Carta igienica di stato

di Christian Raimo

Qualche giorno fa ascoltavo una ragazza italiana che vive a Londra tornata a farsi le vacanze in Italia raccontarmi i riots: ho visto un sedicenne, un diciassettenne, diceva, che dopo aver saccheggiato un negozio di smartphone, ne aveva presi così tanti che non sapeva che farci e li rivendeva a cinque pounds l’uno. Ho pensato a questo ragazzino che, seppure per molti versi non sarà un esempio, aveva secondo me la ragione dalla sua per almeno un paio di motivi.

Uno, da un punto di vista dell’economia globale. Magari non aveva letto Il valore delle cose di Raj Patel ma stava comunque a suo modo applicando una forma di giustizia distributiva: cinque pounds è più o meno il prezzo di fabbrica di certi telefonini superaccessoriati usciti dagli stabilimenti cinesi, tipo la Foxconn – questa immensa comunità operaia di 300.000 dipendenti (e qualche decina di suicidi l’anno) dove la paga media è di 130 dollari al mese.

Due. In un certo senso non faceva altro che prendere alla lettera qualche slogan visto in giro, tipo quello della Nike con Wayne Rooney del Manchester che la spara grossa: Don’t be the target, be the weapon. Oppure quello della nuova Lancia Ypsilon che campeggia anche sulla metà dei cartelloni sei per tre in Italia. Che rimproverargli? Come molti suoi coetanei probabilmente cresciuto con il mito del Vincent Cassel che si scontra contro la polizia nelle banlieue dell’Odio, ne ha magari seguito la carriera, cattivo dopo cattivo, e ora sarebbe in grado di interpretare meglio di chiunque altro il senso di quel ghigno sfoderato sempre da Cassel alla fine dello spot girato da quello stesso Aronofsky che l’ha diretto nel Cigno nero: “A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo? Il lusso”, pausa attoriale, “è un diritto”. Figuriamoci un bel mucchio di iPhone.

Ci sono queste due ragioni (ragioni che non riescono a far empatizzare in parte con quella rabbia?) alla base della mia sicurezza che siamo alla fine di un’epoca politica anche per l’Italia. E che questa manovra di Ferragosto è il cappio al collo con il quale il governo Berlusconi si sta impiccando da solo senza neanche rendersene conto o non potendo fare altrimenti.

Questa è la sensazione. Ogni giorno che viene fuori un’ulteriore dichiarazione ufficiale o ufficiosa su una correzione aggiuntiva, ogni giorno che i mercati subiscono una tempesta che lascia anche il manifesto a corto di titoli apocalittici, si sente più nitido il rumore di una sega concentrata sul ramo sul quale questo governo e questa classe politica si è seduta.

E allora dà un piacere macabro ascoltare le conferenze stampa di Tremonti e andare a rileggersi le parole che utilizzava nel suo libro La paura e la speranza, giusto un paio di anni fa. La crisi era finita, il futuro era alle porte, gli economisti una manica di menagrami…

Come crea dei cortocircuiti niente male vedere Fiat Industrial sprofondare a meno 12% e ricordarsi che saranno mesi che ci siamo dimenticati: non abbiamo ancora ringraziato l’uomo col maglioncino…

La strategia politica di chi ha gestito e sta ancora cercando di gestire questa crisi si sta rivelando un kolossal del fallimento, una scena tipo una Letizia Moratti che aspetta fiduciosa l’arrivo provvidenziale di un Gigi D’Alessio. Inizia a risultare imbarazzante quest’illusione pervicace dei nostri ministri. Riuscire ancora a incantare qualcuno di essere capaci di guidare un paese: una convinzione che affonda le sue fondamenta su un castello di sabbie mobili.

Oltre i sorrisi laccati, i ghe pensi mì, i siamo solidi, i risorgeremo, va a un certo punto tenuto conto di un principio di realtà. E la realtà è che l’impianto economico, politico, e anche retorico, di questa finanziaria d’emergenza fa acqua: fa acqua per molti motivi strutturali da un punto di vista economico, ma ancor di più si rivela una fata morgana perché fa appello a un senso di responsabilità collettiva che è stato progressivamente smantellato esattamente da chi lo sbandiera ora come un valore comune, assoluto, scontato; demolito in nome di piccoli e grandi tornaconti personali, dei tamponi per salvare i governicchi, dell’incompetenza brada, del menefreghismo rivendicato, dell’evasione fiscale à la page.

Sono stati gli anni delle inaugurazioni dell’anno scolastico del Cepu e ora si chiede senso di responsabilità tagliando i fondi alle province: che dove prenderanno i soldi per rinnovare la scuola? Sono stati gli anni in cui il venticinque aprile qualcuno lo festeggiava a minorenni e barzellette riciclate, e ora a noi viene chiesto di lavorare? È successo neanche un annetto fa che i capitali (un centinaio di miliardi di puro non-ve-dico-come-l’ho-fatti) sono tornati dall’estero scudati fiscalmente al 5% e ora si pretende una tassa di solidarietà?

All’improvviso, come Lochness ferragostani, riemergono spiriti nazionali, europeismi leghisti, Tobin Tax, patriottismi emergenziali, Napolitani santificati ai meeting. Ora pare, si dice, che la barca è la stessa.

Ma qualche dubbio uno può continuare a averlo, no? Anche perché basta sfogliare un qualsiasi giornale di gossip estivo per capire che la barca non è la stessa. Su Chi di questa settimana, per esempio, c’era quella dell’imprenditore Briatore, dell’imprenditore Lucio Presta, o dell’ex-direttore generale della Rai Mauro Masi: persino a una prima occhiata uno si accorge che c’è una differenza tra tutte queste barche e i pedalò che uno continua a affittare nonostante i rincari del 15% rispetto all’anno scorso.

Per anni ci è stato detto che funzionava come la temperatura. Non si trattava di una crisi reale; era una crisi percepita. Ora si ammette che possiamo fidarci dei sensi. Così forse qualcuno di voi non si stupirà a sapere che anche quest’anno c’è stato un aumento nelle richieste di rateazione delle tasse. Siamo circa a un milione di italiani, che finanziano Equitalia e altre compagnie di giro con un paio di miliardi di interessi all’anno. E nemmeno vi risulterà strano immaginare come i piccoli e grandi enti locali reagiranno all’ennesimo saccheggio: utilizzando sempre di più i vigili urbani come agenti di recupero crediti (quanti di voi hanno preso una multa quest’estate su una amena provinciale isolata alle tre del pomeriggio?).

Il senso di collettività non si inventa da un giorno all’altro. Mi dispiace. Altrimenti sembra quello che è: un tentativo goffo, quasi patetico, di mascherarsi da terza classe per poter accedere alle scialuppe. Non è credibile chiedere una legittimazione ulteriore a una rapina perpetrata sulla spesa sociale da parte chi ha speculato per trent’anni sulla deriva del debito pubblico senza un’idea neanche minima di cosa volesse dire pubblico. Come dire, è un trucco scoperto. La finanziarie di emergenza, le tasse di solidarietà si costruiscono predicando per un welfare da difendere, per i beni comuni, per la giustizia sociale, non razzolando sulla intangibilità di privilegi acquisiti.

Altrimenti la prossima volta che uno compila la dichiarazione dei redditi forse sarebbe bene che trovasse vicino all’otto per mille anche una casella per la causale per poter inserire una noticina tipo: grazie mille dell’impegno profuso nel cercare trucchi da commercialisti balneari, ma questa crisi non la pagherei, gradirei invece destinare queste mie tasse a qualcosa che si possa chiamare Stato; nel frattempo che capiate cos’è, decido di destinarli alle scorte di carta igienica utili per l’anno scolastico imminente dei miei figli, così evito di fargliela portare da casa.

 

 

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
20 Commenti a “Carta igienica di stato”
  1. Alfredo scrive:

    Sottoscrivo anche le virgole. Complimenti.

  2. Davide scrive:

    Quest’articolo me lo voglio stampare su una maglietta e andarci in giro ovunque.
    Grande.

  3. marco mantello scrive:

    Essendo presente alla serata, e poiché le ragioni di quella ragazza che lavora a Londra non si riducevano al non aver letto qualcosa su tumulti e violenza di massa, domando: davvero è’ un bisogno primario della persona oggi possedere uno smartphone? Ha senso porre problemi di giustizia distributiva collegandoli al prezzo di produzione di uno smartphone e allos fruttamento dei lavoratori che lo producono quando il fine del mio atto di violenza è il mero procacciarmi uno smartphone, non anche la lotta perché quelle condiziondi di sfruttamento in cui versano gli operai asiatici vengano soppresse? Davvero la violenza senza finalità alcuna al di fuori della soddifazione di bisogni consumistici, indotti dal sistema economico, non si riduce alla mera contemplazione estetica, da parte di chi ragiona per ‘sentito dire’, di una città che brucia? Il problema dell’uso della violenza e delle sue finalità è molto più complesso, Breivik aveva delle finalità, per esempio ed è su quello, sui fini sulla loro giustifcatezza o meno, che si deve ragionare quando parliamo di violenza, senza dimentcare che atti di violenza finalizzati a qualcosa e violenza senza finalità, Stavrogin e Raskolnikvo spesso convivono e si sovrappongono in uno stesso evento storico. Anche a Genova c’erano delle finalità, a Seattle c’erano delle finalità, personalmente credevo e credo a quelle finalità e è la mia capacità di discernere, di giudicare gli scopi, che mi distingue forse da Breivik e dalle sue finalità, quando ragiono di ‘violenza passiva’ ed entro in un cpt di migranti bardato di caschi e forzando i cordoni di polizia.
    Di Londra e dei suoi riots non sappiamo nulla, al di fuori degli stanchi articoli di Repubblica dove raffigurano la figlia ribelle del professionsita accanto al sottoproletario che spaccano vetri per procacciarsi beni di consumo, consolidando la vulgata della giovinezza in cui non si ha nulla da perdere.
    Non lo so, il mio prossimo libro sarà dedicato a questi temi, con ogni probabilità, credo fermamente che il tumulto il caos la distruzione siano spesso il risultato di qualcosa che strisciava ed esisteva già, interna all’ordine e al bisogno di ordine e di paura del pericolo che caratterizza le società occidentali.

  4. marco mantello scrive:

    Insomma il problema secondo me è capire cosa si annidava già da prima, dietro l’evento scatenante la sommossa, che si riduce sovente a pretesto. La morte di un ragazzo di colore procurata dalla polizia (cfr. Rodney King, conflitti razziali) segna la fine dell’ordine e impone al potere costituito di ripristinarlo, anche con la violenza.
    Quali sono le cause, qual è l’inconscio ambientale, in quella determinata situazione storica? Per Londra l’uccisione di un uomo da parte della polizia scatena il bisogno incontrollato di consumismo, e dunque di giustizia distributiva (!), da parte di chi non può permettersi uno smartphone? E’ davvero tutto qui? Me lo dmando

  5. marco mantello scrive:

    Scusate un’ultima annotazione è un tema a cui tengo e mi permetto di insistere , vorrei che si evitassero, nell’analisi di fenomeni del presente, i vizi metodologici di applicare schemi sociologici su consumerismo e condizione postmoderna (ad es. Bauman) a un dato evento storico, così si appiattisce in un unico referente ermeneutico la comprensione, prima ancora che la valutazione storica di cose che magari sono molto diverse fra loro. Lo schema di riferimento alla Bauman sembra essere costante: non ho soldi e aspiro a consumare, perché questa società induce al bisogno insoddisfatto di consumare e si fonda su discriminazioni economiche fra chi può permettersi e chi non può permettersi determinati beni, sulla base del suo vincolo di bilancio. Si è vero, questo schema ha senz’altro un fondo di verità ma non deve essere a mio avviso anteposto all’analisi delle situazioni concrete, altrimento diventa uno scatolone, una chiave di lettura universale.
    Leggevo un pazzo di Ilvo Diamanti assai simile a questo, su internet, postato intorno al 17 agosto, a proposito dei Riots, dove appunto si citava la traduzione italiana di un libro di Bauman…

  6. @marco: capisco che che la postura ermeneutica a la Bauman possa essere usata come grimaldello utile in ogni occasione. Eppure essa rappresenta lo sfondo su cui ogni analisi di fenomeni come le #ukriots deve necessariamente basarsi, sia in senso diacronico che in senso sincornico.
    È indubbio che la condotta della polizia nei confronti dei familiari di Mark Dugano sia stata la scintilla che ha consentito a tensioni latenti di esplodere con la violenza che abbiamo osservato.
    Quello che in pochi hanno notato, tuttavia, è un dato che mi pare centrale per comprendere quanto accaduto e metterlo in una prospettiva tanto storica quanto politica.
    L’abbandono e l’obsolescenza dell’orizzonte rivoluzionario, che fino agli anni ’80 aveva costituito, nel bene e nel male, l’orizzonte di riferimento del disagio sociale ha lasciato posto all’unico orizzonte possibile che è, appunto, quello tutto interno al capitale del consumo e della frustrazione derivante da esso. La struttura a “picchi” e la tensione continua al possesso che sono proprie del capitale, così come le descrive Massumi, generano una frustarzione che, non potendo più sfograsi in una tensione al cambiamento, diventa violenza cieca.
    Non è lo smartphone come dispositivo (device) ad essere bene primario, ma sono il possesso ed il consumo ad esserlo diventati.

  7. marco mantello scrive:

    Si però allora perché un caso come quello di Rodney King a Los Angeles non è riducibile a simili schemi? Non è che prima non ci fosse un problema di possesso e di consumo indotti, anzi. Con Rodney King siamo nel ’92, all’inizio di un decennio che prende il posto dell’era del consumo per antonomasia i famigerati anni ’80 dei videogichi Atari. Non lo so io sarei cauto ad applicare teorie sociologiche al presente storico, la violenza cieca può essere il risultato di tante cose diverse che si accumulano nella testa di un pischello, sicuramente c’è un problema di implosione interna di un modello che è culturale prima ancora che economico in ogni caso resto convinto che se il bisogno frustrato e indotto che ha generato i fatti di Londra fosse il consumo di beni inutili, saremmo stati sommersi da riots a partire da molto prima. Insomma nella sostanza non me la sento di dare ragione a quel vecchio e qualunquistico film con Alberto Sordi, Fumo di Londra, credo e spero che la mente umana, ancorché alienata, sia un fenomeno più complesso e ricco di frustrazioni individuali, di un vissuto che forse non conosciamo, delle periferie pakistane dietro la vecchia City, oltre Brick Lane, dove pare che seppelliscano i morti nei cortili del palazzoni perché non hanno abbastanza soldi. La risposta, in ogni caso, non può essere delegate a una ideologia di destra tanto sovranazionale ed egemone, che fonda tutto sul bisogno di legalità sicurezza etc., è un modello molto pericoloso, da cui purtroppo non è immune la sinistra italiana, qui bisogna ricomoinciare a parlare di spesa pubblica, di infrastrutture, di sussidi di disoccupazioen con tutti i limiti del modello, ad es. tedesco, vabbè tutto qui un saluto.

  8. #marco: non conosco abbastanza bene il caso di Rodney King per poter esprimere un giudizio (nel ’92 avevo 9 anni). Quello che volevo intendere è che si dovrebbe fare una distinzione nelle valutazioni che si danno di eventi come quelli di cui stiamo parlando.
    Molti commentatori hanno calcato la mano sui saccheggi di beni hi-tech e di abbigliamento dimenticandosi o usando questo argomento per negare il ruolo chiave che il disagio sociale ha ricoperto nello scatenare queste rivolte. “Siccome, invece che dare l’assalto ai forni, questi rioters saccheggiano beni di lusso, allora il disagio sociale è solo una scusa”, questo il ritornello.
    Io sono convinto che, al contrario, il disagio sociale sia una realtà inequivocabile (si pensi che a Tottenham, il quartiere in cui è nata la rivolta, solo durante quest’anno sono stati tagliati del 75% i fondi destinati ai servizi sociali e comunitari), ma che non abbia altro orizzonte d’espressione che quello, tutto interno al capitale, del consumismo. Tutto qui.
    Per il resto concordo in pieno con la tua ultima conclusione: la risposta conservatrice e di destra a questi stimoli non può che essere deleteria…negli anni ’20 la chiamavano fascismo, oggi ha altri nomi…

  9. marco mantello scrive:

    Ok su questo siamo d’accordo, la risposta politica a quello che chiami disagio sociale che si risolve nel mero ripristinare l’ordine e nell’alimentare il bisogno di ordinesenza fornire risposte democratiche e partecipate sul piano delle tutele sociali dei più deboli sempre una forma di fascismo è, cioè merda, come fascismo è del resto teorizzare le tutele sociali calate dall’alto, in base a modelli autoritari di sovranità appartenente allo Stato in cui domina la solidarietà corporativa e la cooperazione fra le classi sociali (che ancora esistono, in molte parti del mondo).
    Però il problema della violenza, anzi delle forme di violenza collegate a determinati eventi storici, resta irriducibile a mio avviso a schemi giustificativi universali, e dunque anche a schemi sociologici imperniati sulla formula ‘consumo indotto e insoddisfatto’- ‘distruzione di vetrine’ etc. A ben vedere anche il discorso che facevo prima, sulla natura e la valutazione delle finalità di un atto di violenza, non è privo di forti ambiguità e va preso con le pinze, talora potrebbe ridursi a un mero: ‘il fine giustifica i mezzi’ e non andrebbe bene, voglio dire c’è un problema di valutazione delle ‘finalità’ di un atto di violenza, ma c’è anche anche un problema di gradazione dei mezzi, talora i mezzi non giustificano affatto il fine, e poi c’è un problema di invenzione di ‘fini universalmente giusti’ da parte di chi esercita il potere e scatena guerre (magari uno se li inventa, i fini, sai quante tsk force di studiosi a Stanford prendono soldi dalla fondazione Rockfeller per discettare di guerra preventiva, pericoli potenziali e armi di distruzione di massa,di guerra contro il ‘Terrorismo’). Insomma con tutta questa digressione voglio dire che il problema della valutazione politica di un atto di violenza, nel suo concreto e storico accadere non è mai inquadrabile in un modello astratto di comportamento umano. Da un lato l’etica, la filosofia morale, la sociologia, che pretendono di fondare comportamenti per il futuro, di controllare razionalmente l’uso della violenza, di orgnaizzarla come avviene nelle azioni di guerra dell’esercito americano. E questa è un’idea di ordine, deleteria criminale e fallimentare. Dall’altro l’etica, la filosofia morale, le lezioni di strategia militare, la sociologia, perfino la teologia, che pretendono di spiegare forme di violenza ‘non organizzata’ in base a schemi precostituiti, come nel caso dei riots inglesi.
    Gli schemi spesso saltano, dobbiamo riscoprire la storia, comprendere per valutare fenomeni storici, fuggire il problema astratto della giustificazione etica, o politica, o economica o sociologica di un atto di violenza. L’inizio dell’articolo di Christian, il richiamo alla giustizia distributiva dello smartphon, mi sembrava in questo senso viziato.

  10. esc scrive:

    Diciotto suicidi nel 2010 in un’azienda di 300.000 dipendenti, con una media cinese di 40 suicidi ogni 300.000 abitanti… Mi sfugge qualcosa?

  11. Federico Cerminara scrive:

    Christian, pensavo all’accostamento tra lo smartphone a cinque euro e la pubblicità di Vincent Cassel, (che tra l’altro sembra averti colpito: ne parlavi anche giorni fa al Valle). Se è vero che il lusso è un diritto di tutti, rimane solo da capire come ottenerlo. Ce lo spiega il ragazzino inglese, che di tutti questi telefoni non sa più cosa fare, e sembra voler restituire il lusso a chi di questo diritto è stato privato, ma ce lo spiega, a suo modo, anche chi è abituato ad un altro stile di vita: per riprendere Briatore (che citi nel post), basta leggere dei giovani rampolli russi che consumano allegramente ottantaseimila euro di champagne (senza pagare), come festeggiassero loro la vittoria della formula uno; oppure questo articolo apparso sul messaggero, che mette in evidenza il listino prezzi dei ristoranti del senato al giorno della riapertura.
    http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=160517&sez=HOME_INITALIA
    Proprio perché si parla tanto di contributi di solidarietà (e di personaggi che si rifiutano di pagarli), fa un certo effetto leggere “spigola a tre euro, salmone affumicato a due euro e settanta”. “Se faranno pagare 50 euro o giù di lì qui non ci viene più nessuno ”… fa riflettere il commento di un cameriere, consapevole purtroppo che se il ristorante chiude sarà lui a trovarsi in mezzo a una strada.

  12. MissMartinaB scrive:

    They hurt you at home and they hit you at school,
    They hate you if you’re clever and they despise a fool,
    Till you’re so fucking crazy you can’t follow their rules,

    Suonano familiari? Sono alcune delle parole di Working Class Hero di John Lennon, e mi sono venute subito in mente quando ho letto questo post. Ci hanno voluti stupidi e schiavi di determinati prodotti, è troppo tardi per lamentarsi.

    Anch’io sono convinta che siamo agli sgoccioli di un’era. Spero ci si possa liberare finalmente della sensazione di essere ostaggi dei nostri politici. Li abbiamo mandati noi, là dove sono, o no?

    Temo però che chiunque provi ad affacciarsi nel mondo della politica con l’intenzione di scardinare lo status quo verrà gambizzato. E allora non so dove confluirà questa rabbia crescente.

  13. antonella scrive:

    Questo articolo mi ricorda una frase illuminante che lessi anni fa (purtroppo non ne ricordo l’autore): “la principale differenza tra la destra e la sinistra è che la prima giustifica i crimini dei ricchi e la seconda giustifica i crimini dei poveri”. Non trova Raimo quantomeno contraddittorio iniziare un pezzo alleggerendo i criminali dalle loro colpe per trasferirli ad entità più o meno astratte quali la pubblicità, la polizia, le multinazionali, i governi occidentali, e terminarlo lamentandosi della distruzione del senso di responsabilità collettiva? Si inneggia alla giustizia distributiva perché
    alcuni degli oggetti depredati sono prodotti da ditte che sfruttano i lavoratori e poi ci si lamenta dei vigili che fanno le multe alle tre del pomeriggio. Sarebbe questo il modo per aiutare gli operai cinesi a migliorare la loro condizione? Allora perché non dare alle fiamme i cantieri in cui non si rispettano le norme di sicurezza? Perché non distruggere le auto dei commercianti che non emettono tutte le fatture? Perché non perdonare gli stupratori in nome della mercificazione del corpo femminile compiuto dallo show business?
    Ci si riferisce al gruppo come a un mostro privo di capacità di giudizio che si muove spinto dalle lusinghe del consumismo quando invece è semplicemente un insieme di persone, ognuna delle quali ha deliberatamente scelto di non rispettare le leggi, la proprietà e la vita umana (credo che anche Raimo abbia visto le immagini di chi si gettava dalle finestre degli edifici dati alle fiamme).
    E perché non tutti coloro che provenivano da quell’ambiente socio culturale degradato ha partecipato alle devastazioni? E perché tra i vandali c’erano anche dei ragazzi di buona famiglia? Non è forse il libero arbitrio? Non è forse la vigliaccheria che spinge a commettere atti illeciti in gruppo perché sicuri che la moltitudine concede l’impunità?
    Io sono cresciuta in un paese montano isolato e privo di stimoli, in una famiglia povera e disfunzionale, ho lungamente usufruito dei mezzi di comunicazione di massa eppure per qualche imperscrutabile motivo ho deciso di investire sulla cultura e mi sono laureata, lavorando per colmare le lacune della difesa statale del diritto allo studio. Mi devo considerare una fessa perché se mi fossi dedicata all’esproprio proletario avrei beneficiato di una schiera di avvocati difensori?

  14. christian raimo scrive:

    mi dispiace antonella, non è certo quello che intendevo, giustificare l’esproprio proletario. la tua storia indica per fortuna che non tutto di noi è condizionato dagli istinti sociali peggiori, e non posso che concordare con te.
    ero in qualche modo allibito dalla contraddizione in cui si trovava chi fa del ribellismo il suo modo di rivoltarsi contro una condizione sociale che non gli piace: si ritrova implicato nelle stesse leggi di mercato e nella stessa società spettacolare. in un certo senso però, provavo a dire, prendere alla lettera il capitalismo selvaggio, vuol dire applicarlo in modo selvaggio. se mi dici: segui il desiderio, cosa accade se ti prendo alla lettera e spacco le vetrine?
    non auspico certo questo: lo consideravo però un sintomo di un malfunzionamento globale, non certo una forma locale di protesta o di disagio.

  15. antonella scrive:

    probabilmente mi sono agitata troppo ma questa spiegazione mi sembra troppo semplice e troppo qualunquista. Dagli intellettuali che stimo pretendo di più, per esempio che mi spieghino perchè a parità di contesto socio culturale alcuni restano indifferenti a certi stimoli mentre altri sembrano sembrano comportarsi come i topi che seguono il pifferaio magico fin dentro al burrone. forse evitiamo queste domande perchè temiamo che una delle possibili risposte sia che il consumismo non è la causa primaria di questi scontri, che la violenza è esistita da ben prima delle agenzie pubblicitarie e che purtroppo a volte non ha altri fini che se stessa.

  16. @antonella: perdonami, ma dire che la violenza esisteva prima delle agenzie pubblicitare mi pare banale e rischioso, rischioso perché le conseguenze di questo modo di pensare porterebbero ad individuare in una supposta natura aggressiva dell’uomo le cause di ogni violenza.
    È evidente che il consumismo non spiega le ragioni delle rivolte londinesi, la frustrazione che deriva dall’impossibilità di accedere a determinati beni di consumo, in un sistema in cui l’identità del soggetto è definita dai suoi atti di acquisto, spiega solo ed esclusivamente perché alcuni ricoltosi, e non tutti, abbiano assaltato megastore di tecnologia e di abbigliamento e non, ad esempio, tagliato la testa alla regina.
    Le ragioni della rivolta sono ben altre, nella fattispecie l’omicidio di un padre ventinovenne ritenuto coinvolto in una attività criminosa di alcuni agenti della polizia, attività criminosa soltanto supposta e mai dimostrata. A cui si aggiunge il trattamento subito dai familiari della vittima, ed in particolare dalla moglie, ai quali la polizia a dapprima negato qualsiasi spiegazione, per poi reagire con durezza e brutalità. Il tutto in uno dei quartieri più poveri e disagiati di Londra.
    Quello che si vuole negare ed evitare di riconoscere è che violenze improvvise di questo genere affondano le loro radici profonde in alcuni conflitti mai sopiti: il conflitto di classe, quello di genere e quello razziale.

  17. Cristina scrive:

    Riguardo all’inizio di questo splendido articolo, mi permetto di dissentire.
    Il punto è che non basta sposare un ideale politico per trasformarlo nella chiave di lettura di avvenimenti come i riots londinesi, dove non sono state distrutte le vetrine di banche o di blockbusters ma a rimetterci della cieca furia di alcun di questi gruppi, sono state spesso attività di persone povere della stessa comunità nera, come accaduto a Dalston e a Peckam e se ragazzini (probabilmente) semi-inconsapevoli di cosa stesse accadendo hanno venduto iphone a 5 pound probabilmente è solo perchè hanno cercato di liberarsi di una refurtiva troppo pesante considerato la quantità di poliziotti alle calcagne e questo è molto diverso dal poter essere considerato lotta sociale, esiste una netta linea di demarcazione tra vandalismo e lotta sociale e se si vuol difendere un ideale politico, che tra l’altro personalmente sposo, non ci si può permettere di confondere le due cose.
    Conflitto di classe, di genere e razziale… Esistono e quel che è accaduto probabilmente in parte è da attribuire a questo disequilibrio interno di una società multiculturale dove le diversità in alcuni momenti sono ancora di certo troppo forti ma per poter combattere un nemico bisogna avere la consapevolezza di chi sia.

  18. moka scrive:

    “Insomma il problema secondo me è capire cosa si annidava già da prima, dietro l’evento scatenante la sommossa…”

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