda dal primo ‘500; ma anche di quanto scritto da Ermanno Reale e non solo nel secondo dopoguerra. Nicola Spinosa

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