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Il caso straordinario di Lesbo. Reportage dall’isola

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo; le foto sono dell’autore.

LESBO. Moria è un piccolo villaggio nell’entroterra di Lesbo a sei chilometri da Mitilene. La strada lo attraversa zigzagando fra antiche case in legno, due negozi di verdura, due vecchi kafenìa, i tipici caffè greci, un alimentari, una farmacia e un forno sublime che per tutto il mattino riempie la strada di un odore irresistibile. Nei kafenìa, gli uomini si raccolgono, fumano, sgranocchiano, giocano a tàvli (backgammon) e chiacchierano senza pausa, come si fa da sempre in Grecia. Sono molto stanchi di quel che succede poco fuori dal villaggio, ovvero in quel campo profughi che è  diventato simbolo della nuova politica europea sui flussi migratori a partire dal marzo 2016 quando sono stati siglati accordi contestatissimi con la Turchia. Moria è un nome ormai conosciuto nel mondo non per il villaggio ma per quel campo, descritto spesso come lager dove è stanziata una quantità di esseri umani di gran lunga superiore alla sua capienza.

Ma i vecchi non si curano della fama. Si confrontano piuttosto con la fame. E i danni che subiscono li snocciolano con un disincanto perfettamente greco: animali scomparsi negli allevamenti, frutta rubata dai giardini, ortaggi sottratti dai campi. Lungo la strada, ogni giorno, qualunque sia il tempo, anche sotto gli acquazzoni invernali dell’Egeo, una carovana di uomini e donne attraversa il paese in direzione mare e città. I vecchi sono stanchi anche di quell’incessante passaggio ma alzano leggermente gli occhi al cielo e aspettano. A parte le critiche di politici che come ovunque soffiano sul fuoco per conquistare consensi, la stanchezza dei vecchi di Moria è il segnale più forte di antipatia nei confronti del fenomeno migratorio in una delle terre dove il passaggio di esseri umani in fuga si è manifestato in maniera più massiccia.

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È un caso straordinario, quello di Lesbo. Bisognerebbe studiarlo attentamente. Non bastano più i proclami, né la memoria del simbolico viaggio papale, né i racconti fioccati ovunque su mesi e mesi di emergenza ormai divenuta normalità. L’isola infatti mette in mostra probabilmente in maniera esemplare quello che molti ritengono il progetto europeo nascosto dietro agli accordi con la Turchia, un progetto che tuttavia qui fallisce quotidianamente grazie a una storia secolare di ospitalità che si è intrecciata, per via della migrazione, a crescita economica, sociale e culturale.

Nel bar Π (ossia P greco), centralissimo quasi sul porto di Mitilene, un uomo delle istituzioni, dietro la protezione dell’anonimato, spiega il fenomeno in due parole: “L’idea di mostrare a chi parte una prospettiva durissima e inumana, al punto da convincere possibili migranti a recedere dalle loro ambizioni, fallisce per due ragioni. Innanzitutto chi sfida la morte in mare ha una spinta tale che difficilmente certe prospettive possono fermarla. Ma più che altro, qui siamo in Grecia e per quanto si stia tentando di creare in queste isole una restrizione territoriale del tutto illegale, ci sono comunque i greci che le migrazioni le hanno nel dna e assieme a loro centinaia di uomini e donne da tutta Europa come puoi vedere qui”. L’uomo indica i tavoli attorno a noi. Assieme al bar Bobiras poco lontano, il bar Π è quello in cui più facilmente puoi vedere giovani extracomunitari al tavolo con giovani europei. “Un cosmopolitismo che Lesbo non aveva mai conosciuto prima”.

La restrizione territoriale a cui accenna l’uomo è uno degli aspetti più interessanti e meno noti di quegli accordi con la Turchia che nessuno sa come definire secondo i canoni della giustizia internazionale. In breve, la questione è quella che mi spiega Giulia Virdis, consulente legale per Medici Senza Frontiere. “Chi sbarca in queste isole di fronte alla Turchia e non entra in Grecia dal confine continentale, ossia quello sul fiume Evros, non solo rischia di essere rimandato in Turchia in base al famigerato accordo con l’Unione Europea del 2016, ma non ha nemmeno il diritto di muoversi dall’isola e deve aspettare qui i molti mesi che occorrono a considerare la sua richiesta di asilo. Fanno eccezione i casi cosiddetti “vulnerabili”, come donne incinte, malati, inabili, eccetera, ai quali è dato il diritto di spostarsi sulla terraferma. È come se un confine immaginario fosse tracciato in mezzo all’Egeo all’interno della Grecia stessa. Per questo la decisione, frutto di un mero provvedimento amministrativo, è stata impugnata e lo scorso aprile il Consiglio di Stato l’ha annullata. La sentenza però è stata subito bypassata con l’adozione di un nuovo provvedimento. La restrizione resta”.

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La restrizione resta ma la complessità burocratica e le falle nel sistema la rendono fragile. È uno degli aspetti più interessanti della via greca per convivere con decisioni inaccettabili. L’apparato che deve occuparsi delle richieste d’asilo è complesso. Gli addetti vanno e vengono con contratti di sei mesi. La preparazione è scarsa. L’organismo europeo di controllo rende l’iter più tortuoso. L’efficienza dei tecnici dell’UNHCR (l’Agenzia ONU per i rifugiati) è necessaria ma spesso insufficiente. Insomma, come mi spiegano parecchi esperti, le contraddizioni di un sistema europeo che deve fare i conti con la legislazione degli Stati sovrani, genera a volte, come qui, quella che possiamo ottimisticamente definire confusione.

Ma nella confusione, si allenta la morsa di durezze umanamente inconcepibili. Nessuno, del resto, ammetterebbe mai di desiderare che su queste isole di fronte alla Turchia (Chios e Samos le altre massime rappresentanti) si vogliano creare dei lager. “Eppure non c’è dubbio che l’idea di fondo sia questa” dice Andrea Contenta, ricercatore indipendente, ex Medici Senza Frontiere, esperto di migrazioni. “Quel che la restrizione territoriale racconta è una storia che chiunque può seguire molto facilmente. Il primo non fu Orban, come si potrebbe credere, ma un Paese lontano: l’Australia. L’idea australiana è stata quella di mostrare a chiunque volesse partire condizioni così inumane che fosse difficile perseverare. I migranti sono stati spostati – peraltro con costi altissimi – in isole sperdute nel Pacifico (la più famosa delle quali è Nauru) all’interno di campi controllati da una polizia privata. Orban ha ripreso quest’idea adeguandola alla situazione ungherese. Ha fatto ammassare i migranti in campi che si trovano al di fuori dell’immensa recinzione di 175 km con cui ha chiuso il Paese, ma all’interno del confine effettivo, dunque in una zona neutra, fuori ma dentro, una non-zona. Esattamente come Nauru, isola in cui gli australiani sono padroni, e che finisce per costituire un limbo in cui i migranti aspettano all’infinito che venga presa una decisione sulla loro richiesta d’asilo.

Ora, la stessa idea è dietro questi campi nelle isole greche di fronte alla Turchia: un non-luogo, simile a Ceuta e Melilla, per intendersi. Impossibilità di raggiungere il continente e impossibilità di tornare indietro. Condizioni durissime anche se non è ancora sdoganata l’idea della polizia privata. Terrorismo per chi ancora vorrebbe partire”.

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E tuttavia si continua a partire. Perché se è vero che il campo di Moria rappresenta uno spauracchio, come tutte le indagini giornalistiche hanno mostrato, è anche vero che attorno a esso e addirittura dentro di esso, si muove qualcosa che allevia quotidianamente l’inumanità. Lo si potrebbe capire già soltanto nel villaggio dove i vecchi passano il tempo dividendosi fra i due kafenìa. Trenta metri di distanza fra i due ingressi. E in mezzo un piccolo locale per i bambini migranti. One drop in the Ocean si chiama. Ma non è una sola la goccia nell’oceano. Tre chilometri più in là, la scuola dell’Unicef in un vecchio edificio ristrutturato secondo le necessità è commovente. Le mamme arrivano portando i figli, siedono in aule a loro dedicate (corsi di lingua, psicologi, spazi per cucire) e lasciano i ragazzini. “Aria da respirare lontano dal campo. Aria che possono respirare anche i mariti che invece restano al campo finalmente in solitudine e magari vanno a farsi due passi” dice Sophia, greca continentale, mentre mi accompagna in ogni sala dell’edificio. Esattamente all’opposto di qui, in direzione Mitilene, è un’altra grande struttura dismessa riconvertita in maniera stupefacente da un gruppo di svizzeri. One Happy Family accoglie fra i 600 e gli 800 migranti al giorno. C’è una sorta di banca all’ingresso perché gli spazi ricreativi si occupano pagando. Si tratta di un’economia interna parzialmente giocosa.

Due vecchie dracme al dì, da accumulare e utilizzare a seconda di bisogni e desideri. Scuole di lingua, palestra, yoga, barbiere, orto da coltivare, studio di registrazione, montaggio video, falegnameria, workshop fotografici, sale giochi, assistenza medica, psicologi, dentisti, biblioteche, yoga, danza, ring per dare di boxe, pallavolo, negozi, e per tutti, al termine di una velocissima fila, il pasto caldo quotidiano. Di là della strada, sul colle che si affaccia sul lembo di Egeo prima della Turchia, si apre invece il campo di Kara Tepé, un’oasi di perfezione, pulizia, spazi in cui circa mille e cento migranti, in prevalenza famiglie, vivono con grande dignità. Bambini sciamano fra i container tornando da scuole d’occasione. Le porte si aprono. C’è aria di casa. L’idea decisiva di chi ha contribuito all’efficienza di questo campo sta tutta in un manifesto che ritrovereste ovunque a Lesbo: creare una comunità.

È la grande utopia che invece a Moria sembra quasi impossibile mantenere in vita a causa soprattutto di un eccesso di concentrazione che non ha uguali. Negli ultimi mesi, però, dopo le denunce giornalistiche e un clima sempre più fosco, il campo simbolo è stato alleggerito. Migliaia di persone sono state spostate. Alcuni hanno avuto accesso a una casa privata nell’isola come era già capitato per i casi più difficili: anziani, famiglie particolari, disabili. La maggior parte è sbarcata nel continente. E tuttavia il sovraffollamento del campo resta una bomba che scoppia drammaticamente a ogni pie’ sospinto, per via delle continue liti fra etnie rivali. Anche qui, però, troverete masse di persone che dal mattino alla sera s’industriano per rendere la vita accettabile. Patric Mansour, lavora da due anni alla sicurezza del campo dopo aver lasciato l’UNHCR. Padre libanese, madre svedese, si è innamorato dell’isola e non vuole più lasciarla.

Mi racconta di un impegno che non dà tregua e in cui alla pianificazione si sostituisce la necessità di far fronte alle emergenze quotidiane. Infiniti i casi che solo a ricordarli viene preso da una sorta di entusiasmo. Quello di cui è più fiero è la settimana glaciale nel gennaio 2017 in cui la neve sommerse l’isola, aerei e navi erano bloccati, e ricevere comunicazioni e permessi per spostare nel campo stufe apparentemente proibite era impossibile. Alla fine fece di testa sua, aspettare ancora sarebbe costato vite umane, dunque con i ragazzi di Movement on the Ground, un gruppo di olandesi efficientissimi, riuscì a organizzare la resistenza.

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Rosa, giovanissima coordinatrice di questi olandesi che hanno contribuito fra l’altro all’organizzazione di Kara Tepé, il campo simbolo in positivo, non può ricordare la neve. Stava laureandosi come financial manager al tempo. La incontro sotto la pioggia che batte su Lesbo da due giorni in quello che tutti chiamano semplicemente The Olive Grove.

Si tratta dell’uliveto che si estende accanto alle recinzioni del campo di Moria dove centinaia di tende sono state montate via via che il sovraffollamento del campo rendeva l’aria irrespirabile. È un villaggio spontaneo di fronte a cui un vecchio svedese venuto qui per cercar di capire come portare aiuti intelligenti scrolla il capo, si commuove e non riesce a parlare. Movement on the Ground ha terrazzato un’ampia fetta della collina, ha creato un sistema di scolo e tende dignitose. Ma intanto la baraccopoli spontanea cresce. “È il tempo quello che ci manca. Le forze sono loro” mi spiega Rosa nei cinque minuti che ha trovato prima di correre negli spazi che stanno trasformando in palestra. “L’idea è che loro stessi possano e debbano lavorare per organizzarsi. Gestiscono la mensa, per esempio. Sorvegliano la fila. Oggi devono mettere a posto i pannelli solari collegati a uno dei punti wifi che con le piogge ha smesso di funzionare. Se avremo la possibilità, visto che parte dell’uliveto è di privati, troveremo il modo di portare ordine anche lì. Il nostro fine è fare di questo una specie di campus dove regni il rispetto”. Per un attimo la pioggia si dirada. Mi aggiro fra le tende immerse nel fango. Un vecchio pakistano è molto fiero dell’ingresso che ha messo a punto battendo col martello sulle tavole di legno. Una donna afghana canticchia. Bambini corrono scagliando frecce con archi artigianali assassini. Due ragazzi a torso nudo, fradici, infilano pali nella terra per tirar su chissà quale copertura.

Una quarantina di chilometri a nord, scendendo fra i tornanti a Skala Sikaminiàs, cammino sulla spiaggia che è l’approdo più vicino alla Turchia. Il piccolo porticciolo è deserto. Non c’è nessuno in giro e un cane zuppo guaisce davanti all’ingresso dell’unico punto di ristoro aperto, una taverna intitolata allo scrittore di qui: Stratis Myrivilis. Mi hanno raccontato che nei giorni di bel tempo, si vedono addirittura le colonne del tempio di Atena che svetta su Assos (oggi la turca Behramkale), l’antica città greca in cui visse due anni Aristotele dopo aver lasciato Atene alla morte di Platone. Veniva spesso a Lesbo, il grande filosofo, e qui si trasferì nel 345 a. C. per condurre ricerche zoologiche nella baia di Kallonìs, poco lontano da Ereso, dove nacque Saffo, catalogando oltre 500 specie animali. Andare e tornare da Asso a Lesbo non gli era difficile, tanto stretto è il braccio di mare che pare un lago. Eppure è lì che, in questi anni, molti hanno perso la vita pur di entrare in Europa, fermarsi a Moria e sperare di continuare il viaggio.

Mentre cammino sulla spiaggia umida sotto un cielo livido e gonfio, penso al racconto che mi ha fatto Antonios Zeimpekis, coordinatore capo dell’Asilo Unicef. Gli dicevo che anche un breve giro a Moria e dintorni servirebbe a chiunque in Europa per capire e ridimensionare ogni proclama. Gli dicevo che non saprò spiegare mai il senso di vergogna negativo di fronte al male e il senso di vergogna positivo di fronte al bene che ho visto in questi giorni. Allora lui mi ha chiesto di ascoltare la sua storia. Per caso, infatti, conosceva bene uno dei politici improvvisati di qui che da destra, sui social, attaccava di continuo ciò che a Moria si spende per pagare il cibo della mensa, accusando i migranti di ingratitudine dopo aver mostrato foto dei piatti interi gettati via da chi poi va a rubare nei campi. Si trattava di un vecchio amico di suo padre. Lo ha chiamato invitandolo a venire con lui a Moria e l’uomo ha accettato.

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Così, in un giorno di bel tempo, si sono messi tra le reti che proteggono la fila all’ora di pranzo. Dopo due ore in coda, hanno preso la sbobba che veniva servita e si sono messi a sedere. L’uomo non diceva nulla. Era esausto. Aveva fame. Ha cominciato a mangiare eppoi è scoppiato a piangere. “Ecco, vedi?” gli dico io. Ma Antonios ride. “Gli esseri umani sono strani. Credi che sia finita così? Per due settimane ha smesso di scrivere qualsiasi cosa sui social. Ma poi deve essersi abituato all’idea e ha ricominciato come prima”. Non riesco a crederci. Sgrano gli occhi. Davvero? “Qualcosa però gli resterà sempre” mi fa Antonios allargando le mani come una specie di Tiresia. “Sai? Quando lo incontro mi sfugge. Riesce a guardarmi solo un attimo negli occhi. E non dice nulla. Sa benissimo quel che io so. Io conosco la sua vergogna”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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2 Commenti a “Il caso straordinario di Lesbo. Reportage dall’isola”
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  1. […] cosa sia diventata l’isola di Lesbo, estrema frontiera d’Europa e luogo simbolico delle contemporanee […]

  2. […] Minima et moralia riprende un pezzo del Venerdì: un dettagliato reportage racconta, tramite immagini e interviste, il complicato rapporto tra gli abitanti di Moria, sull’isola di Lesbo, e l’affollato campo profughi appena fuori dal villaggio. […]



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