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Caso Mirafiori: l’insensibile slittamento dal diritto al pragmatismo

Ho riflettuto a lungo sul caso Mirafiori e non riesco a capire una cosa. Sento sempre dire, soprattutto dal centro-sinistra, che gli operai della FIAT non possono non votare Sì al referendum, perché sono vittime di un ricatto. Ieri anche la Finocchiaro a Ballarò a fine trasmissione ha sostenuto che avrebbe votato No al referendum se non avesse dovuto campare con un salario di 1200 euro al mese. Insomma, è evidente, quasi dato per scontato, che nel centro-sinistra (con l’eccezione di Matteo Renzi che al Tg7 ha affermato di stare con Marchionne senza se e senza ma) la posizione univoca è: gli operai non possono non chinare il capo. Ora, a me sembra addirittura una posizione intollerabile.
Mi hanno insegnato, spesso con dosi eccessive di retorica, che bisogna lottare per i propri diritti, trattenere con le unghie e con i denti quanto si cerca di strapparci, che nessuno ti regala niente, insomma potrei continuare con tutte queste frasi che per la loro ovvietà sono addirittura volgari. Eppure, in questi giorni, senza che nessuno vi abbia fatto caso o ne abbia rilevato l’eccezionalità, mi pare stia passando una campagna politica totalmente opposta alle battaglie storiche, e cioè: rassegnarsi per forza maggiore, considerare di avere famiglia. Qua non si sta volutamente entrando nel merito della scelta di Marchionne e della reazione di alcuni sindacati rispetto ad altri, qua si sta cercando di analizzare la nuovissima posizione di una parte politica e sociale del paese, che pur considerando intollerabili le posizioni della più grande industria italiana riguardo ai diritti degli operai, non scende in piazza in loro difesa, non prende posizione davanti ai cancelli proclamando resistenza, no, si limita a sussurrare comprensione. Certo, la pietà, la comprensione bisogna sempre averle per qualunque scelta, ci mancherebbe, il problema però per me è un altro: quando mai è accaduto nella storia dell’umanità che non si sia dovuto rinunciare a parte importante, fondamentale delle esistenze, pur di ottenere maggiori ed essenziali diritti? Quale conquista importante è avvenuta senza avere corso il rischio di perdere tutto? Davvero non capisco perché e come si sia arrivati all’odierna pilatesca comprensione da parte della maggioranza del centro-sinistra su temi di importanza cruciale, senza scandalo o senza, almeno, dibattito. Dibattito clamoroso per comprendere se è in corso un mutamento antropologico o se si tratta di una rivoluzione sociale che investe più piani, dalla teoria alla pratica.
Scrivo tutto questo pur non pensando che siano stati lesi i diritti degli operai nel contratto firmato da CISL e UIL, pur pensando che sia più giusto votare Sì al referendum, ma senza mal di pancia, senza sentirsi umiliati.
Inoltre non vorrei essere nei panni di un operaio che ha sempre votato a sinistra e che adesso ha deciso di votare No al referendum, sia iscritto o meno alla FIOM, perché non avrei nemmeno la struttura fisica per sostenere tanta indignazione.

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino; il suo secondo romanzo, Mia figlia, don Chisciotte, è uscito a febbraio 2017 per NN editore.
Commenti
2 Commenti a “Caso Mirafiori: l’insensibile slittamento dal diritto al pragmatismo”
  1. Massimo scrive:

    Sono cresciuto in una famiglia in cui col salario di mio padre,operaio, spesso, non si arrivava a fine mese. Sento che non avrei avuto bisogno di più cose di quelle che ho avuto,ma ancora oggi, dopo 25 anni, ricordo distintamente che mio fratello, in occasione di un Natale, non avrebbe voluto altro che il Galeone dei Playmobil ed in quel momento, sembrerà incredibile, non glielo si è potuto comprare. Sono stato triste per lui.
    Inoltre, credo di non avere mai saputo cosa facesse davvero mio padre, quale ruolo svolgesse in quella grossa fabbrica. Credo fosse dovuto al fatto che non ne parlava mai volentieri o forse non ne parlava proprio mai e basta, nessuna soddisfazione manifesta, sembrava che durante la sua permanenza al lavoro non accadesse, e mai sarebbe accaduto, mai nulla di interessante. Conoscevo il suo lavoro solo attraverso i suoi nervosismi, dettati dalla stanchezza cui era costretto dalle turnazioni settimanali, anche notturne. Vivevo male quei momenti, perchè avrei voluto giocare in casa (fuori era troppo pericoloso, visto il quartiere in cui vivevamo), ma era impossibile fare rumore perchè lui doveva riposare. Manifestavo la mia rabbia ostinandomi a giocare ugualmente, costretto poi a dovere affrontare le sue urla. Ero solo triste per lui, ed avrei tanto voluto fare qualcosa.
    Se oggi dovessi fare qualcosa per altri padri nelle sue stesse condizioni, ritengo che augurerei loro di perdere un infame posto di lavoro in catena di montaggio che altro non fa se non svuotarti giorno dopo giorno. Figuriamoci lottare per tenerselo stretto.
    Quando sarà ora di votare un referendum, quella mattina, telefonerò ad un mio fidato amico e mi farò dire dove mettere la X, mi fiderò di lui.
    Nel frattempo vorrei, ed auspicherei che ogni individuo vivo lo facesse, lottare per conquistare ciò che ci fa davvero star bene e non per un salario minimo garantito, pagato, da chi lo riceve, ad un prezzo non sostenibile.
    Potesse essere questo il mutamento antropologico a cui accennava Alessandro…

  2. ence fedele scrive:

    analizzando il caso ‘mirafiori’, la mia personalissima conclusione è che il ‘ricatto’ è la principale base delle relazioni di lavoro (e non solo). dico questo in base alle mie esperienze dirette, ma ritrovo questa costante anche in quelle degli altri, fino agli scenari macroeconomici. gli interrogativi di alessandro riguardo a come interpretare in chiave analitica gli accadimenti relativi a mirafiori sono più che leggittimi e credo che siano anche di facile risoluzione…
    la ‘rivoluzione sociale’ cui si accenna nell’articolo è già compiuta nel momento in cui, per effetto dello status realizzato negli ultimi 25 anni, siamo stati messi nelle condizioni di non avere più nessuna possibilità di percepire il nostro lavoro come strumento di sviluppo individuale. le generazioni precedenti avevano la percezione del senso della lotta perchè traevano forza, oltre che da un livello culturale molto più avanzato rispetto ad oggi, dall’integrazione reale con gli altri settori sociali. oggi questo è impossibile perchè, ogni settore prima e ogni individuo di conseguenza, è stato relegato in compartimenti stagni, senza alcuna possibilità di osmosi tra essi. per quanto riguarda la rassegnazione che i rileva nell’area politica che dovrebbe essere più sensibile a temi come la qualità della vita sociale, la trovo fisiologica in quanto si tratta di gente che può annoverare soltanto fallimenti in serie su tutti i fronti, in contrasto con un retaggio e una storia di uno spessore tale da essere insostenibile per la mediocrità degli esponenti odierni. stiamo parlando di una sinistra che, non avendo idee e cultura, è costretta ad affermare la propria esistenza tramite un becero pragmatismo che porta ad eccessi improponibili, come possono essere il dare sostegno a lombardo all’ars siciliana o multare i lavavetri ed epurare i rom a firenze. per mascherare la propria manifesta mediocrità ed ineguatezza, questi signori inseguono modelli di finta ‘efficienza’ politico-amministrativa di stampo decisionista. la sinistra italiana, semplicemente, non esiste. per questo considero uno spreco inutile arrovellarsi sul chiedersi come essa possa avere certi atteggiamenti. bisogna accettare (dovrebbero farlo loro per primi) che se finanche i rifiuti sono riciclabili, gli esponenti della nostra classe dirigente non lo sono più. quindi spostare la lente d’ingrandimento su fattori più decisivi quali, per esempio, l’ideologia del profitto. non ricordo chi, come e quando, ma posso assicurare che non era nè comunista nè rivoluzionario, in radio un giorno ho sentito qualcuno chiedersi se dopo 30 anni (almeno) di capitalismo spinto, non fosse il caso che le multinazionali e le grandi aziende cominciassero, essendosi arricchite in modo progressivamente esponenziale, a invertire la tendenza a favore di un graduale riequilibrio della ridistribuzione del reddito. niente che potesse intaccare il loro ‘diritto acquisito’ allo yacht o alla villa da 5milioni di €. semplicemente un segnale di riconoscenza nei confronti di quelle classi di lavoratori che, per stipendi e salari sufficienti alla sopravvivenza, hanno contribuito al loro ormai incommensurabile profitto. sicuramente una bella idea, sicuramente utopica…
    in occasione dell”affaire’ alitalia, altro grande segnale di fragilità di un sistema in decomposizione, mi sono sentito un pò cretino per essermi posto questa domanda: com’è possibile che, di fronte a 2000 posti di lavoro ‘bruciati’ in occasione di quella crisi, l’amministratore che ha fatto fallire l’azienda abbia avuto diritto a 5 milioni di €(!) di liquidazione per 2 anni di lavoro, tra l’altro svolto malissimo!? per me era scontato che quei 5 milioni avrebbero garantito il benessere di quei 2000 lavoratori rimasti ‘a piedi’. certo, io non ho idea di come vadano queste cose e forse pecco di semplicismo nel fare questi ragionamenti, però ci sono degli aspetti del nostro sistema socio-economico che sono palesemente ingiusti e stupidi. così stupidi da generare una rassegnazione ineluttabile. un mio grande mito personale, l’ex-calciatore francese eric cantona, di recente si è messo a fare una campagna per promuovere il ritiro, da parte dei cittadini, dei soldi versati in banca. credo che sia una buona idea, non tanto per gli effetti che può sortire, quanto perchè ci da consapevolezza che se gli stati nazionali sono schiavi delle banche qualcosa non funziona per il verso giusto. uno stato deve garantire il benessere della comunità e non può ridursi ad essere messo sotto scacco da un’istituzione privata che ha il solo interesse di produrre soldi a qualunque costo.
    di fronte a questo scenario, che tipo di aspettative può avere uno operaio di 50 anni che, perdendo il posto, non avrebbe nemmeno la possibilità di riciclarsi in un mercato del lavoro ormai bloccato?
    per cosa dovrebbe lottare se non per un contrattino a 3 mesi, che nessuno gli farà mai visto che non rientra nelle categorie (cioè giovani e disoccupati) che garantiscono alle aziende gli sgravi fiscali?
    con questi presupposti, mi sembra scontata l’accettazione dell’idea che, o dai il culo all’azienda, oppure l’azienda muore, e tu con essa…
    si accetta questa visione semplicemente perchè è la verità dei fatti.

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