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Carriere

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica

Qualche anno fa, in una prestigiosa galleria di Soho – uno di quei templi dell’arte newyorkese per esporre nel quale un emergente (come si dice) sarebbe disposto a vendersi la madre – comparve un’installazione piuttosto bizzarra. A una stanza dall’ingresso, delimitata dalla classica cordicella nel cui perimetro magico siamo spinti a scorgere meraviglie anche quando non ci sono, giaceva una montagna di biglietti da visita. Un castello di carte plurireferenziato. A sporgersi in avanti per sbirciare l’intestazione di alcuni cartoncini, si trovavano nomi di galleristi e critici d’arte, ma anche di scrittori, editori, registi cinematografici e teatrali, giornalisti di grido. Persino (caratteri argentati su sfondo rosa) un senatore eletto nello stato del New Jersey. Autore dell’opera, un artista ventottenne.

Il giovane discepolo di Duchamp (il quale, quasi un secolo fa, si fece beffardamente stampare bigliettini da visita con sopra scritto: “Rrose Sélavy, ottico di precisione”) interrogato sul significato della creazione, rispose serafico: “sono i bigliettini da visita di tutte le persone che mi è toccato frequentare per riuscire a esporre in questa galleria”.

Chiunque ritenga che un calzino di un’adolescente di Balthus valga mille squali in formaldeide di Damien Hirst sarà già scappato a gambe levate, e anch’io di regola farei parte della vecchia scuola. Ma in questo caso devo ammettere che la provocazione è un efficace specchio rovesciato del mondo contemporaneo a proposito del concetto di carriera.

Alcuni di noi sognano di lasciare un segno, e nelle proprie più segrete ed elevate aspirazioni desiderano farlo attraverso opere durevoli, alla stregua di Picasso, di Albert Sabin o dei padri costituenti, a seconda di inclinazioni e aree di competenza. Altri (anche più eroicamente) si accontentano di progredire nella vita causando meno danno possibile. È tuttavia sempre più diffuso, in entrambe le categorie, il terribile sospetto che intessere una fittissima e ragionatissima trama di relazioni sia fondamentale (qui il paradosso!) perché abbiano successo quelle azioni che proprio la frenetica attività di advertising per noi stessi impedisce di fare sufficientemente bene.

Ecco le carriere di artisti per i quali la comunicazione conta più dell’opera, di imprenditori che affidano le mancate innovazioni delle proprie aziende a una rete di protezione politica, di uomini politici per i quali il prolungamento sine die di una carriera è più importante di ciò a cui quella carriera dovrebbe consacrarsi.

Marcel Duchamp aveva un nome per questo fenomeno. Macchina celibe. Un inutile gioco autoreferenziale a cui, sempre più spesso, sorge il sospetto che possa ridursi il mondo.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
4 Commenti a “Carriere”
  1. monica scrive:

    Ottimo l’apparato iconografico!

  2. Giorgio scrive:

    Da sempre gli artisti hanno dovuto intessere relazioni di comodo per arrivare ad esporre, non ne sono esenti certo i Michelangelo, i Bernini o i Monet – grandi pubblicitari di se stessi e creatori dei propri miti, oltre che delle proprie opere. La differenza è che gli artisti che sono passati alla storia sapevano fare eccellentemente entrambe le cose.
    Troppe sono le lettere di dedica dei letterati cortigiani, gli spartiti dei musicisti per le funzioni di papi e cardinali; tutto per acquisire notorietà. E l’elenco si potrebbe allungare di molto sull’arte asservita al potere e al mercato di allora, seppur ristretto.

    L’approccio contemporaneo è quello di rendere arte (quando vi si riesce, ovvio) anche i meccanismi che ne determinano le dinamiche, tentando di mostrare provocatoriamente i limiti di un’estetica, appunto, fin troppo dedicata all’opera come “feticcio” del potere. Il discorso è molto ampio, non si può ridurre certo ad un commento, e questo accenno di Lagioia lo trovo un po’ superficiale, nonostante io lo apprezzi molto, per puntualità e conoscenze, in tutti gli articoli che trattano di altre questioni.

  3. Curzio scrive:

    Chi è esattamente l’artista citato nell’articolo?
    grazie Curzio Varneri

  4. Nicola Lagioia scrive:

    Ciao Curzio. Non me lo ricordo più. Ho tutto su un vecchio numero nel “New Yorker” sbattuto da qualche parte in casa. Dovrei cercarlo.

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