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Cassino 3010 (dalla raccolta inedita “I vivi e i morti”, 2010)

di Marco Mantello

Ancora oggi in paese a luglio i bambini si radunano sotto alle mura dell’abbazia nel bel mezzo della calura pomeridiana. Il loro gioco preferito è ‘il signor Gironzi puh corna’. Come riesumazione ludica di un fatto di sangue realmente accaduto, e proprio lì, su quei campi coltivati a maggese dove i bambini giocano, si svolge tutto in un modo abbastanza semplice. Miss Paese e il portierino della Nazionale fanno la parte delle vittime e devono nascondersi da qualche parte, fra le rovine dell’Abbazia piena di sterpi e di ferraglie arrugginite. I bambini contano, poi vanno a cercarli. Di solito i due se ne vanno giù giù per la discesa polverosa, e finiscono nel campo Ludovisi, lì si mettono mezzi nudi nell’erba alta, da qualche parte in quel rettangolo di terra sfigurata dall’incuria e dal vento di sassi puntuti e viperi. Franchino ovvero il primo signor Gironzi omicida per gelosia, deve trovare i due fedifraghi nel minor tempo possibile e ammazzare il rivale in amore. Così appena li scova nell’erba alta, grida ‘Atti copulatorii!’, e mima un colpo di arma da fuoco col dito indice puntato sulla nuca del ragazzo e gli fa: “pu’ corna!”, oppure prende un sasso e glielo spacca in testa, altre volte arriva con un’ascia, una spada del samurai, un’inondazione tsunami -I bambini, si sa, inventano, la loro è un’obiettività con handicap, totalmente ignara della legge dei grandi numeri, dei “se fallirai vuole dire che eri un predestinato”, e di tutte le amenità che impareranno poi, negli uffici bancari, nelle ditte dei prosciuttari, dai pubblicitari, dai telefonisti riuniti, i ‘siamo tutti sulla stessa barca’ dei loro capi vent’anni più giovani, i loro “il nostro” e i loro “il mio” , con il quale sottintendono l’idea che “unico referente e giudice ultimo delle decisioni, resta il cliente’ , cui conseguono come corrollario a ridosso di un fare o subire mobbing vicendevolmente, i soliti ‘noi non vi dobbiamo nulla’, ‘ma tu chi sei?’ ‘che cosa volete voi?’, fino all’epilogo giudiziario minimo, quelle tragiche e ridicole cause collettive di lavoro negoziate al ribasso, i loro crediti verso la società bruciati in debiti verso le società, e in statuine di madonne presbiti in frantumi, davanti al video amatoriale degli scontri in piazza, dopo che la stampa e la tv hanno provveduto a manipolare i simboli del passato -camionette e idranti, in novelle forme di impolitico terrore urbano, delegando al monetarismo delle banche centrali la stabilizzazione del disavanzo, e la costruzione di un’etica del reale, che faccia a pezzi una volta per tutte il mito sterile di Robin Hood…
Questi invece, i bambini che sbraitano: ‘Oh te la stai a ´ffà mette nel culo!’, loro invece sono ancora vergini. E la cattiveria è pura, del tutto priva di umanità, o di doppi calcoli. Loro non ne sanno nulla di nulla di moltiplicatori keynesiani e disoccupazioni frizionali involontarie, né di cause di lavoro e di riots, ma di sesso represso si. E per questo giocano sereni e cinici al signor Gironzi pu’ corna sotto alle rovine dell’abbazia, è un loro diritto, una prerogativa di quella bene o maleamata giovinezza, da cui tutti prima o poi guariscono, come dicono gli adulti disoccupati che invece, per guarire dall’età adulta e dalla disoccupazione, devono aspettare la morte o un crollo di borsa asiatica…E così, dicevamo, dopo il primo ‘puh corna!’ di Franchino, il portierino stende le braccia nell’erba e si accascia e Miss Paese strilla: ‘Ah! Me l’avèt’accìso!’, e il portierino stecchisce ancora e ancora una perfetta vittima del sistema, può stecchire per tutto il giorno, e un poco grida e un poco ride e si contorce tutto, dentro alla terra gravida, le sue mani scavano furiose nella terra, e striscia tutto come un vermiciattolo, alla ricerca di una via di fuga…’Ah! M’hanno spaccata ‘a capa!’, strilla e poi, quando dice: ‘a capa’, tutti gli altri sciacallini in festa corrono giù dalla collina al campo e danno i numeri, appunto, per stabilire quanto ci ha messo il primo Gironzi a beccare i fedifraghi. Dopo di che è il turno di Flaviano, il nipote dell’ex sindaco, poi Sabbatucci, Renato Usiello… vogliono tutti fare la parte del mostro e si coprono la faccia con questo lucidascarpe nero, alquanto tossico una crema che sa di cuoio e Vietnam, e si infilano una canna di bambù nei pantaloni, e si mettono proprio in mutande, a contare con gli occhi ciecati, le braccia poggiate su un muro dell’abbazia su in alto, come piccole croci nel sole. Di nuovo Miss Paese e il portierino della nazionale scendono giù per il fondo, e si rinfrattano nell’erba alta, e si rispogliano mezzi nudi. Lei ha quasi una seconda di reggiseno e il pisello di lui, raddrizzato nei boxer coi maialini, si lubrifica tutto al pensiero di strofinarcisi addosso, anche solo per puro caso, adesso che stanno lì da soli, prima che i gironzi li trovino e ammazzino ancora, e ancora, e ancora. Certi giorni al povero portierino, gli tocca morire dieci volte di fila. Gli inseguitori, intanto, ignari e consapevoli al tempo stesso della parola morte, hanno già regolato i “cornutometri” sullo 00 – I bambini, si sa, deformano il senso e son digiuni di etimologie, ma gli ammassi di sdrucciole e piane rifluiscono sulle loro bocche devastate da apparecchi di acciaio inox.

‘Ah porcelli e mo’ vi vengo a piglià…’, squittisce il nuovo signor Gironzi con la sua voce da castrato angelico. Certe volte si porta dietro pure l’aiutante complice e qualcuno dalla collinetta esclama un ‘via!’ e dall’alto dei ciuffi d’erba si leva un canto, sincopato a marcetta, uno a uno se la fanno tutti, questa cosa dell’omicidio del fedifrago. Poi quando hanno finito le gironziche turnazioni, si tratta solo di calcolare i tempi. Chi fa quello più basso vince, e può baciare Miss Paese a labbra chiuse, o con la lingua ma solo se a lei le va.
Nessuno tardò a ritrovarli. I bambini cantavano in circolo, altri fissavano i cornutometri, uno solo era rimasto indietro, e contava uno, due, quattro, trenta!, dritto in piedi con le mani sugli occhi, e il corpo attaccato alle rovine dell’abbazia… Erano almeno in dieci, e correvano verso il campo, a passi rapidi e sbraitavano: ‘Mo’ li piglia…’, dietro alla sagoma nera e possente dell’ultimo Gironi Selvio. Il portierino era immobile, e Miss paese sopra di lui a gambe aperte che si muoveva tutta e strillava forte mimando un coito. Il Gironzi prese un sasso da terra e quell’insana, formidabile mezzaluna a serrargli le labbra, gli occhi rossi iniettati di fiele, scrutavano il cielo terso, aspettava solo che gli dessero il segnale: ‘Eccoli. Sono là, Signor Gironzi acchiappali! E mo’ vedete che cosa gli fa…’. Era già sopra di loro fu un attimo, alzò la pietra in aria, il portierino era a terra, sotto di lui: ‘Puh corna!’ strillavano i ragazzini: ‘Puh! Puh corna signor Gironzi ammazzali!’. ‘Selvio! Lascialo perdere Selvio!’, strillò Miss Paese. E poi fissando il sasso, e le macchie di sugo rosso sulla sua punta acuminata e rotta: ‘Ah! Me l’avete acciso!’. Il portierino era pieno di sangue. Selvio gli stava già addosso, e colpiva, colpiva forte le aveva mezzo spaccato il cranio pure alla Miss, e non diceva una parola colpiva e basta, in mezzo alle grida e agli strepiti…

Si sono fatte le cinque del pomeriggio. Sono scesi dal campo, tutti, con le braccia in aria, una piccola armata, lungo il solco degli aratri immobili, sulla collina e sulle dentature del piccolo esercito si intravedono le prime epulidi, le escoriazioni, qualcuno ha già in bocca le cellule tumorali, da prolungata esposizione al sole e nessuno lo sa ancora, che moriranno giovani tutti a breve, nemmeno Miss paese, se ne sta lì ignara nella sua canottierina e minigonna jeans, dritta in piedi davanti al gruppo, è bellissima slanciata bionda e li fissa arrivare, con le mani sui fianchi e la testa a trentasei gradi celsius, dietro alla palla infuocata del sole. Eccoli si sono messi in circolo, in un ampio e confortevole girotondo, le parole vagano e i corpi sudano sul bisbigliante tintinnìo dei cornutometri, e tutti aspettano di saperlo:

‘Il vincitore di oggi è…’
‘Franchino Menabozzi!’
Grida e applausi all’annunciazione, febbrili spintonamenti e pugni sulle spalle e risatissime gutturali e imitative, come se gli mancasse un pezzo, come se ti potessero davvero uccidere per errore o scoordinatezza di movimenti, quando li incontri a gruppi la sera tardi in tram e spiegazzano le sbarre appesi, come ruttanti scimmie da laboratorio…
‘Bacio! Bacio! Bacio!’, glielo strillano tutti, ormai, al vincitore. Franchino Menabozzi avanza esaltato e incredulo con quella specie di fuoco teso nel basso ventre, e batte i cinque sotto la coorte degli amichetti arrapati cronici, e ripete :’Si!’, oppure: ‘Yeah!’, e nomi di giocatori di basket americani, e formazioni con calciatori celebri, miste al suo di battesimo originale, e tutti sembrano dirgli Vai! Franchino Menabozzi vai! Franchino destinato alla panchina nella vita e sui campi di mezza europa, oggi è il tuo giorno da titolare! E quegli occhi accesi, sospinti a gemiti dalla folla urlante, il superamento cronico di quell”assenza prolungata e innaturale di contatto fisico con l’altro sesso, il senso ultimo, il principio universale di frustrazione non ancora esteso sui suoi prossimi quarant’anni di siti porno e mignotte ardenti… ‘Bacio! Bacio! Bacio!’, gridano tutti in cirolo. Miss Paese è livida, la sua gonna è sporca d’erba e si vede il verde, impresso e indelebile sopra la esse di ‘Moschino’. Le si è rotta la calza e quella macchia di coscia nuda, la sua piccola sbucciatura al ginocchio, mentre gli occhi abbacinati dalla superbia scrutano ironici il ciccione avvicinarsi, bavoso e sporco verso la sua figura… Lei gli dà almeno dieci centimetri e quello punta i piedi in alto, come un ballerino classico devastato dal cenone, e barcolla tutto con quella pancia enorme e il suo piccolo puntino di piscio e sperma, irrorato nelle mutande bianche, mentre le labbra si avvicinano chiuse, serrate, tremanti a lei, e tutti lo gridano ancora: ‘Bacio! Bacio! Bacio!’, ‘Vabbè dai!Baciala no!’, sbotta una voce fuori dal coro. Gianfranco, il portierino della nazionale, l’ammazzato plurimo la miniatura ming che Miss paese ci ha paccato un paio di volte al parco, lo sconfitto di oggi per una volta almeno nella sua vita, in mezzo al circolo di sfegatati urlanti, autorizza ufficialmente il contatto fisico con la sua donna, come la chiama lui. ‘Lingua! Lingua! Lingua!’, strillano i bimbi in coro, e le bocche dei due si aprono, come agite da un congegno meccanico, e la lingua di Missa Paese schiocca, dentro quella di Franchino il ciccione, hanno gli occhi chiusi è un caos primordiale una purificazione collettiva, la prima e unica forma condivisa, di libertà dal bisogno…’E Gianfranco sta a rosicà! Mo’ se la scopa!’, grida qualcuno verso il biondino, e poi ancora: ‘Due a zero! Palla al centro!’, un paio di grissini non sviluppati ancora, hanno preso a fare le radiocronache in diretta stadio:
‘Dopo lo scompisciante incontro scusa ameri, Un possente autogoal di Metrò dalla metà campo!!’
‘Ah Metrò ti stanno a scopà la donna tua!’
‘Ah Riò ma che cazzo vuoi! Fatti li cazzi tua no? Che campi cent’anni!’

Oggi è arrivato agosto. E i bambini non vanno più sotto le mura dell’Abbazia a giocare al signor Gironzi. Alcuni passeranno le vacanze fuori, ci sono quelli con i parenti a Roma, ma pure gente di quaggiù, o di più sotto ancora. Molti si prenotano i campeggi dall’anno prima, e si spingono fino all’Aurelia, poco fuori da Santa Severa hanno costruito queste grandi colonie multifunzionali in mezzo al nulla, dai variopinti nomi amicali e confinanti col lembo di mare in concessione mistica: Il club della formica, Le api della Tolfa, Artiglio Etrusco. Ci sono campi di calcio, tennis, piscina, accettano le iscrizioni dai tre anni in su e tutti si divertono da matti, anche Franchino il predestinato a fallire, nonché primo e inimitabile signor Gironzi della serie, quest’estate finirà in mano agli animatori della sua infanzia, e sarà svezzato da un Charlie Brown di tredici anni più grande di lui, in un funestissimo corso di wind surf sulla terraferma. Perché adesso i giochi sono finiti. E’ arrivata la notte in paese e i bambini sono tutti rincasati, e poi ancora le prime luci dell’alba e poi la mattina presto, a Cassino 3010. Su Via Monginevro la domenica mattina non passa un anima, e le finestre del terzo piano sono chiuse, tranne quella del bagno. Il vero mostro, l’orginale Gironi Selvio e consorte-puttana, hanno appena aperto gli occhi e si sono vestiti di tutto punto e stanno giusto per uscir di casa. Lei è incinta. Stanotte ha avuto come la sensazione che il bimbo si fosse girato, mancano pochi giorni all’appuntamento con il policlinico, lo stesso dove è morto Ferretti Paolo, pare che quando verrà il momento di mettere al mondo l’orfano, staranno appena due piani sopra, al reparto nascite, mentre Ferretti Paolo quando arrivò in coma con la testa spaccata, esattamente otto mesi e tre settimane fa, beh lui stava a terra, alle terapie intensive…
Anche per questo indubitabile senso di attesa, oggi a casa Gironi sono tutti tesi. E non dimenticano le incombenze, ogni mese. Anche oggi è tornato il giorno, di quando accadde quel fatto di sangue… E lei è incinta, sta per nascere, questo figlio dei silenzi prolungati con suo marito Selvio, di quelle stanze fredde pure l’estate, di quelle mattine ritrascorse a faticare su al fondo dei Ludovisi, dove ancora lavorano entrambi come fattori. Oggi è domenica sono rimasti a casa, e nei buchi delle serrande trafitti dal sole si intravedono rovine e resti, e un pezzo di campo a maggese, le macchie di sangue sbiancato e loro lì con tutto il peso della reminiscenza davanti agli occhi e davanti al water, una coppia di fattori online, regolarmente retribuiti online dai Ludovisi online, o meglio dagli eredi dei conti, andati a vivere da ventun anni online in Patagonia in una comune con insegnanti Waldorf, mentre le borse di mezzo mondo crollano, l’inghilterra brucia le sue miniere ai santissimi Milton e Friedmann,e i Gironi sono sempre lì, a tu per tu con la loro colpa, a contemplare e ritornarci dentro: è come avere un roditore in testa, diventare le stesse abitudini, i loro tempi di vita minimi, è una cosa che gli respira dentro, e che non ha più un ruolo, una posizione storica, è soltanto la loro storia di tutti i giorni, quello scheletro che si alza, di tanto in tanto sopra le loro teste, e li fissa coi suoi giovani occhi aperti, e gli versa da bere nei crani nudi e gli dice: ‘Assassini…’, quando arriva il momento del sonno, e il loro letto matrimoniale disunito da vent’anni da un comò con lampada, Selvio le chiede ancora con quell’aria da cane ferito se il ragazzo ce l’aveva più duro del suo quando l’ha messa incinta, e lei alla fine stremata, isterica e nera di rabbia gli strilla quel liberatorio: ‘Si! Se proprio lo vuoi sapere si! Ce l’aveva durissimo! Enorme!’
E poi quando Selvio comincia a frignare, e lei gli si avvicina tutta e gli mette una mano al petto nella stanza gelida: ‘Ma che importanza ha, adesso, me lo spieghi Selvio! Quello che conta è che io sto con te. Che stiamo insieme e che sta per nascere. O no?’
‘Si. Si certo scusami…’, mormora lui mezzo eccitato, contrae il bacino e le si stringe addosso, le stringe i seni con le sue mani callose, e piagate da una feroce allergia al nichel, e piange forte come un ragazzino, col sudore che sbraca di fuori, dal suo cranio pelato e da quella folta, massiccia peluria nera dipanata in petto…
Era come se in quelle parole della gravida consorte nelle sue risposte nella sua sincera durezza del tipo: ‘sono rimasta con te ti ho aspettato tornare dal carcere e adesso andiamo avanti insieme con questa benedetta gravidanza e tutto… che cosa vuoi di più da me? E sopratutto che cosa vuoi ancora da lui? E’ morto!’ -Era allora che scopavano a sangue. Dopo quel ‘morto!’. Era come se dolore e piacere stessero appesi allo stesso filo, e le si stringessero al collo in un cappio di rassegnata lucidità, era Selvio che ci penzolava, lui il suo omicidio d’onore e tutte le dicerie in paese, sollevati a mezz’aria in quello stanco ribollire in quei: ‘Si certo è vero…quello che conta è che adesso noi…’. Glielo sussurrava sempre quando le veniva dentro da sopra in lacrime, e si asciugava gli occhi tutto da solo, come per convincersi che la durezza fosse un fatto di testa e non di corpo, come per essere ancora presente, anche adesso che era tornato giù. Ecco in questa specie di espiazione domestica, ciascuno dei due sposi massimizzava i presagi dell’altro, in una prematura vecchiaia interiore e quel vivere quell’attesa della vita, divenivano un tutt’uno con la speranza. Lo sapevano benissimo che sarebbe venuto fuori un maschio, e che avrebbe compiuto i suoi 19 anni, e che allora gliel’ avrebbero detto tutto di un fiato, quando tornava da scuola con il sette in greco e la torta di compleanno comprata da Gatto -chi era tuo padre e chi non era e dove stava adesso, e tutte le volte che hai dettò papà all’assassino di tuo padre, tutte le volte che l’hai abbracciato e che siete andati insieme in bicicletta, fino allo stadio olimpico a Roma, gli abbonamenti in due…
Selvio dice che forse, quando il pupo farà sei anni, lo mandano alle colonie estive sull’Aurelia… Ha una fregola di fare tutto in anticipo, si programma i dettagli minimi, l’ha già iscritto alle liste degli asili comunali, pare ci sia un elenco apposito, e che basta il cognome ed è importante entrare fra i primi cento, tocca muoversi con due anni di anticipo, la cultura dell’assicurarsi e minimizzare i rischi e lasciare ogni cosa com’è altrimenti si generano catastrofi, la cultura della realtà contro il mito di Robyn Hood, e ogni tanto qualcuno ci lascia i resti: Selvio è così. Il rimorso e l’amore hanno lo stesso identico colorito che aveva lui, quella mattina quando arrivò al campo, e li vide che copulavano, nell’erba alta e afferrò il sasso e sollevò le braccia al cielo, dietro a quella specie di stormo di anatra schierate a V, che veleggiava ignaro al di sotto del sole -il signor Gironzi puh corna…

‘Senti al peggio starà coi nonni no?…No? Hai sentito che ho detto?’, dice alla moglie deponendo i moduli di iscrizione sul davanzale. Sono le dieci del mattino, e oggi ricorre la rimembranza, e Selvio ha aperto la porta di casa con il solito sguardo smunto e le borse vivide sotto agli occhi: ‘Allora che fai sei pronta?’, chiede alla moglie, e il suo gozzo fa su e giù dall’abbaino, fissa il nido di rondini rotto, e la scritta ‘eat my passera signòr Gironzi!’, piallata in gotico sul muro davanti casa, e le scale che scendono giù, assieme alla ripida ombra del mostro… Sembra che tutto, là fuori in paese, li stia aspettando. Passano ritti come statue, per i vicoli stretti e nudi, un silenzioso deserto ne avvolge gli occhi, nel tepore domenicale che le ore appiana e quel perenne, inusitato oscillare fra l’essere e il nulla, il dominio assoluto della necessità. Forse sono loro due a rigenerarla, la necessità, questo fatto che camminano insieme marito e moglie verso il tempio, e si tengono sotto braccio, e lei gli aggiusta il lembo della giacca e alza gli occhi in continuazione.
Dalle finestre dei caseggiati gli stendini pensili e le mollette appese in aria come piccole stelle di legno, gli continuano a mentire, in quella specie di deserto dai mille occhi è tutto in regola, mentre i cadaveri dei vivi e vegeti, la popolazione attiva, scorrono muti e nascosti da mura e cavi, sulle placide acque domenicali dei cazzi loro, le tv accese, le voci fuori campo ‘a che ora si pranza?’, ‘State facendo la cosa giusta, bravi!’, e un mormorio costante di cicale al sole.

Quando arrivano al bar centrale su piazza Roma apre la porta lei, dice buongiorno a tutti e se ne rimane muta e immobile lì all’ingresso, con la giacca del Gironi Selvio in mano, e i bracciali in finto oro che tintinnano dal polso, e quella tenue peluria di vene gonfiate dal caldo estremo, che si estendono a foce di fiume sul palmo, e sottili e al contempo ruvide, sporche di terra, odono i resti del mormorio paesano. Selvio va avanti lui per i tavolini, la gente del bar non lo guarda nessuno in faccia e Selvio vorrebbe dirci qualcosa, qualsiasi cosa e non starsene zitto così, a pugni stretti e sudore in fronte, è come se le parole se ne scivolino via, su quella specie di smile rovesciato serrato e chiuso, che tutti scruta come una scimitarra sguainata ai posteri. Ci saranno più di quaranta anime quando comincia a ‘esporre’. Ogni lettera di saliva vale il prezzo della ferita, ogni piana una decapitazione, ogni sdrucciola un olocausto e un bruciore greve accompagna i ‘però’. Ecco, ce l’ha quasi fatta, punta l’indice e trema, mentre le narici si allargano, e sbuffano i nomi a uno a uno, i nomi dei complici…’Flavio Usiello!’, sbraita verso il bicchierini di amaro lucano dispiegati al bancone argenteo, ‘e tu, Carmine Carbone e tu e tu…Giovanni Lusitano e tu, Franceschini, e Scevola!’.

Il bar centrale emana una devastante atmosfera da scopone scientifico. I giocatori sono convinti che il loro tavolino è il migliore, il più prestigioso e affermato al mondo e in una specie di cappa di fumo e oro, ciascuno accetta che le masse subalterne di non giocatori e figli, si aggreghino alle spalle della cinquina con carte schierate a mazzo, come a creare un ponte, un perenne ‘puoi assistere al gioco e parlarci ma non sarai mai come noi’, sbraitato immemore sui poveracci, sui deboli, sugli ingenui e la loro doppiezza morale, mentre i capibanda compiaciuti dal loro pubblico, sbevazzano cicuta masticando olive di mano in mano, le gazzette spianate sulla pagina delle medie goal, la tv accesa su buona domenica, anche adesso che è arrivato il signor Gironzi puh corna, l’assassino del ragazzino che si faceva la mogliettina, il vezzeggiativo urlante, il papputo dichiarato pazzo in primo grado e rinsavito in appello, e tutti dai tavolini pensano, giocatori e pubblico: ma che diavolo vuole questo? E non glielo dicono mai in faccia tutto di un fiato come lo vedono loro a lui da sempre, e se ne stanno zitti e fanno finta di andare avanti nello scopone, con quelle teste reclinate sui re, le regine e gli assi, mentre Selvio appunto espone, e le spalle gli fanno su e giù si gonfia d’aria e si risgonfia: “Oggi…oggi però…quando è morto il ragazzo e io… Insomma oggi, qui in piazzetta, arriva un pullmann per il Cimitero del Verano….Ho pagato tutto io’, dice ‘ci sta pure l’aria condizionata e voi ci venite tutti! E ci portiamo i fiori! Capito? I fiori! O no?”.
Ci ha messo un po’ a carburare ma adesso è scoppiato davvero come le C neorealiste della sua roca voce. La gente ai tavolini abbassa gli occhi e i telecomandi della tv. Concentrati sulle carte o sul limone spezzato nei bicchierini, con quelle assurde poltrone che scimmiottano la reggia di Caserta a ghirigori e basamenti ricamati in legno, i colorati poster di Mazzola Paolo Rossi e Vialli, pare come che si rintanino dietro ai vili tricolori in festa, spianati in fila per l’imminente semifinale del trofeo Dino Risi. ‘Selvio per carità di dio! Calmati!” grida la moglie. Gli si fa incontro e la giacca le cade a terra: ‘Selvio, tesoro…’, sussurra epica e quello le si accascia tutto addosso, proprio in ginocchio. Poi come agito dalle arcane forze del bene, si rialza di colpo e in un barlume di amor proprio lo grida ancora: ‘Tutti! Devono venire tutti! Voi e tutta l’anima de li parenti vostri!’.
Al bar centrale è calato il cupore. Sono volati dei bicchierini di amaro lucano a terra, e le bottiglie, le tazzine sparate giù come freccette, sullo specchio squarciato che ne riflette i cocci al bancone immoto, e rende il tempo più instabile e lento, sul perenne oscillare di quel viso magro, che tutto scruta e dall’alto giudica, irto ed erto come una quercia antica, nella furia distruttrice della reminiscenza…’Selvio adesso basta! Ti prego calmati…Qualcuno lo fermi!’, strilla la moglie, mentre quello continua a tirare roba e a spaccare cose, che lo guardano tutti. Alcuni avventori si alzano e se ne vanno via. Il proprietario Giacomino Ricciuto, ex cameriere, ex disoccupato ex emigrante ex proletario ex tutto, e oggi titolare del bar in accomandita semplice, sta fissando a voce alta i rimasugli in coccio della scenata pubblica: “E a me chi me li paga adesso? I morti?”, bisbiglia bilioso con quell’enorme grembiale azzurro, che fuoriesce dal collo e la N di Napoli d’oro al centro. Qualcuno dai tavolini tiene il palmo della mano rovesciato a coprir le labbra, c’è chi rimescola le carte e se ne perde un po’ nell’aria, e chi strilla a voce alta: ‘E andiamo!’, sulle immagini di repertorio di un Canè-Lendl dell’84… Finalmente si avvicina Umberto, l’ex sindaco, si prende il mostro sottobraccio e gli fa: “Selvio io ci vengo con te al Verano ma adesso per favore siediti…qua ti vogliono tutti bene…Selvio!”. Lo hanno tirato su dai cocci in quattro, e lo fissano dritto nelle pupille e quello singhiozza ancora, mentre gli portano uno sgabellino tutto per lui dove poggiarsi, si sono alzati Usiello, Carbone e Carmine, una piccola crisi di nervi per il signor Gironzi, l’ammazzauàglioni impepato vivente….
‘Tutti bene ti vogliono, lo vedi? Selvio oh!’, ripete l’ex sindaco e lo scuote e lo ravviva con calcolati buffetti e buffoni. Umberto era stato il suo maestro alle elementari, il suo allenatore alla scuola calcio, il suo testimone di nozze il suo unico vero nemico-amico per via che era fascista uno e di sinistra l’altro, era stato perfino giovane, molto più giovane perfino di quel ragazzo dell’ “incidente”, per cui Umberto se lo ricorda benissimo e chiaro, quando Selvio era un segaiolo chiuso in camera e solo, e quando se lo prendeva sulla vespa fra gli strepiti di mammà e se lo portava al bar con quelle lenti da sole nere e quell’aria beffarda da trentenne scapolo, a ripetergli in mezzo ai grandi: ‘Insomma hai chiavato o no?’. Per cui non ti potevi sbagliare punto sulla sua lungimiranza, Umberto era uno di loro, un predestinato a una vita tranquilla e anche adesso che era vecchio e storpio, e la sua voce si era fatta meno greve, dietro alla maschera di rughe e capelli bianchi e lisci e con la riga a destra e lo capiva, capiva Selvio anche meglio di quanto Selvio capisse se stesso in mezzo al nulla dei cocci rotti: ‘bevi…che qua ti vogliono tutti bene…Hai visto?’. E Selvio beve, dalla tazzina beve, e annaspa nel mare di compassione e simpatia, travolgendo l’esercito del rimorso. Si intravedono già la bara, e i due tulipani neri, e la vita e la morte e le date, impresse a lettere di marmo, dentro l’aria fumante e viziata, il luogo autentico del delitto, la fornace degli assassini senza le palle per farlo loro. C’è voluto del tempo, a Gironi Selvio, per tirar fuori la sua verità. E una totale assenza di vergogna una totale assenza ecco appunto, forse è quello che sente adesso, davanti ai complici e al paese tutto, espiare questa cosa insieme, che quelli lo sapevano perfettamente di chi è stata la colpa, anzi potrebbe essere il punto di inizio di una ricorrenza laica, questo fatto di andarci a trovarlo al Verano, ogni anno alle undici in punto in questa data qua, potrebbero chiamarlo il Ferretti Paolo Day, chiavatore occasionale della di lui consorte e ingravidatala al primo spruzzo, dopo tre anni che i due sposi ci provavano fra aborti spontanei e quell’insano consumarsi di analisi, ormoni e luminari a Napoli, a Roma, a Verona e arriva questo e in un colpo solo pam! La mette incinta!
Forse è davvero così, hanno ragione le fattuchiere dei tarocchi sulle tv locali, quando dicono che i morti hanno generato i vivi, e forse allora è venuto il tempo di rendergli grazie a Ferretti Paolo Craniospaccato, e di chiuderla qui una volta per tutte con le dicerie le malelingue e i concorsi morali…
‘Per cui alle undici, stamattina…ci venite tutti o vi ci porto io a calci nel culo!’ Chiaro?’, strillò Selvio. E fu come entrare in quel bar una seconda volta, fu come tornare indietro a quel giorno quando lui lo uccise. Era al bar quel lunedi mattina, e per prima cosa disse: ‘buon giorno’ a Usiello e si ordinò il caffè. Lo guardavano tutti, muti, dai tavolini. Usiello gli si fece incontro scamiciato e impomatato come un pappone, e gli disse davanti all’intera schiera dei facciamoci i cazzi nostri: ‘Tu stai qua a desinare…e intanto i topi ballano…’. -Mentre quelli dai tavolini luridi, quelli dello scopone scientifico i briscolari Carmine e il Carbone e tutti i resti delle loro notti passate sui giornaletti anal fuck sedicenni in calore strachiusi in casa, sulle loro maschere di gente per bene, su quel paio di cosce aperte di quella puttana dell’Ernestina e gli occhi azzurri dell’adolescente con cui se la fa, quello che viene da fuori, il nipotuncolo dei Canicattì, col giubbetto di pelle come James Dean, e pure il 125 della moto guzzi e le rovine rotte che rombano e tremano al suo passaggio… L’abbazia pareva diventata un harem, un ossario vivente, da quando era arrivato in paese e se se n’era fatta una, la più difficile e austera di tutte, in quella sua bellezza chiusa, in quelle immense gonne larghe, e lunghe che non si vedeva mai nulla nemmeno al mare…
‘Lo sanno tutti, perfino i bambini, Selvio…e i bambini non sono mica come i topi…’, gli fa Carmine
‘Come dite scusa? Che bambini che topi?’, sorride il defraudato, e sul momento non ci pensa proprio, sente solo questa fitta lungo la schiena, e l’eco storpio di quelle parole, scavargli le vertebre a una una…Sentiva, Selvio, di non avere più il controllo del di lì a venire, e che le sue finalità ultime -farsi una famiglia, avere un lavoro fisso, riprodursi e chiamare i nipoti col suo nome- erano state disattese da quella gente, che non lo prendeva più sul serio, con quei silenzi e le mezze rivelazioni: che cosa doveva fare, adesso? Che cosa si aspettavano che facesse da lui, adesso? La lingua gli si inceppava tutta mentre lo pensava, stopposa e molle, non riusciva a separare le piane dalle sdrucciole, non era in grado di connettere l’etimologia di bambino all’etimologia di topo.
‘Vai! vai a vedere con i tuoi occhi’…che quelli stanno là dalle nove a ballare…’, glielo avevano detto ancora, stavolta il Ricciuto, con il resto delle diecimila lire in mano, e Selvio era uscito dal bar con le ascelle sudate -la tazzina spaccata a terra- ‘E adesso a me chi me li paga i cocci?’ sbraitò il coro assetato di sangue, ma il cornuto era già lontano, correva cornumetrato a vista verso la terra dei morti, con quella specie di sorriso ebete a tenere il punto, e il dovere di fare qualcosa, qualsiasi cosa anche impalarsi vivi…Ecco in una parola sola: a Selvio quella mattina di un anno fa gli era salito il sangue. Ci aveva visto un muro di cattiveria e filantropia eversiva, su quei visi distratti e al contempo elusivi, allusivi, con il logo rosso della coca cola in mezzo, trasparenti come i letti delle loro camere nuziali, e il rossore dei loro panni da prima notte esposti al cielo, il rossore delle fiche finte delle loro mogli…Ma che ne sapevano quelli? Che si parlavano che si giudicavano e perché… perché lui gli aveva dato retta e ci era andato davvero da solo al fondo? Non si fidava più di Ernestina? O forse lo sapeva già dentro di lui , che cosa avrebbe visto nell’erba alta? Forse ci provavano piacere, quelli del bar, la soddisfazione morale ecco appunto, anche dopo, il giorno dopo l’Incidente, c’era venuto nessuno sotto casa sua, come nessuno gli aveva chiesto almeno: come stai come ti senti?, quando lo portarono via nel blindato nero, nessuno! Solo quel fascista di Umberto l’ex sindaco, il nemico-amico che ti comprende molto meglio di quanto non sappiano fare i tuoi simili, e ti mortifica ti umilia con la sua disinteressata stima e ti fa sentire un fratello per dio, tutto quello che temevi di diventare e pensavi ancora di non essere, tu! -Era questa la loro solidarietà? Era questa la loro solidarietà? era questa per voi la solidarietà era questa?’
Si era fatto solenne in quel ripetere a manetta la stessa frase, finanche doroteo nel raccontarsela in un eterno replay del già successo. Forse era solo questo bisogno feroce di esserci, che si annidava nelle sue viscere, il senso ultimo delle parole solidarietà e perdono…Ma nessuno al bar centrale ci pensava, alla solidarietà e al perdono, e nessuno l’avevo accolto nel suo cuore, a Selvio, e nessuno aveva detto o fatto o prodotto un cazzo di solidarietà e perdono, quando era successo l’irreparabile anzi, lo avevano lasciato solo, e adesso che stava lì, davanti ai veri responsabili, e voleva che almeno un fiore nelle loro chiese con i nidi delle cicogne al cuculo…
Aspettarono fino alle due passate. Il piazzale davanti al bar era deserto. Selvio espirò l’aria e fissò l’orologio al quarzo. Era come se l’aria fosse uscita tutta dai polmoni, e che Selvio si fosse sgonfiato. Stavano là in attesa da mezz’ora ormai, come due automi fuggiti dagli orologi, c’erano solo la moglie e lui. Le saracinesche del bar erano state chiuse, e tutti i fuoriusciti dell’ora di pranzo gli erano passati davanti col cappello in testa, mentre tornavano cupi alle loro case. Chiuse anche loro, come le elementari Carducci e Pascoli, e le finestre e i portoni adiacenti al bar, e i garage e le mansarde e le tendine le persiane le tapparelle le gelosie e i giardini pensili di piazza Anita Garibaldi. Erano state chiuse tutte le strade del centro storico e i due negozi due di abiti da sposa e trekking all’angolino in fondo: erano chiusi. Avevano chiuso i televisori e le radio, e pure i gatti e i cani e le galline e i loro tuorli di uova covate a notte, erano chiuse le sfogliate le maltagliate e le tranciature al sugo finto, erano chiusi il museo comunale, e le anfore di terracotta della magna grecia, nei cui interni taurini e antopomorfi, scorreva il vino come il sangue del dio misto all’uomo, che non potevi bere pena perdersi in un labirinto, o nell’attesa che le navi ritornassero da Delo, o che finisse il ramadàn o qualche altra festività religiosa nel mondo, e che i tg del futuro annunciassero la ripresa delle operazioni belliche. Ne sarebbero partiti, da lì, per il futuro, di ferretti paoli sopravvissuti alla furia omicida del mostro! Iraq Afghanistan Somalia e Kosovo, certi giovini diciannovenni del futuro, si sarebbero comperati le case al centro storico a Roma, mentre quelli ritornati con la sbriciolata, le ossa rotte l’uranio impoverito etcetera, stavano già chiusi nella caserma Albio Ruffo di Serpentara, prima ancora di materializzarsi su piazza Roma sotto forme di statue di bronzo, e poi tornarsene da vecchi lì al paese dov’erano nati, prima ancora che fossero morti e ripetersi: è tutto chiuso, e rivedersi marciare davanti agli occhi la ricorrenza laica, il Ferretti Paolo Day, come se lo sognava Selvio Gironi su tutti i giornali locali con lapidi e bande annesse. Non si parte non si sposa e non si combatte, al Ferretti Paolo Day, si prende un pullmann, e si portano tulipani ai morti. Lo avrebbero marchiato con una piccola croce al valore sui calendari, accanto al 2 di novembre, lividamente in mostra dalle feritoie , eretto a tempio del digerito, condiviso e appunto chiuso, come una fortezza di solo silenzio. ‘Selvio è arrivato il pullmann!’, dice Ernestina. Il suo seno è cresciuto di due misure. E la sua pancia nel lino bianco della camicetta, pare una specie di mongolfiera sparata in aria. Ci saranno più di 30 gradi fuori. I partorienti sono ancora lì, soli, che aspettano sul marciapiede di perpetrare, quasi in sincrono con quel freddo, impersonale: “Verano è lei?”, del prezzolato autista.

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