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Cassius Clay, il ring invisibile

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Ci sono tre Cassius Clay. Il primo nasce nel 1942 e sparisce all’età di tredici anni e mezzo, quando un ragazzo nero viene massacrato da alcuni bianchi razzisti in uno stato del Sud degli Stati Uniti. Il secondo Cassius Clay nasce pochi giorni dopo la notizia di quel massacro, ed è un pugile che combatterà sui ring di tutto il mondo, vincerà la medaglia d’oro delle Olimpiadi a Roma e cambierà la storia della boxe. Il terzo è un Cassius Clay che parla. Ma allora non sarà più Cassius Clay, perché avrà preso il nome di Mohammed Alì.

Lo scrittore francese Alban Lefranc ha raccontato la vita di questa icona che intreccia sport e politica e che con il carisma del pugile e la retorica della guida spirituale ha scritto la storia dei diritti dei neri americani. Il testo si intitola Il ring invisibile (edito da 66thand2nd, pp. 152 euro 15) e fa sì che una biografia romanzata faccia decantare gli eventi storici perché di quel tempio che è il corpo di Cassius Clay restino in piedi ferite, paure, abbandoni, un groviglio di riflessioni interiori.

Dei tre diversi Cassius Clay a Lefranc interessa in particolare il momento di passaggio da uno all’altro. Nel primo caso Clay si carica dell’energia che lo farà diventare un pugile. Tutto, forse, si scatena con l’episodio della morte di Emmett Till. Emmet è un giovane nero di Chicago in vacanza sul delta del Mississippi che osa guardare una donna bianca in un negozio. La violenza della storia si incarna in un gruppo di bianchi, «colpi sulla porta, notte, il vento intorno». Ci sono solo torce e le voci degli assassini e il ragazzo viene sfigurato finché «non aveva più bocca né occhi da posare su una donna bianca».

La notizia arriva al padre di Cassius Clay e al figlio e all’America intera, è l’estate del 1955. Cassius e Emmett sono giovani e quasi coetanei. Che cosa succede? C’è un’identificazione? C’è il desiderio di vendetta? C’è la spinta che può portare ad un riscatto collettivo? All’epoca Cassius pesa 75 chili ed è alto un metro e ottanta, ma presto il corpo cambia e iniziano gli allenamenti. La madre sparisce, il padre beve più del solito. L’unico profeta resta l’allenatore.

Il pugilato ha sedotto moltissimi scrittori. Hemingway diceva di non avere altra ambizione se non quella di diventare campione del mondo di pugilato. Così come Jack London affermò che avrebbe preferito diventare campione di pesi massimi piuttosto che essere presidente degli Stati Uniti.

Uno tra i più celebri saggi sulla boxe è di Joyce Carol Oates, Sulla boxe, dove scrisse: «Non ho difficoltà a giustificare la boxe in quanto sport, per il semplice motivo che non l’ho mai considerata uno sport. Niente che la riguardi è simile al gioco, niente sembra appartenere alla luce, al piacere. Nei momenti di maggiore intensità, la boxe pare contenere un’immagine della vita così completa e potente – la bellezza della vita, la vulnerabilità, la disperazione, il coraggio inestimabile e spesso autodistruttivo – che è davvero vita, e nient’affatto gioco».

Anche Lefranc approfitta della boxe per mettere in scena la società americana, la psicologia, i processi con cui si forma l’identità di un individuo. Ogni libro di sport pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd – che si tratti del capolavoro sul baseball Shoeless Joe (di Kinsella William Patrick), della mirabolante ricostruzione di un’epica partita di tennis del 1937 come in Terribile splendore (di Marshall Jon Fisher), o di un’impossibile impresa legata al basket come in Gli All-Star di Mosè (di Charley Rosen) – è un tassello che è parte di un gigantesco affresco che mostra come lo sport sia capace di attirare su di sé i conflitti della società e di renderli visibili, simbolici, letterari.

Il terzo Cassius Clay individuato da Lefranc impara a parlare: «Resta un fatto incontestabile che un giorno Cassius impara a parlare e prende coraggio oltremisura, diventa maestro della chiacchiera, il più grande istrione che la storia ricordi». Da quel momento in poi è difficile distinguere le frasi dai pugni. Ed è difficile dire con precisione se Cassius Clay sia il suo corpo muscoloso, la sua anima ribelle o le sue parole pesantissime. Di certo, anche a giudicare dalla nuova biografia di Mike Tyson appena pubblicata in Italia da Piemme, True. La mia storia, non si può che concordare con Joyce Carol Oates quando dice: «La storia della boxe in America è anche la storia dei neri».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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