carver-at-the-typewriter

Carver, Ligabue e il rumore (a vuoto) di D’Orrico

Sabato scorso su «La Lettura», inserto culturale del «Corriere della Sera», Antonio D’Orrico ha definito Ligabue “il Raymond Carver italiano”. Emiliano Sbaraglia ha scritto una lettera per dirci la sua.

Cara minima & moralia,

come molti ho conosciuto minimum fax grazie a Raymond Carver. O meglio, ho conosciuto Raymond Carver grazie a minimum fax. Era il 1998, si fantasticava di un’associazione culturale dal titolo “Panta Ray”, per cercare di diffondere la lettura di uno scrittore allora ancora poco conosciuto, ma già molto amato da chiunque lo leggesse. Un po’ quello che era successo (e che ora in Italia succede sempre grazie ai minimum) per uno dei suoi maestri riconosciuti, Richard Yates, che l’Esquire definì “uno dei grandi scrittori meno famosi d’America”, un altro di quelli che, penna alla mano, abbattono ogni convenzionalità e ogni categoria di genere. D’altra parte era lo stesso Carver a non voler sentir parlare di minimalismo e minimalisti, quasi quanto il vecchio Carlo Marx aveva in uggia marxisti e zone limitrofe.

Immaginiamo quindi la reazione che avrebbe potuto suscitare in un tipo come Carver, specie nel tempo della “pacchia” dell’ultimo suo decennio insieme a Tess Gallagher, l’ultima pagella di Antonio D’Orrico per l’inserto domenicale del “Corriere della Sera”, che per sintetizzare inizia così: “Non abbiamo un Raymond Carver italiano. Mi correggo, non avevamo un Raymond Carver italiano. Ora c’è e si chiama Luciano Ligabue”. Poi l’analisi di una delle firme più temute della critica letteraria italiana si avventura nello specifico: “Anche se versi come: «Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei». O come: «C’è la notte che ti tiene tra le sue tette, un po’ mamma un po’ porca com’è». O, soprattutto, come: «Ci han concesso solo una vita / soddisfatti o no, qua non rimborsano mai» a Carver non sarebbero dispiaciuti”.

Per scrivere di Ligabue come del Carver italiano in occasione dell’uscita del suo ultimo libro (dall’accattivante titolo “Il rumore dei baci a vuoto”) ci vuole veramente un bel pelo sullo stomaco, tanto per citare Vasco, paragone forse più calzante seppur indigesto al cantante di Correggio. Non fosse altro perché D’Orrico va ad alimentare, dalle pagine del primo quotidiano nazionale, quella confusione dei ruoli così tanto di moda nel panorama editoriale italiano (e non solo), dove chi parla di cucina in televisione vende più libri di uno scrittore “puro”. Ma al di là di questo, il solo confronto tra la scrittura di Carver e quanto scrive il “Liga” appare privo di qualsiasi supporto critico. Per carità, lo ammetto: non ho ancora letto l’ultima fatica letteraria di Luciano Ligabue; ma confesso non senza qualche vergogna che nel 2004, durante il Salone del Libro di Torino, mi sono procurato di soppiatto “La neve se ne frega”, presentato in pompa magna nel corso di quella edizione. E a meno che in questi anni, tra una canzone e un concerto, il “nostro” non abbia frequentato numerosi ed efficaci corsi di scrittura creativa (dei quali ho sempre diffidato), la differenza con il nostro Carver credo sia rimasta abissale. Anche perché, per l’appunto, si parla di due mestieri diversi.

Diverso ancora è poi il mestiere di critico letterario, che in virtù delle competenze maturate in materia dovrebbe consigliare al lettore qualcosa per cui vada la pena spendere in tempo e denaro, in un periodo in cui tempo e denaro diventano di giorno in giorno risorse sempre più difficili da trovare.

C’è infine uno spazio da riempire, quello appunto della pagella ne “La Lettura” del Corriere. Uno spazio di cui Ligabue, grazie alla vasta popolarità raggiunta dai suoi “versi in musica” (che secondo D’Orrico ricordano Neil Young), non ha certo bisogno per far conoscere i suoi libri.

Emiliano Sbaraglia (Frascati, 1971) è responsabile delle trasmissioni culturali di RadioArticolo1 e di UndeRadio, l’emittente-web di Save the Children Italia dedicata al mondo della scuola. Tra i suoi scritti Cento domande a Piero Gobetti (2003), Incontrando Berlinguer (2004), I sogni e gli spari. Il ’77 di chi non c’era(2007), La scuola siamo noi (2009), Il bambino della spiaggia (2010). Collabora con l’Unità e Italiani quotidiano. Partecipa al progetto e associazione “Piccoli maestri”.
Commenti
21 Commenti a “Carver, Ligabue e il rumore (a vuoto) di D’Orrico”
  1. Luca Alvino scrive:

    Caro Emiliano,
    a me D’Orrico è simpatico, perché scrive bene e sa essere coinvolgente nei suoi giudizi come pochi. Ma di certo non è un critico letterario, perché non compie analisi degli autori che esalta o che condanna. Si limita a offrire un proprio giudizio di gusto, affascinante proprio perché arbitrario, immotivato, umorale, dichiaratamente fazioso. Confesso che più di una volta mi sono fidato dei suoi consigli (condividiamo una smodata passione per Philip Roth che mi rende vulnerabile alla sua influenza), che a volte sono stati illuminanti (su Alessandro Piperno, per esempio, o Giorgio Falco), altre volte del tutto fuorvianti.
    Per il resto, condivido pienamente le tue perplessità: la critica letteraria è qualcosa di diverso, è analitica, argomenta, offre spiegazioni, propone spunti, solleva dubbi, disgrega certezze. Tutte cose che D’Orrico non fa, ma che – a mio avviso – non è pagato per fare.

    Un caro saluto

  2. Giuseppe Ceddia scrive:

    Anche a me l’articolo di Orrico ha lasciato di stucco, essendo un amante di Carver. Sono d’accordo con il lettore Luca Alvino quando dice che, in effetti, Orrico non fa critica letteraria, al massimo compie un’analisi sul gusto personale che lo attrae o lo respinge. La critica è insomma un’altra cosa! Mi sorprende invece che Sbaraglia non citi nel suo pezzo l’editor di Carver, ossia quel Gordon Lish che – mettendo mano alla versione originali dei racconti carveriani – li ha scremati sino a renderli quelli che conosciamo (pubblicati dalla Minimum Fax, poi dal Meridiano Mondadori); molti, me compreso, storsero il naso quando – nei Supercoralli Einaudi – fu pubblicato “Cattedrale” nella sua versione originale, senza il tocco di Lish. Allora mi chiesi – e mi chiedo tutt’oggi – ammesso e non concesso che il minimalismo non è “solo” una questione di lunghezza (vedi McInerney), ma quando parliamo di Carver di cosa parliamo? L’inventore del minimalismo carveriano è Carver o è Gordon Lish? Mi sto dilungando…non ho letto l’ultimo di Ligabue ma credo lo farò giusto per smentire o meno – dati alla mano – l’affermazione di D’Orrico. Oppure citare Calvino e dire che “la letteratura è un’operazione senza oggetto: o che il suo vero oggetto è se stessa. Il libro è un supporto accessorio o addirittura un pretesto”. Si rischia a volte di santificare i morti, perchè tali e dare pareri su viventi neanche “reali”, perchè non li si è letti. Io chioso: leggiamo l’ultimo di Ligabue e (con tutto il mio estremo amore per Carver in Lish) e poi parliamone. Saluti.

  3. lorenza scrive:

    Un verso come «C’è la notte che ti tiene tra le sue tette, un po’ mamma un po’ porca com’è» a Carver non sarebbe dispiaciuto? eeeehhhh???

    c’è un rischio tornadi sulla costa ovest degli Stati Uniti: è Raymond Carver che sta mulinando nella tomba, poveretto.

  4. Lacritica scrive:

    Secondo me il problema non è questo: “Uno spazio di cui Ligabue, grazie alla vasta popolarità raggiunta dai suoi “versi in musica” (che secondo D’Orrico ricordano Neil Young), non ha certo bisogno per far conoscere i suoi libri.” D’Orrico, secondo me, non recensisce Ligabue per farlo conoscere.
    Chi scrive una critica, che abbia un qualsiasi oggetto, non può lasciarsi andare a serie di slogan senza poi motivare quello che scrive in modo (più o meno, a seconda delle sue capacità/sensibilità) articolato.

  5. Giuseppe Ceddia scrive:

    Il punto è che l’articolo di D’Orrico non può definirsi critica letteraria…ma solo associazionismo personale assolutamente opinabile. Ripeto…leggiamolo sto Ligabue e poi se ne riparla.

  6. cristiano scrive:

    non ho letto Ligabue, ma Carver invece sì, e mi piacerebbe ci fosse un suo simile italiano.
    credo che i testi di Ligabue siano tra i migliori in circolazione nel mondo dei cantanti da classifica; credo abbia un suo stile, che possa piacere o meno, che siano accattivanti e un pò piacioni anche, ma certo originali.
    da questo, a pensarlo capace di scrivere un libro al livello di Carver, ce ne passa, e tanta. e giusto per non voler essere malevolo, aggiungo questo: non credo sia per incapacità di Ligabue, quanto per la grandezza di Carver.
    D’Orrico le spara dall’alto della sua posizione, forse ormai sorda nei confronti di quello che si mormora ai piani inferiori.

  7. Giuditta scrive:

    Concordo in pieno con Sbaraglia e mi complimento per la sua analisi dura e lucida di vari fenomeni deformati della vita letteraria contemporanea, dalla confusione dei ruoli, alla mondanità degli autori dei libri che vendono, in parte anche alle scuole di scrittura. Se D’Orrico non è pagato per fare il critico sulle pagine del maggiore quotidiano italiano, tanto peggio. Credo che sia proprio lì il punto nodale della questione. Una critica che non solo non è più militante, ma che diventa “pubblicitaria”, si affida a slogan provocanti e non più a motivazioni approfondite, per quanto soggettive e personali. Ci crederà davvero D’Orrico che Ligabue è il Carver italiano?

  8. monica crassi scrive:

    Ieri ho letto un articolo sul New York Times. Diceva che Carver è il Ligabue americano.

  9. il fatto è che in Italia non si hanno più critici letterari ma tifosi, amici e colleghi di casa editrice (o di gruppone editoriale).
    ho letto da poco un libro della Matteucci, “Tutta mio padre”, dove la scrittrice aristocratica decaduta (non intendo “scrittrice decaduta”) viene paragonata a Bernhard e Céline (italiani). Non sto a dire che siamo molto lontani da questa parentela… per fortuna della stessa Matteucci che per quanto a me non convinca ha una sua voce personale (non originale, ma abbastanza personale) quindi non sarebbe meglio presentarla per quello che è: Rosa Matteucci, una brava romanziera in lingua italiana?
    è un vezzo pubblicitario italico questo di dare l’indirizzo degli scrittori. il problema è che non abitano quasi mai dove è scritto…

    a me in tutta sincerità faceva strano pure sentire Fernanda Pivano dire che Bob Dylan era il De André americano (quando Bob Dylan è nettamente superiore a De André) e che De André è stato addirittura il più grande poeta italiano degli ultimi cent’anni… (con tutta la stima che ho per entrambi, ma erano molti amici).

    Tutta questa melassa sopra le arti fa solo del male alle arti che valgono qualcosa e alla credibilità della critica. Sicuramente non si farà mai una scienza dell’una e una scienza dell’altra (è un bene, certo), ma tenere i paletti fermi, i parametri più in vista potrebbe sicuramente aiutarci a tirare su tanti pesci marci dal mare della soggettività spontaneista che domina nel mondo delle arti (così da assicurare una vita più dignitosa a chi lo merita)… fermo restando che nessuno è tanto scemo da ignorare che molto spesso dietro a molti paragoni c’è solo marketing e distintivo.

  10. Tocca proprio leggere qualsiasi cosa.

  11. Giuseppe Ceddia scrive:

    Mi chiedo se coloro i quali commentano leggono solo il testo di Sbaraglia o anche i commenti degli altri utenti…mah…mi sembra che ognuno dica la sua senza cognizione di causa e senza confrontarsi con dati che ogni commento contiene in sé.

  12. Luigi B. scrive:

    Non entro nel merito della questione di cosa sia o non sia la critica, visto che lo spazio riservato a D’Orrico per scrivere le stronzate che scrive è (grazie a dio nostro signore) limitato.
    Solo volevo dire che dopo il Vasco poeta della generazione post trauma di Serino e il Liga Carver italiano davvero nulla potrà più sorprendermi come prima.

  13. Cinzia E. scrive:

    Di certo l’uscita di D’Orrico è una provocazione riuscita.
    Però, proprio per non cedere ad una critica letteraria che si trasformi in tifo, o peggio, in un favore tra amici e colleghi, bisognerebbe supportare ogni tesi con delle argomentazioni valide.
    Dire che Carver non è paragonabile a Ligabue, e poi ammettere candidamente di non aver letto il libro di Ligabue, è fazioso tanto quanto affermare il contrario senza alcun “supporto critico.” Proprio come fa D’Orrico.

  14. Giorgio Specioso scrive:

    Non capisco come D’Orrico possa sapere quel che sarebbe piaciuto a Carver.
    Non capisco perché D’Orrico sentisse il bisogno di un Carver italiano – non potrebbe rileggersi il Carver americano?

  15. Gabriele T. scrive:

    Le cose che mi “stupiscono” sono tre:

    – Perché se D’Orrico non è un critico (come è ormai riconosciuto dalla comunità internazionale :-) ) scrive da anni di letteratura sul Corriere? Se il CdS ha bisogno di opinionisti artistici, ce ne sono di più illustri e raffinati…oltre che più equilibrati!

    – Perché i lettori della sua rubrica si sconvolgono delle sue sparate? I grandi li ha scomodati un po’ tutti, soprattutto per i paragoni meno probabili. Non mi stupirei se paragonasse Gigi D’Alessio a Neruda: entrambi stempiati, entrambi parlano d’amore.

    – Perché la solita necessità di paragonare i cantautori ai poeti? I primi guadagnano, sono conosciuti da tutti e hanno un buon successo amoroso, i secondi mancano spesso di tutto questo, ma in compenso hanno solo un pregio, enorme: aprono mondi stupendi alla comprensione del mondo. E’ un po’ come se Briatore volesse essere chiamato frate: a ognuno il suo! DIVIDIAMO LE CARRIERE, cribbio!!

    Grazie per l’attenzione

  16. Cinzia E. scrive:

    Non credo che la patente di “poeta” assicuri sempre qualità: ci sono poeti mediocri e cantautori sublimi.

  17. @Monica Crassi: sto girandomi dalle risate…(e te la rubo).

  18. Mi ero divertito qualche tempo fa a definire D’Orrico ‘squilibrato’. E’ rassicurante scoprire qualcosa che rimane così instabilmente stabile nonostante lo scorrere dei giorni http://www.ilvoltapagine.com/2009/03/squilibrato.html

  19. Maltese scrive:

    Ho letto l’articolo di D’orrico e trovo questa lettera una risposta degna di nota.
    Queste sono cantonate allucinanti, ma del resto fu la Pivano a lanciare Ligabue sulle pagine del Corriere con ”La neve se ne frega”, quindi in fondo, non mi sorprendo più di tanto..Non mi sorprende neanche la sovrapposizione tanto cara al nostro mondo: cantante = poeta/buon narratore. Sono – come già dice Sbaraglia – due mestieri differenti che divergono su molti piani interpretativi. Il paragone con Carver è inoltre privo di cognizione critica, Carver ha vissuto per la scrittura guardando ad un’America provinciale e dimenticata in continua trasformazione, un po’ come fece diverso tempo prima Sherwood Anderson; ma questa è un’altra storia, appunto, non sporchiamo la memoria dei maestri.

  20. RobySan scrive:

    E dovreste leggere il D’Orrico a proposito delle “frasi di Roth per capire Roth”. E intende Philip Roth che è, ovviamente, il “più grande scrittore esistente al mondo” (ne scopre uno ogni tre mesi!!). Ma, alla fin fine, perché perdere tempo dietro a questo collezionista di luoghi comuni che paiono scelti per ‘spiegare la letteratura alla plebe’?

  21. Demetrio scrive:

    Il commento di Monica Crassi è di profilo alto-comico, mi sto ancora scompisciando dalle risate, risate, risate ecc.

    4 maggio 2012 alle 13:36

    “Ieri ho letto un articolo sul New York Times.
    Diceva che Carver è il Ligabue americano.”

Aggiungi un commento