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Le voci di Carmen

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(Fonte immagine)

Non voglio essere tormentata, né soprattutto comandata.

Quello che voglio è di essere libera, di fare quello che mi piace. 

Carmen, atto III

Lo scorso 21 giugno l’Arena di Verona ha ospitato la Carmen di Georges Bizet, regia di Franco Zeffirelli e costumi di Anna Anni. Quella sera correva il centenario della prima rappresentazione dell’opera bizetiana nell’anfiteatro veronese e il miglior modo per celebrare una tale ricorrenza era quello di affidarsi a una versione tradizionale e in un certo senso autoritaria: l’allestimento realizzato nel 1995 da Zeffirelli e riproposto numerose volte, regia e scene ormai storiche che, senza troppi azzardi, consacrano un filologico spaccato andaluso e interpretano con maestria la drammaticità dei personaggi.

Ero presente quella notte ma questa non sarà una recensione sulla messinscena.

Carmen è un’opéra-comique, genere operistico francese che contempla anche dialoghi parlati, ed è suddivisa in quattro atti o quadri, ognuno dei quali riesce perfettamente a custodire un determinato modo di essere della protagonista, la quale muta e si evolve in corso di narrazione, mantenendo sempre consequenzialità e soprattutto coerenza con la sua più vera indole.

Carmen, nel libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, tratto dall’omonima novella del mistico scrittore parigino Prosper Mérimée, non vantò un inizio colmo di soddisfazioni ed infatti la prima rappresentazione, del 3 marzo 1875, all’Opéra-Comique di Parigi, non fu accolta con ardore.

Mancò forse da parte degli spettatori un degno livello di comprensione dei temi, che furono infatti ritenuti scandalosi per l’epoca e poco adatti a un pubblico di buone famiglie. Parigi non era pronta e Bizet non resse il colpo. Morì infatti tre mesi dopo la prima e rimase all’oscuro del riconoscimento altissimo che l’opera poi ebbe.

Si tratta di una vicenda molto amara, non solo se riferita all’apparente sconfitta artistica del compositore, che si fece letteralmente ammalare da quel primo insuccesso, ma il dispetto più cocente sta, a mio avviso, nel mancato riconoscimento iniziale della sua abilità di indagine comportamentale e psicologica circa l’universo femminile. Mi riferisco al personaggio di Carmen, nel quale convivono i molteplici aspetti della natura muliebre. La sensuale gitana conserva una vocazione selvaggia e indomabile ma in ogni scena fa sì che questa natura ferina indossi un differente abito, scelga una peculiare collocazione nel circostante.

È nel primo atto che una musica elettrica e vibrante annuncia l’ingresso della zingara, la quale, da quel momento in poi, diverrà il perno di tutto, il polo magnetico di ogni attenzione maschile e femminile.

Lei lancia un fiore a Don José, brigadiere del corpo di guardia, e con spavalderia lo conquista; lei sfregia una sigaraia e per questo merita l’arresto; lei corrompe José che allenta i nodi e la lascia fuggire, finendo quindi egli stesso in prigione; è sempre per lei che lui abbandona il recinto di giustizia e civiltà e si accoda ai contrabbandieri rifugiati in luoghi isolati e rocciosi.

Carmen sceglie, non viene scelta e allora, fedele a questo principio di libertà assoluta, proprio quando il suo uomo ha rinunciato ormai a tutto, lei si distacca e ammicca al torero Escamillo, scatenando un fatale delirio di gelosia.

José la supplica di tornare ma lei sprezzante lo respinge, confessando con cinismo e onestà i suoi nuovi sentimenti. Carmen non mente mai ed esaudisce fino alla fine il flusso rapinoso delle sue emozioni.

Nel quarto ed ultimo atto, sulla scena calda e rossa della piazza principale di Siviglia nel giorno della corrida, avviene l’irreparabile: ormai avvelenato dalla gelosia, don José, durante il trionfo di Escamillo vittorioso contro il toro, si scaglia addosso a Carmen e con una pugnalata la uccide.

È dunque lei, anche in questo disgraziato epilogo, a dettare le condizioni. Il pretestuoso innamoramento nei confronti del torero non è altro che l’ennesimo mezzo per ribadire la sua indipendenza e per sancire quindi l’allontanamento dal precedente uomo, che andrà ferito e tradito nel profondo attraverso una confessione tanto cruda e brutale. Gli amanti deludono Carmen e non si dimostrano in grado di seguirla fin nei “più alti dirupi” ed è a questo punto che l’unica soluzione diviene proprio la morte, ossia la fine di ogni scelta:

Jamais Carmen ne cédera!

Libre elle est née et libre elle mourra!

Atto IV

Ogni personaggio dell’opera si definisce nella sua anatomia solo se accostato alla gitana. Micaela ad esempio, fidanzata devota di Don José (che lo informerà, nel terzo atto, del letto di morte della madre e della sua volontà di un estremo saluto da parte del figlio), non contemplata nella novella di Mérimée, non è altro che il contraltare di Carmen, ossia tutto quello che la sigaraia non è. Femmina pia e ancillare, desiderosa di regalare al suo uomo prole e non patimenti, si profila agli antipodi rispetto alla nostra primadonna che invece incarna l’eterna dialettica tra apollineo e dionisiaco, la violenta lotta fra torero e toro, fatta di polvere, carne e sangue.

È proprio quest’ultimo accostamento fra Carmen e la timorata Micaela che mi suggerisce un’altra coppia celebre: Rossella e Melania Hamilton in Via col vento. Entrambe le protagoniste, di Bizet e di Fleming, come spesso avviene quando si trattano donne tanto imponenti, sono al contempo carnefici e vittime e il loro spirito è abitato da una duplice tendenza, che non è un’alternativa ma una dualità vera e propria.

Dannano tutti coloro che si imbattono nella loro danza maliarda, destinati a patire ed espiare il peccato di amare una donna sbagliata. Queste arrivano a ferire e a scatenare disordini e lutti solo per accondiscendere ai più capricciosi desideri.

Sono però entrambe vittime e lo sono in un’accezione alquanto sottile. Non parlo della morte di Carmen, martire per antonomasia in quanto donna uccisa, e neppure del celebre abbandono finale di Rossella sulla soglia di quel nebbioso portone, ma mi riferisco alla tendenza di queste eroine, così come di svariate donne, di divenire innanzitutto vittime di loro stesse.

Sia la spagnola di Bizet che Miss O’Hara incappano nella forza distruttrice della loro natura e saranno proprio esse le prime a sabotare ogni possibile prospettiva di serenità e benessere nelle loro vite. Queste due signore, concepite in “scenografie” radicalmente differenti che si fanno però, in entrambi i casi, delle estensioni dei rispettivi stati d’animo, sono disorientate dalla medesima altalena dei loro umori e finiscono con l’essere in balia delle più irrazionali volontà.

Qualunque uomo alle prese con simili diavolesse (nel terzo atto non a caso José si rivolgerà a Carmen così: tu es le diable, Carmen?) ne sarebbe uscito sbiadito nei tratti e dalla esile personalità.

José e Rhett Butler, pur fallendo nell’intento di domare le due ribelli, riusciranno a non scolorire e a mantenere una viva dignità drammaturgica, il secondo molto più del primo: consci, e a tratti fieri, dell’incantesimo che li danneggia e consuma attimo dopo attimo, si ostinano a perseverare, confermando la scelta d’amore e passione fatta fino alle più estreme conseguenze, da una parte l’uccisione dell’amata e dall’altra il tagliente congedo (“Francamente me ne infischio”).

Speculare al dramma bizetiano anche la figura di Melania nel film, che si presenta come alter ego perfetto a Micaela: entrambe infatti sono funzionali a tratteggiare i caratteri delle protagoniste. Attraverso il paragone con i loro gesti retti e di buon cuore, l’anticonformismo di Carmen e Rossella si accentua ancor di più. Ogni azione altruista e ponderata delle nostre brave donne non farà che mettere in risalto la passione compulsiva e devastante che muove le decisioni delle altre due.

Proprio mediante tale alternanza di anime femminili così lontane, Bizet ha ottenuto uno studio accurato e serio della cifra femminile, che racconta di una donna vittima e carnefice, capace di dolcezza e irriverenza, in grado di sedurre così come di disprezzare, di amare ma anche di morire.

Durante il terzo atto, che si apre sulle isolate montagne, nel covo dei contrabbandieri, Carmen, disillusa ormai a causa dei continui litigi con José, interroga le carte, che le predicono una morte prossima. Questo gesto, a prima vista solo strumentale allo snodo narrativo, possiede a mio parere una valenza simbolica e mette in luce ulteriori nicchie dell’animo della gitana.

Carmen chiede responsi magici e scopre un destino di dolore e lutto, che decide non solo di ignorare ma anche di sfidare. Questo è il primo scopo di tale passaggio dell’opera, finalizzato a definire ancor di più l’irriducibilità della nostra.

Non è però un caso che venga interessato proprio il linguaggio magico, che da sempre contraddistingue una certa categoria di donne centrali in miti e letterature, le cui “qualità” sono spesso state degradate a follia o stregoneria, in quanto gli schemi ipocriti e convenzionali della società non riuscivano a conformarle o arginarle.

Cito, fra le numerose, Cassandra, la profetessa inascoltata dell’Agamennone di Eschilo, emblema del dramma dell’incomunicabilità che conduce ai più penosi esiti; come penso a Medea, anch’essa maga, inoltre barbara e moglie tradita, divenuta madrina di furor, gelosia e vendetta.

Non prescindendo dai capolavori omonimi di Christa Wolf, “Cassandra” e “Medea. Voci” (e/O edizioni), con cui la scrittrice tedesca offre una prova unica di forza intellettuale, inabissandosi nei meandri del mito per riconsegnare una verità di coscienza, quest’ultima riflessione è d’obbligo.

La veggente figlia di Ecuba e Priamo annuncia la grande rovina ma non viene tenuta in considerazione.

La maga barbara della Colchide perde il senno per l’affronto subito dal marito Giasone e giunge a sacrificare i suoi stessi figli.

La gitana ribelle scopre dalle carte la tragedia che l’attende ma rimane fedele al suo disegno di libertà, andando incontro alla morte.

Non scorgo tra le pieghe di queste personalità soltanto impulsi irrazionali e violenti ma anche la vitalità di un sapere archetipico e istintivo. Sconcertanti nelle loro scelte, tuttavia non incomprensibili, sono donne che cedono a impulsi errati ma infondo non hanno alternativa in questo tempo e in questo spazio, se non quella innaturale di tradire la loro concezione del mondo, possibilità rispetto alla quale preferiscono rassegnarsi al massacro.  

È così. è andata a finire in questo modo. Perché non c’é modo di correggerci.

Che cosa mi resta. Maledirli. La maledizione su tutti voi. Che i vostri pianti possano salire al cielo senza commuoverlo. Io, Medea, vi maledico.

In quale luogo, io? È pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa star bene? Qui non c’è nessuno a cui lo possa chiedere. E questa è la risposta.

Dal finale di “Medea. Voci” di Christa Wolf, e/o edizioni 1996

Bianca Maria Sacchetti, marchigiana, studia a Firenze Lettere Classiche. Dopo aver lavorato in ambito editoriale è attualmente autrice e conduttrice tv.
Commenti
2 Commenti a “Le voci di Carmen”
  1. RobySan scrive:

    A ogni Bianca Maria piacerebbe essere Carmen!

  2. Fausto scrive:

    Personalmente ti faccio i complimenti per questa lettura che ci hai proposto.
    La storia di Carmen, è una storia comune a molte donne di oggi, spesso infelici anche se voluttuose.
    E’ il solito problema che si ripropone: ancor prima della gelosia, è l’uomo che non comprende e vuole comprendere questo tipo di donna (c’è una volontà in questo).
    E lei, Carmen, che sfugge da qualsiasi regola, che respinge l’assoggettamento e che infelicemente passa tra le braccia di diversi uomini, forse sperando di essere anche compresa.
    E non a caso Carmen è una donna gitana, per questo libera ed indipendente, che non teme l’ira di Josè e che respingerlo avrebbe accentuato la follia.
    In questo ci vedo molta coerenza con il suo carattere, uno spirito libero che non si piega a niente e nessuno.
    Una donna “fedele” alle proprie convinzioni ed alla “pratica”

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