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Il caso Valarioti: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autori, un estratto dal libro Il caso Valarioti, scritto da Danilo Chirico e Alessio Magro e uscito per Round Robin.

di Danilo Chirico e Alessio Magro

Due colpi. Le immagini dell’agguato

Sembra un gigante nero nell’ombra riflessa sulla terra, con la testa enorme e gli inconfondibili occhiali sul naso. Peppe cammina con le spalle al ristorante, lo stridore dei ciottoli lo accompagna, le luci lo illuminano da dietro. Quando svolta l’angolo e prosegue verso il fondo del viale, gli altri sono già attorno alle auto. Solo Peppino e Vincenzo gli sono dietro di qualche metro. Si sono fermati e Peppino cerca di convincere l’amico ad andare con loro in macchina. Adesso è buio, Peppe è di fronte alla sua 126 verde, infila le chiavi e le gira nella toppa con un gesto automatico. La sua mano appoggiata alla maniglia dello sportello perde la presa. Da sopra il canneto alla sua sinistra arriva un bagliore improvviso. È girato di fianco e lo percepisce appena, ma gli ferisce gli occhi come uno schiaffo.

Il ragioniere è già al volante. È uscito per primo nella notte, avanzando veloce verso la sua Autobianchi. Quando accende il motore, i pistoni fanno vibrare l’abitacolo e le cicale tutt’intorno smettono di frinire. Parte in retromarcia verso il fondo del viale per raddrizzare il mezzo. Sullo specchietto retrovisore la 126 di Peppe si fa sempre più grande, rischiarata dai fanali posteriori. Arriva a qualche metro dall’altra auto, poi ingrana la marcia e punta verso l’uscita, fermandosi prima del cancello in attesa degli altri. Chiama Antonio e Domenico, senza risposta. Il rombo del motore è forte, ma due rumori sordi in rapida successione irrompono. Sembrano due petardi fuori stagione. Forse una festa coi fuochi d’artificio, non lontano da lì, pensa. Il ragioniere chiama ancora i passeggeri. Sente un urlo. Vede Vincenzo arrivare di corsa, e resta impietrito senza capire.

Sotto la tettoia l’aria è calda e tesa. Uno è in piedi, appoggiato a un palo di legno, suda e sputa nervosamente. L’altro siede su un panchetto, con la schiena appoggiata al vecchio muro. E accarezza l’acciaio liscio e freddo, fumando una sigaretta nervosa. Lì attorno non c’è anima viva e gli unici rumori vengono dal ristorante. Nessuno li può vedere, immersi nel buio. Si sentono voci, i due scattano in piedi. Voci, passi. Da dietro l’angolo compaiono delle ombre, poi delle sagome. Le braccia si alzano e stringono forte il legno e l’acciaio, i piedi sono in posizione. Ha già deciso cosa fare, lo sguardo fisso sul punto oltre il canneto a quindici metri di distanza. Appena apre lo sportello, a colpo sicuro. Ancora voci, ombre e sagome. Sono in tre, uno va avanti spedito. Si avvicina. Forse è lui, dovrebbe essere lui. Dieci metri, cinque, tre, uno. Il dito si muove rapidamente, unodue. Senza capire il perché, senza averlo nemmeno chiesto. Si muove e rispetta l’ordine.

La prima esplosione è come un tuono. Talmente vicina da sembrare irreale. Un brivido lungo la schiena la accompagna, e il cuore comincia a correre al galoppo. Il fianco pizzica all’improvviso e il corpo si scalda, brucia di febbre, ma senza dolore, non ancora. Le gambe si fanno deboli e cedono sotto il peso della persona, lo stomaco è già gonfio. Il secondo colpo non lo sente proprio, solo uno strattone lungo il braccio sinistro. Mentre va giù, la macchina perde i contorni alla sua vista e migliaia di frammenti di vetro si muovono nell’aria. Attimi che durano un’eternità. In quel tempo sospeso Peppe nuota nei ricordi, rivive una seconda volta la sua vita, sorpreso dalla forza di quelle immagini nella sua mente. Quando la testa sbatte al suolo la scossa del dolore arriva di colpo. Un lamento acuto. Tutto è di nuovo chiaro. Poi un urlo: «Aiuto cumpagni, mi spararu».

Vincenzo dice affannato che hanno ferito uno di loro. Ha ancora quell’urlo nelle orecchie e l’immagine del sangue negli occhi. Ha le mani appoggiate sul finestrino abbassato dello sportello, è stravolto. «Presto, serve la macchina!». La A112 è ferma col motore acceso. La marcia s’innesta, l’auto fa un balzo e si spegne.  Il ragioniere è in panne, l’altro apre la portiera, lo fa scendere e parte sgommando. Qualche metro più indietro Peppino è in ginocchio e solleva per le spalle il compagno ferito, tenendogli la testa. Ha il suo sangue caldo sulle mani, sulle braccia, sulla camicia, sulla faccia. Lo chiama, gli stringe la mano, vorrebbe non lasciarlo andare via. Si scambiano uno sguardo eterno, le labbra di Peppe si muovono e dicono senza suono. Lo caricano sul sedile posteriore che è ancora vivo. Peppino continua a tenerlo contro di sé, e a parlargli. Vincenzo urla qualcosa ai compagni e parte a razzo.

Il ragioniere si ritrova sul vialetto, scosso e frastornato. Corre. Vede Antonio che è seduto per terra, e si dispera. Vede gli altri impietriti. Domenico gli passa davanti, in preda al panico, quasi lo travolge. Scappa verso il ristorante, si aggrappa alla porta che dà sulla campagna nella ricerca furiosa di una via di fuga. L’amico lo insegue e cerca di calmarlo.

A Noè quei due colpi sembrano pistolettate. Suoni sinistri, proprio lì a due passi. La sorpresa lo paralizza. Resta immobile, in ascolto. L’urlo di Peppe, i movimenti dei compagni, poi nulla. Fino allo stridore di gomme e all’inconfondibile sibilo di una 127 venti metri oltre l’ingresso, lanciata verso San Ferdinando. La sente anche Luigi. Quel rumore di marmitta vibrante è unico. Sono entrambi vicini alla Ritmo di Rocco. Noè ha già le chiavi in mano. Il richiamo di Vincenzo li scuote. Salgono a bordo, imbarcano Rocco e Antonio e partono anche loro.

Quando il ragioniere e Domenico si ritrovano di nuovo fuori sono ormai soli. Senza sapere bene cosa fare. Gli altri sono già partiti di corsa verso l’ospedale. Si muovono a fatica. Rientrano nel ristorante. Don Vincenzo, il proprietario, si fa avanti. Si guardano e vedono il proprio terrore sul viso degli altri. I tre si riprendono lentamente dallo choc, tornano lucidi. Il telefono non c’è, e bisogna avvisare i carabinieri. La terza auto parte verso Nicotera Marina coi tre a bordo. Sul viale del ristorante resta solo la 126 di Peppe, coi vetri in frantumi e crivellata dai pallettoni della lupara. A terra gli occhiali neri, rotti e senza più padrone.

’Ndu mmazzaru, ’ndu mmazzaru. Lo ripete come una litania, con le lacrime agli occhi e il singhiozzo a mozzare il respiro. Peppe perché proprio a te, perché non hanno sparato a me, Peppe. Il sedile è tutto sporco di sangue. «Verso quale ospedale andiamo?» continua a chiedere con insistenza Peppino. Lo stringe, gli tiene la testa e le spalle, ormai privi di sostegno. Gli parla, ma senza risposta. Solo un rantolo, leggero. Peppino lo stringe, si avvicina al suo viso. I suoi occhi ruotano nelle orbite, rovesciati all’indietro. La strada per Gioia Tauro s’avvicina. Peppino invoca, Vincenzo accelera. Un tanfo di ammoniaca si diffonde nell’abitacolo. È l’odore della morte. La faccia di Peppe è bianca, la bocca è spalancata. E muta.

L’ultima cosa che vede è il viso di Peppino, che gli sta proprio addosso. Rumori di auto, passi, grida. Poi nulla. Il dolore è forte, sul fianco si sente un branco di cani che lo mordono. E qualcosa gli scorre nella pancia. È fatta, pensa. Non se la aspettava proprio quella sorte. Peppino ci preoccupavamo per te, e invece è toccato a me. Quante cose avrebbero voluto dire le sue labbra, quante cose dicono i suoi occhi, con un solo sguardo. Valeva la pena sprecare una vita intera ancora davanti? Che domanda difficile che gli fa il suo cuore prima di morire. Non l’ho scelto io, si dice. Peppino non l’abbiamo scelto, era quello che dovevamo fare. Non vi fermate Peppino. Si scambiano ancora uno sguardo. Non ci fermeremo Peppe.

Noè guida nervoso. L’auto sbanda, all’una di quella notte non è facile tenere le curve e gli altri davanti corrono contro il tempo. Il rombo della 127 gli continua a girare in testa. È partita da dietro la siepe vicina al ristorante, dice anche Luigi. Rocco e Antonio ascoltano e ribattono. Nessuno riesce a stare zitto, nel silenzio ritornano quei due tuoni e poi l’urlo di Peppe.

Il clacson risuona nell’androne del pronto soccorso. Caricano il compagno ferito su una barella e si precipitano dentro. Un’infermiera arriva di corsa. «Presto, fate presto», le dicono. Le basta uno sguardo per capire. Si ferma davanti a loro. Un attimo di silenzio. Lo avevano già capito, ma quelle parole sono ineluttabili: «È morto, non c’è più niente da fare». All’1:30 il medico di guardia dell’Ospedale civile di Gioia Tauro mette la firma sul verbale del decesso. Ferite al fianco sinistro, lesioni al braccio sinistro, emorragia interna per sospetta lacerazione dell’aorta addominale. Una targhetta sul braccio, il lenzuolo sul volto e il corpo di Peppe finisce sottozero nel limbo dell’obitorio. È l’1:50 dell’11 giugno quando parte una telefonata ufficiale ai carabinieri: la burocrazia annuncia la morte di Giuseppe Valarioti. Quella notte da incubo non vuole proprio finire. Non ha più lacrime Peppino Lavorato, non per quella notte. L’auto dei carabinieri accelera, ma Vincenzo Saffioti non ha più fretta, e anche Noè Vazzana guida ormai come un sonnambulo. Nessuno parla tra i comunisti. Antonio Arimonti, Luigi Circosta e Rocco Rosarno si muovono a fatica in quel vialetto che li aveva accolti con la promessa di una serata allegra. «Chi eravate, cosa facevate, perché lo hanno ucciso?». Che domande. E chi gli voleva male a Peppe Valarioti, nessuno.

Anche il ragioniere Vincenzo Corso e il presidente della cooperativa Rinascita Domenico Giovinazzo sono tornati sul luogo del delitto. Sono tutti lì, come all’inizio di quella serata, per la festa del Pci dopo il successo alle urne. Domande e risposte sui verbali, domande e risposte che ti girano dentro come una vertigine. Lavorato è il capo e Lavorato risponde: «È stata la mafia, ci avevano già colpiti e adesso hanno ammazzato il nostro compagno segretario della sezione di Rosarno, perché hanno perso le elezioni». Ma perché proprio a te, Peppe? Sono già passate le cinque quando li lasciano andare. Peppino Lavorato sprofonda nella poltrona di casa con l’angoscia nel cuore.

Ha davanti agli occhi le diecimila lire strappate dal piombo e macchiate dal sangue. Peppe le aveva in tasca, e sono passate dalle sue mani prima di arrivare alla famiglia. Come un’eredità. Niente sarà più come prima, indietro non si torna. Non ci fermeremo Peppe.

Commenti
Un commento a “Il caso Valarioti: un estratto”
  1. Enza scrive:

    Grazie ! La storia di Peppe Valarioti è poco conosciuta e merita di essere diffusa in questo paese dalla memoria minima e passiva.

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