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Case vuote di Brenda Navarro

Questo è l’incipit di Case vuote di Brenda Navarro, appena uscito per Giulio Perrone, che ringraziamo.

Daniel è scomparso tre mesi, due giorni e otto ore dopo il suo compleanno. Aveva tre anni. Era mio figlio. L’ultima volta che l’ho visto era fermo tra l’altalena e lo scivolo, nel parco in cui stavamo trascorrendo il pomeriggio. Non mi ricordo altro. Se non che ero triste perché Vladimir aveva deciso di andarsene, diceva di non voler svilire quello che c’era stato. Svilire, come a dire liquidare un bene prezioso per due soldi. Questa ero io quando ho perso mio figlio, una che, da un giorno all’altro, aveva ricevuto il benservito dal suo schivo amante che le aveva rifilato scampoli di sesso facendoli passare per un grande affare e che adesso sentiva pure il bisogno di rallentare. L’acquirente imbrogliata. Un imbroglio di madre. La madre che non aveva visto.
Non che abbia visto molto. Cos’ho visto? Nel groviglio dei ricordi non una sola immagine o il più piccolo dettaglio che possano, almeno per un secondo, suggerirmi il momento preciso. Qual è stato? Quale? Eppure, a un
certo punto, l’ho perso. Ma quando, dopo quale dei suoi urletti da bimbo di tre anni Daniel è scomparso? Cos’è
successo? Non ho visto granché. E nonostante lo cercassi tra la gente, continuando a gridare il suo nome come
un’ossessa, non mi ricordo di altri rumori. Passavano delle macchine? C’era altra gente? Ma chi? So solo che mio
figlio di tre anni all’improvviso non c’era più. Nagore usciva alle due ma non sono andata a prenderla.
Non le ho mai chiesto come sia tornata a casa quel giorno. In realtà, ci sarebbe piuttosto da chiederci se quel
giorno qualcuno di noi tornò davvero oppure se, insieme ai quattordici chili di mio figlio, siamo tutti quanti scomparsi per sempre. In nessuno scampolo della mia memoria trovo il conforto di una risposta.
Poi, l’attesa: io buttata su una vecchia sedia della Procura e Fran che mi raggiunge. E rimaniamo impalati ad
aspettare, siamo ancora lì ad aspettare su quella sedia, anche se siamo ormai in un altro posto.
Più volte ho sperato che morissero. Mi guardavo allo specchio del bagno e mi immaginavo a piangerli. E però
non piangevo, le lacrime non uscivano e allora ci riprovavo, magari la prima volta non mi ero impegnata a dovere.
Così mi piazzavo ancora lì davanti e chiedevo: è morto?
Ma come è morto? Chi è morto? Tutti e due? Erano insieme? Sono morti, morti davvero o è solo un pretesto per
piangere? Chi sei tu che mi stai dicendo che sono morti?
E chi, chi dei due? In quel silenzio senza appello solo la mia voce lamentosa: chi è morto? Ditemi che qualcuno è
morto, per favore, riempitemi questo vuoto! Sono morti entrambi: Daniel e Vladimir, mi rispondevo. Li ho persi
nello stesso momento, in qualche parte del mondo, ma tutti e due, senza di me, continuano a vivere.
Tutto puoi immaginarti tranne che un giorno ti svegli con addosso il macigno di una scomparsa. Cos’è una
scomparsa? È un fantasma che ti perseguita e ti spacca in due.
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