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Castelvolturno, Italia. Su “Indivisibili” di Edoardo De Angelis

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di Valerio Valentini

C’è qualcosa di fastidioso e di sospetto nella ricorrenza sempre più compulsiva con cui i registi italiani – anche i bravi registi italiani – utilizzano, per presentare le loro opere, l’espressione “ho fatto un film su”, aggiungendo poi, con più o meno originalità, qualcuno dei sostantivi pescati nel Vocabolario dei Grandi Sentimenti.

L’amore, la sofferenza, la paura della morte, l’angoscia dell’essere vecchio, dell’essere giovane, dell’essere mamma, figlio, emigrato, centralinista con contratto a scadenza mensile. Il fastidio e il sospetto non diminuiscono – o diminuiscono solo in minima parte – quando, per dare corpo a quei sentimenti, si trovano delle immagini potenti, delle storie ancorate ad una realtà concreta: quando cioè il tutto non si riduce per forza a una parabola velleitaria.

Indivisibili di Edoardo De Angelis sembrerebbe appartenere a questa seconda categoria: un film fatto a partire dal desiderio di raccontare la fatica della crescita, la sofferenza che comporta il necessario distaccarsi da una parte di sé, il peso dell’assenza di ciò che si è perduto, di ciò a cui ci si è imposto di rinunciare per poter sopravvivere. E però, allo stesso tempo, Indivisibili risulta così poco fastidioso, così poco sospetto. Perché?

Un po’ perché la storia raccontata, l’immagine in cui queste idee si concretizzano, sono di una efficacia e di una crudezza innegabili. Un po’ perché, pur muovendo dalle suggestioni di cui s’è detto, il film poi contiene molto altro, ed è un molto altro per nulla banale. Un po’, infine, perché Indivisibili è un film ben fatto, curato con attenzione e perizia in tutte le sue componenti stilistiche: bella regia, bella fotografia, bel montaggio.

Eppure è chiaramente dall’immagine della locandina che si deve partire, per parlarne: dalle due gemelle siamesi, Daisy e Viola. Della loro figura abnorme, che suscita curiosità e repulsione, della loro alterità intrigante e sgraziata, il film è di fatto saturo. Daisy e Viola sono il film, fin dall’inizio. E fin dall’inizio sono insieme ma non del tutto, in simbiosi tra loro ma come fuori sincrono l’una rispetto all’altra. Il film è iniziato da pochi secondi, la macchina da presa s’infila attraverso la finestra nella loro stanza, e le due gemelle sono distese sul letto: l’una che dorme, l’altra con le dita infilate sotto le mutandine. E mentre Daisy si masturba, sul viso di Viola si disegna, impercettibile, un ignaro sorriso di piacere. E sarà proprio questa che, al risveglio, pochi istanti dopo, reciterà a voce alta l’atto di dolore, e davanti allo scherno dell’altra («Ci siamo appena alzate: quand’è che li hai commessi tutti questi peccati?»), confesserà che nel sonno ha fatto un «sogno strano», e che dunque prega per sentirsi più sicura.

È un’anticipazione folgorante, quasi una mise en abyme dell’intera storia cui stiamo per assistere: una delle due gemelle che si pente per espiare la colpa dell’altra, e che col suo sacrificio redime la coppia, l’intero. Il motivo si ripeterà per tutto il film: Daisy e Viola sempre a rincorrersi a vicenda, pur muovendosi con perfetta coordinazione. Mentre l’una tenta di rialzarsi, l’altra la trascina nuovamente a terra. I due volti mai contemporaneamente a fuoco: campo e controcampo nella stessa inquadratura.

Il motivo si ripete, dicevo, ma in modo sempre nuovo, con le due protagoniste a scambiarsi più volte, in una serie di ribaltamenti vertiginosi, i ruoli di sorella maggiore e minore, di guida e di seguace. Per tutta la prima parte del racconto è Daisy che cerca di destare Viola dal torpore di quella squallida routine cui i loro genitori le hanno costrette entrambe da sempre: esibirsi in pubblico, esibire soprattutto la loro anomalia, cantare dinanzi a platee di disperati le canzoni che ha scritto per loro due il padre-impresario, il padre-schiavista. E invece sarà proprio Viola a scuotere Daisy – glielo dice esplicitamente: «Svegliati, guarda che non stai sognando!» – nel momento in cui più prossima si fa per quest’ultima la sconfitta, l’estrema umiliazione di venire sfruttata da un altro uomo, un alter ego – solo in apparenza meno meschino – del padre stesso.

È un’evoluzione dei caratteri che trae la sua coerenza, e la sua forza narrativa, da una sceneggiatura che, sotto questo punto di vista, risulta davvero ben scritta (ne sono autori lo stesso De Angelis insieme a Nicola Guaglianone e Barbara Petronio). Le due attrici, le gemelle Angela e Marianna Fontana, sono davvero brave nel compensarsi a vicenda, nel riempire l’una i vuoti lasciati dall’altra: il film è girato in sequenza e si vede, ché le due protagoniste sembrano avere il tempo giusto per vivere le loro trasformazioni in modo fluido, senza scatti o cesure che avrebbero reso questi cambiamenti posticci. Ma a dettare i passaggi da una fase all’altra del racconto è anche il continuo variare del ritmo narrativo. Il montaggio, i movimenti di macchina, la recitazione stessa degli attori: tutto accelera e rallenta da scena a scena, laddove ci si aspetta un crescendo arriva una sequenza più dilatata, e viceversa, secondo il tempo scandito da un metronomo che non sfugge mai al controllo di De Angelis.

Il regista campano del resto ci aveva mostrato la sua abilità nel modulare in modo imprevedibile la cadenza del racconto già nei suoi film precedenti, e in particolare in Perez. Col quale Indivisibili ha in comune anche un’altra particolarità narrativa: quella di utilizzare i personaggi secondari in modo del tutto funzionale allo sviluppo della trama. Apparizioni fugaci, spesso disturbanti: figure di cui noi spettatori non sappiamo niente, che entrano sulla scena quel tanto che basta per riattivare l’innesco della vicenda, e subito si dissolvono. Al dottore Fasano viene riservato un brevissimo, silente primo piano: subito dopo ce lo ritroviamo di fronte a Daisy e Viola a comunicare come se nulla fosse la notizia che sconvolgerà l’equilibro dell’intera vicenda. E poi, fatta salva una nuova, brevissima incursione, più nulla.

A qualcuno questo metodo potrebbe ricordare la tragedia classica, dove quello che doveva accadere, semplicemente accadeva. E se serviva che un tale facesse qualcosa, per scombinare o ricomporre l’ordine del racconto, eccolo materializzarsi sul proscenio afare il suo dovere, e subito eclissarsi. A qualcun altro, magari meno bendisposto nei confronti di De Angelis, sorgerà più semplicemente il sospetto che la sceneggiatura manchi di qualcosa, che si serva di questi fantasmi per rimettere in moto il plot che s’ingolfa. Ma forse c’è una terza spiegazione: e cioè che il regista campano preferisca concentrarsi, ogni volta, solo e soltanto sulla soggettiva dei suoi protagonisti, eliminando tutto ciò che da quella soggettiva è impossibile conoscere.

È così che – o in fase di scrittura, o successivamente in fase di montaggio: bisognerebbe leggere la sceneggiatura per poterlo stabilire – tutti i filoni narrativi che stanno a margine della storia principale risultano come moncati brutalmente. Da qui la nostra percezione straniante di trovarci di fronte a scene aggiunte a bella posta per mere esigenze di trama: eppure forse, per Daisy e Viola, il dottore Fasano è davvero soltanto qualcosa di simile a un miraggio, un’epifania che arriva a destabilizzare la loro esistenza, e nulla più. Ciò che Fasano è, ciò che lui fa, al di fuori di quella sua estemporanea funzione di oracolo, non ci è dato saperlo.

Indivisibili celebra e rende omaggio – con un finale toccante anche se forse non troppo convincente – allo spirito ribelle, all’ansia di autodeterminazione delle due ragazze. Ma la rincorsa della propria libertà, per Daisy e Viola, è tutt’altro che scontata: sia perché, nella loro ingenua follia, le due ragazze agiscono in maniera sempre scomposta; sia perché ciò cui loro in definitiva davvero aspirano – essere due ragazze normali –non è poi una soluzione così auspicabile, in un posto in cui, come dice il padre delle gemelle, «la gente normale fa la fame».

È questa la componente più interessante del film sotto l’aspetto documentario. La descrizione di Castelvolturno – dove già, peraltro, era ambientato il finale di Perez – come di un luogo al collasso dal punto di vista sociale, caratterizzato da un’integrazione sgangherata tra campani e africani che ha prodotto storture enormi: dalla prostituzione diffusa alla proliferazione incontrollata delle chiese pentecostali. Anche il mare del litorale domizio, che immaginario comune e agenzie turistiche vogliono come luogo di ristoro dallo sfacelo circostante, viene visto qui nella sua natura più crudele, come cioè un posto che risputa sulla terra i rifiuti – cianfrusaglie, statue, persone – da cui questa s’illude di liberarsi facilmente.

Dal mare sembrano arrivare, nella scena iniziale, le tre prostitute che entrano nel campo della macchina da presa come tre mostri acquatici. E dal mare anche Daisy e Viola verranno respinte, esanimi, dal loro tentativo di fuga, di riscatto: scarti riconsegnati alla loro realtà. Il tutto esaltato dalla fotografia cupa, con colori sempre freddi e poca luce, di Ferran Paredes Rubio (collaboratore ormai storico di De Angelis).

C’è ancora da dire della scelta della lingua. Ormai l’uso del napoletano, anche del napoletano stretto, come forma di adesione alla realtà della metropoli partenopea, fa fatica a sorprenderci: da Gomorra in poi, c’abbiamo fatto il callo. Eppure in Indivisibili il dialetto sembra avere, tra le altre, una funzione molto interessante. Quella di dar risalto allo stridore tra tutto ciò che è autoctono, tutto ciò che è inseparabile dalla natura e dalla storia di Castelvolturno, e ciò che è invece altro da quella realtà. È un contrasto che trova, in alcuni brevi scambi di battute, la sua realizzazione più evidente.

Quando il dottore Fasano, che parla in un italiano la cui inflessione napoletana sembra quella degli aristocratici del Vomero, si presenta alle due gemelle e ai loro genitori, affermando di avere una clinica a Ginevra dove può operare Daisy e Viola, il padre delle ragazze risponde seccato che loro non hanno bisogno di nulla, e che loro operano sul litorale domizio. La parola operare, sulla bocca di quest’uomo debosciato, ha chiaramente un significato diverso da quello con cui la usa il chirurgo: ma un simile cortocircuito semantico è, oltreché comico, a suo modo rivelatore della distanza tra due mondi che s’incontrano per un breve istante ed inevitabilmente entrano in conflitto. Ma la scelta di un idioma a tratti incomprensibile, ristretto ai soli iniziati, serve anche a rimarcare, chiaramente, l’assurda brutalità con cui un contesto sociale si rivela agli occhi di chi non lo conosce, di chi non lo ha metabolizzato con gli anni.

Napoli (e ciò che le gravita attorno) terra autarchica, dunque: e non solo nel linguaggio. Terra che crea e distrugge i suoi idoli, i suoi santi, i suoi fenomeni da baraccone. Uso e consumo esclusivamente locale. Ma questo non deve far pensare che quella raccontata in Indivisibili sia una storia che solo a Napoli possa accadere: Castelvolturno è l’Italia, i suoi scempi sono quelli che, in misura variabile da città a città, connotano tutto il Paese. E non certo dal semplice punto di vista ambientale. Le due siamesi, sante e cantanti, «le due piccole Anne Tatangelo», ad esempio, sono solo appena meno verosimili, solo appena più mostruose, di tanti giovani prodigi messi su un palco di Rai Uno in prima serata per lasciarci una canzone e poi partire in tournée.

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