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Caro John Keating, scenda pure dalla cattedra. (Sull’immaginario scolastico nella recente letteratura italiana)

Questo articolo è uscito su Orwell, inserto culturale di Pubblico

Dalla forma che prende un tema nelle sue incarnazioni letterarie possiamo giudicare del suo stato di salute sul piano del discorso pubblico? Mentre prosegue ininterrotto lo spinoso dibattito tra antichi e moderni, nella selva oscura dei tagli e delle sempre più labirintiche e scoraggianti vie all’iniziazione professionale degli insegnanti, la letteratura che parla di scuola si riproduce in maniera quasi virale. Impossibile seguire tutte le pubblicazioni accumulatesi in questi anni. Certo sono molte, e di certo possiamo mettere in conto a questi libri una tendenziale mancanza di originalità che spesso, se non conduce alla demagogia (come lamentava Cortellessa su “Tuttolibri” di un paio di settimane fa), misura la frugalità delle ambizioni degli scrittori in questione. Per una preoccupazione molto “corretta” di attualità (e perché questi libri “funzionano”), lo scrittore (che spesso quell’attualità se la vive addosso, essendo anche insegnante) rinuncia a parte del suo ruolo per farsi frettoloso analista, opinionista, cronista. La visionarietà, la libertà di azzardare scenari radicali, ipotesi dissacranti e deformazioni capaci di esplorare i lati più reconditi dell’esistente, tutto questo sembra perdersi completamente nell’appiattimento polemico dell’odierna letteratura “scolastica”.

Nulla di simile alla perspicacia che possiamo trovare, intatta nonostante gli anni, in trasfigurazioni espressionistiche del mondo della scuola come Ferdydurke di Gombrowicz o La classe di Hermann Ungar (recentemente riproposto da Silvy edizioni). Neppure incontriamo oggi personaggi capaci di dare un autentico spessore esistenziale all’esperienza di quel microcosmo, come nelle favolose aule dei collegi dei grandi romanzi di formazione, dal Törless a Dedalus, all‘Oratorio di Santa Teresa del nostro Bilenchi: tutto scivola precipitosamente verso il piano giornalistico degli eventi. Ci sono eccezioni: è uscito in questi giorni Una classe difficile (Fazi) di Giulia Bozzola, insegnante di Pordenone al primo romanzo. Un libro notevole, tutt’altro che prevedibile, al cui centro si muove una professoressa cupa, apparentemente demotivata, stranita: una specie di Mersault docente nella montagna friulana, eppure capace, paradossalmente, di far breccia nella ritrosia dei suoi “difficili” studenti. Il contrario di un modello d’insegnante (interamente votato al mestiere, zelante, pieno di fiducia e buona volontà) che mi balza alla memoria pensando ad altri romanzi italiani e che vale pure, forse, come sintomo di una preoccupante banalizzazione dell’immaginario scolastico. Se ne trovano tracce in – cito a caso – Mastrocola, Bajani, Affinati, Parella, in molti libri degni d’interesse e anche, anzi soprattutto, in clamorosi best-seller come quelli di D’Avenia, ormai adottati da numerose scuole (cattoliche) come libri di testo o consigliati. Penso al professore di Bianca come il latte rossa come il sangue (prossimamente in arrivo anche un film), con quegli occhi che brillano perennemente, le sue frasi a effetto e la continua retorica del “sii te stesso” e “insegui il tuo sogno” mutuata, come lui stesso confessa, dall’archetipo del professore-profeta: Robin Williams che nell’Attimo fuggente saliva in piedi sulla cattedra e strappava i libri. Impossibile ripercorrere la lunga discendenza filmica di questo personaggio, ma per capire quanta strada ha fatto basti pensare al professore che in The detachment si erge come un salvatore sofferente in un mondo che pare una goffa caricatura del Male Assoluto.

Marco Lodoli – pure autore de Il rosso e il blu, da cui Piccioni ha tratto un film (modesto) appena uscito nelle sale – ha pubblicato anni fa una bella raccolta di racconti intitolata Professori e altri professori quasi interamente dedicata al lato oscuro degli insegnanti: in uno di questi un professore istrionico rovina la vita di uno studente incapace di trarre dai suoi ispirati consigli altro che un cumulo di illusioni destinate al fallimento. Ma una caratterizzazione così ambigua e problematica è rara (stando all’attualità editoriale: vi si avvicinano soltanto l’insegnante idiosincratico di Cornia che ne Il professionale esordisce licenziandosi da “quella orrenda istituzione”; o il disilluso professore del secondo libro di Starnone Il salto delle aste, di nuovo nelle librerie a fine mese). Molto più spesso un’aura di eroismo circonda le gesta degli insegnanti romanzeschi (e cinematografici) come se una matrice religiosa, travestita da missione civile, insistesse nel loro profilo. Cito una frase rubata da La scuola è di tutti, saggio molto duro e intelligente dello scrittore-insegnante Girolamo de Michele: “Le religioni hanno bisogno della miseria per perpetuarsi, esse la mantengono per dare maggior risalto ai loro atti di carità. Ebbene, il sistema educativo agisce forse diversamente quando presuppone nell’allievo una debolezza costitutiva, sempre esposta al peccato di pigrizia e di ignoranza, da cui può assolverlo solo la missione per così dire sacra del professore?”.

Per smettere di essere cattedratici non basta scendere dalla (o salire in piedi sulla) cattedra: l’atteggiamento carismatico può anzi ostacolare la reciprocità più gravemente di un manifesto autoritarismo e mantenere intatta, al riparo da ogni critica, quella “cornice rituale” dell’insegnamento scolastico di cui parlava Ivan Illich in Descolarizzare la società, un libro estremista e utopico, certo, ma ancora pieno di spunti importanti. Insomma, se penso ai risultati della recente letteratura a tematica scolastica vedo una tendenza alla semplificazione commerciale e un appiattimento piuttosto compiaciuto su modelli scaduti e inefficaci. Ma la letteratura può, anzi deve, volare in alto: se neppure un romanzo – nel suo spazio chiuso, protetto, sperimentale – si permette di prendere il reale per il collo e strapazzarlo, scuoterlo, cambiargli i connotati, come possiamo credere che un passo avanti in questa direzione verrà mai fatto da chi, di quel reale, è parte sensibile e ne subisce ogni giorno i ricatti?

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
6 Commenti a “Caro John Keating, scenda pure dalla cattedra. (Sull’immaginario scolastico nella recente letteratura italiana)”
  1. Ilenia scrive:

    Su Orwell di quale giorno, è apparso questo articolo?

  2. christian raimo scrive:

    Del 29 settembre.

  3. Enrico Marsili scrive:

    “in uno di questi un professore istrionico rovina la vita di uno studente incapace di trarre dai suoi ispirati consigli altro che un cumulo di illusioni destinate al fallimento”.

    D`accordissimo, l`Universita` non e` un teatro. La scuola superiore ha bisogno pero` dell` interazione personale, e qui l`insegnanete starnoniano dovrebbe essere il punto di riferimento.

  4. Davide scrive:

    Orwell è bellissimo, complimenti. Consiglio di pubblicare qui la grandiosa poesia di Morici uscita sull’ultimo numero.

  5. girolamo de michele scrive:

    Grazie per la citazione di quella frase “rubata” al mio La scuola è di tutti, ma è, per correttezza, la citazione di una citazione: è tratta da Raoul Vaneigem, Avviso agli studenti, che si reperisce con facilità in rete (e che invito a leggere, come contributo alla discussione).

  6. Pisacane scrive:

    A me la citazione di vaneigem non fa impazzire. Non credo nè nella debolezza costitutiva nè nella purezza primigenia.

    Noto tutti i giorni il degrado culturale e morale della maggior parte delle famiglia italiane, che delegano l’educazione dei loro figli a tv, religione calcistica, youtube, videogames, i-phone, youporn.

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