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Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola

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(fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

Io ho deciso ma ho scelto il momento sbagliato.

Venerdì 15 aprile gli ufficiali giudiziari irrompono al Teatro Giovanni Verga per dare esecuzione a un decreto ingiuntivo e procedere al pignoramento di alcuni beni del Teatro stesso. Così si accende la scintilla che fa esplodere il caso di uno templi della cultura catanese, un’Istituzione che ha scritto pagine di storia della cultura teatrale in Italia. Domenica 17 Aprile: “Si comunica che ogni attività è sospesa a tempo indeterminato in seguito allo sciopero indetto da tutti i lavoratori del Teatro Stabile di Catania”. Interrotta la messa in scena di Re Lear, tutti gli spettacoli in cartellone sospesi o annullati, viene chiusa la Scuola d’Arte drammatica Umberto Spadaro, il Verga viene occupato dai lavoratori. Tredici milioni di debiti, di cui sette di disavanzo patrimoniale, un crollo del numero di abbonati da fare paura: dai tredicimila degli anni novanta ai poco più di duemila della stagione 2015 – 2016.

Attori e compagnie non pagate, decreti ingiuntivi che si susseguono e si moltiplicano, trentacinque dipendenti che non percepiscono lo stipendio dal novembre 2015. L’Angelo Musco, dove nel dicembre del 1958 nasce l’Ente Teatro di Sicilia fondato, tra gli altri, da Turi Ferro e Michele Abruzzo, è sotto sfratto esecutivo. 13.000.000 di euro di debiti al 30.12.2015 a fronte di un finanziamento della Regione Sicilia di un 1.500.000 euro, del comune di Catania di 170.00 euro e di 250.000 euro dall’ente che un tempo avremmo chiamato Provincia. Un Presidente, Salvatore La Rosa, che ha, appena, rimesso il mandato al CDA del teatro in una lettera drammatica in cui certifica lo sfascio dello Stabile “emergono gravi irregolarità nella gestione amministrativa degli anni trascorsi, con pesanti ricadute sul piano organizzativo e finanziario.

La situazione dell’Ente risulta quindi di tale estrema gravità da essere ostativa al perseguimento degli alti obiettivi culturali e sociali che il nostro Teatro ha raggiunto in passato…”. Un direttore, Giuseppe Di Pasquale, in carica dal 2007 e attualmente in proroga, un direttore in pectore, Giovanni Anfuso, la cui nomina potrebbe saltare perché illegittima. Le prospettive: ricapitalizzazione, commissariamento, chiusura. Quasi 60 anni di Storia sfregiati, spezzati, traditi. Dove erano e cosa hanno fatto coloro che avrebbero dovuto controllare? Dove erano e cosa hanno fatto Regione, Comune, Provincia? Dove era questa città, cinica e  indifferente, quando nel dicembre del 2007 Lamberto Puggelli, da pochi mesi direttore artistico, in una lettera aperta denuncia le manovre per cacciarlo e anticipa lo sfascio e il tracollo finanziario e artistico “Al Pubblico della teatralissima Catania. Sono costretto a lasciare, con molto dolore, un teatro molto amato, in cui lavoro da 31 anni… manovre interne ed esterne impediscono lavoro e progettazione. Non si capisce a quanto ammonta il bilancio… Chiedo scusa al pubblico che mi ha dato molto e a cui ho tanto dato in questi anni. Mi dispiace”.

Siamo alla fine del 2007, qualche mese dopo Giuseppe Di Pasquale, regista e autore teatrale, viene nominato direttore, alla Presidenza siede dal 18 Maggio 2007 Pietrangelo Buttafuoco, carica che manterrà fino all’ottobre del 2012, quando decide di dimettersi. Quello stesso Buttafuoco che da mesi denuncia e combatte per salvare lo Stabile dagli incompetenti e dai corrotti. Quello stesso Buttafuoco che firma, insieme ad Andrea Camilleri, una sofferta lettera indirizzata al Ministro Franceschini in cui descrive lo stato moribondo in cui versa il vero tesoro siciliano, il patrimonio culturale. Quello stesso Buttafuoco della “Buttanissima Sicilia”. In quel 2007, in Regione governa Totò Cuffaro, in città Umberto Scapagnini e alla Provincia Raffaele Lombardo. Perché i nomi, le biografie vorranno pur dire qualcosa e potrebbero aiutare a capire. Dicembre 2007 – aprile 2016, sono passati dieci anni e forse per lo Stabile di Catania la storia finisce qui. Un pezzo di cultura cittadina che sprofonda nel silenzio e nell’indolenza, quello stesso silenzio, quella stessa indolenza che qualcuno continua a spacciare per saper stare al mondo.

Cosa è successo? Cosa è cambiato? Antonio Di Grado, uno dei pochi intellettuali di respiro internazionale che la città può ancora vantare, professore di Letteratura Italiana all’Università, un passato da Assessore alla Cultura e Presidente dello Stabile “qui la cultura è viva, vitale, un ribollire di fermenti, di idee. Ma qui, come altrove, la cultura è prigioniera. Prigioniera di una politica che non riesce, non vuole capire, interpretare, elaborare. Una politica ritornata a occupare e reclamare posti senza un’ idea di futuro. Chi osserva e giudica le nuove generazioni come vuote, superficiali, prive di interessi e capacità culturali io rispondo che, siamo noi, a non riuscire a capire i loro bisogni, i loro desideri. E non capendo non siamo in grado di dare riposte”.

Strade, piazze, palazzi  un inseguirsi in controluce. Questa è una terra di ritratti in chiaroscuro, un’enorme stanza piena di specchi infranti che restituiscono immagini diverse, spesso contrapposte. Orazio Torrisi, che tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, ha diretto lo Stabile, guida, insieme a Tuccio Musumeci, attore storico del teatro catanese, il Teatro Brancati, una realtà privata che offre un cartellone che spazia da Martoglio a Shakespeare, un teatro che raccoglie quasi tremila abbonati a stagione, “questa città si è chiesta quale dovrebbe essere il ruolo di un Teatro Stabile? Ha capito che il panorama teatrale è totalmente cambiato? Che è pura follia continuare a ragionare su nomine e posti da assegnare, che è tempo di lavorare a un nuovo progetto culturale, a una nuova idea di teatro pubblico che ripensi il proprio ruolo, la propria funzione. Io ho proposto di portare lo Stabile di Catania a Librino, quartiere più conosciuto per il suo degrado che per i suoi spazi culturali, dove esiste un teatro comunale mai fatto funzionare e completamente vandalizzato. Una provocazione? Può darsi. C’è chi si ostina a recitare de profundis io credo, piuttosto, nella complementarietà dell’offerta teatrale e con le mie figlie, nei mesi scorsi, ho rilevato un altro spazio storico che rischiava di chiudere, il Piccolo teatro”.

Perdersi è meraviglioso.

Io continuo a camminare in questa città che trasuda ferocia e contagia passione, supero Piazza dell’Indirizzo, risalgo la Pescheria, facendomi spazio tra le urla e gli spintoni di chi vende  pesce e carne, frutta e  verdura,  spezie e formaggi, tra gli sguardi stupiti ed entusiasti di turisti che si affollano tra i banchi del mercato. Io cammino e arrivo in Piazza dell’Università, dove a Palazzo San Giuliano Lamberto Puggelli, nel 2009, pone le basi per la rinascita del Teatro Machiavelli portando in scena  “Siddharta”, spettacolo allestito 10 anni prima per il Piccolo di Milano. Puggelli muore nel 2013 e lascia in dono uno spazio dove la Fondazione che porta il suo nome, l’associazione Ingresso Libero e l’Università organizzano concerti, workshop, mostre e spettacoli teatrali a ingresso gratuito,  ma soprattutto raccolgono, conservano, tramandano la memoria di un luogo che ha visto nascere la scena teatrale catanese, da Giovanni Grasso alla marionettistica.

Così, all’improvviso mi accorgo che in questo viaggio curioso appassionato e inconsapevole sto trovando le radici profonde e le anime contradittorie della mia città.

Sabato 23 Aprile, pomeriggio, in Piazza Duca di Genova, un quadrato incastrato tra un palazzo nobiliare, Palazzo Biscari, e gli archi della Marina che aprono e spingono la città verso il mare, incontro Marco Sciotto e Cesare Basile. Seduti su una vecchia panchina e con una birra in mano mi raccontano l’esperienza del Teatro Coppola, il teatro occupato. Basile è uno dei cantautori più apprezzati in Italia, Sciotto è un trentenne innamorato di Carmelo Bene, teatro e libertà. Il Coppola nasce nel 2011 sulla scia dell’esperienza del Teatro Valle di Roma. Io faccio domande, ascolto e scopro che qui nel 1821 è nato il primo Teatro comunale. Su questo palcoscenico hanno iniziato la carriera Giovanni Grasso e Turi Ferro. Su questo palcoscenico, Cesare e Marco, insieme ad altri quaranta ragazzi e ragazze, hanno dato vita, fatto crescere, consolidato quella che Basile chiama “una pratica resistenziale. Si resiste per difendere, far crescere un modo alternativo di vivere, socializzare, produrre e diffondere l’arte”. Uno luogo dove, mi racconta Marco, ci sono oltre 15 appuntamenti mensili, tra teatro, cinema, musica, laboratori, dove tra Ottobre e Giugno è possibile sperimentare, confrontarsi. Un palcoscenico in cui i concerti di Iosonuncane e Flavio Giurato fanno sold-out con oltre 300 presenze, dove vengono programmati oltre 130 spettacoli  a stagione con sottoscrizione volontaria. Dagli Afterhours a Pirandello.

Catania la Seattle d’Italia negli anni del grunge e dell’indie. Franco Battiato, Carmen Consoli, i Denovo. “La scena musicale è profondamente cambiata, mi dice Paolo Mei, che ha fondato e dirige Rocketta, un’agenzia di booking che organizza live in città. Non c’è più il fermento, la creatività di 15 anni fa, la scena musicale locale fatica a emergere. Non ci sono più club come il Taxi driver, il Clone Zone, centri sociali come l’Esperia o l’Auro, che non solo hanno ospitato concerti  di livello internazionale ma sono stati posti dove conoscere, imparare, sperimentare musica. Nonostante ciò, ogni anno, porto nei locali della città più di 50 concerti, dal folk all’indie, dal nuovo cantautorato italiano all’elettronica internazionale”.

Se non c’è più il fermento degli anni novanta permane una cultura musicale che, sia pure molto cambiata, continua ad alimentarsi. Così racconta Diego Vespa che nel 1998 apre “Mercati Generali”, un’antica masseria trasformata in un grande palco dove si sono alternati Capossela, Baustelle, Bill Evans, Cat Power, Marc Ribot, Cocorosie e Uzeda, “l’innamoramento tra musica e città resite ma è più difficile organizzare e promuovere concerti. Sono aumentati i costi, il pubblico non si rinnova e i più giovani spesso scelgono di fare altro, sebbene i concerti sono molto seguiti”. Ma il rapporto tra i catanesi e la musica ha radici lontane, affonda indietro nel tempo.

È il 1973 quando nasce l’Associazione Musicale Etnea per promuovere la musica classica e da camera. Dagli 800 abbonati degli anni d’oro ai 150 di oggi, in un contesto artistico profondamente mutato. Per l’A.M.E. hanno suonato personaggi come Karlheinz Stockhausen, Ennio Morricone, Luciano Berio, The Kronos quartet. “Abbiamo scelto di allargare i nostri orizzonti musicali, aprirci a un nuovo pubblico. In una stagione riusciamo a produrre oltre 40 concerti che registrano oltre 10.000 presenze. Da Giovanni Lindo Ferretti, Teho Teardo e Blixa Bargeld al Marranzano World Festival. Abbiamo chiuso la stagione 2015 con un bilancio di oltre 200.000,00 €, di questi 75.000 dal Ministero dei beni culturali, 80.000 dalla Regione Sicilia e 80.000 € di incassi”. Mentre Biagio Guerrera, presidente dell’associazione, mi parla bevendo un caffè in un chiosco in cima alla Salita di San Giuliano, in una di quelle rare mattine in cui il cielo catanese è grigio, chiuso, opprimente, io ricordo i miei primi anni universitari quando Biagio sperimentava forme di teatro d’avanguardia.

Improvvisamente, mi accorgo che quel ritmo lento di un tempo che a me pareva immobile si è trasformato nel ritmo incessante di un tempo inesorabile che ci ha cambiato, talvolta travolto. “Purtroppo a Catania la normalità è rivoluzionaria. Le politiche culturali hanno una scarsa visione, noi operatori siamo molto divisi e c’è un notevole deficit di spazi”. Ma sono le stesse radici lontane e profonde che ne hanno fatto una delle capitali italiane del jazz. Estate del 1983, tra le Chiese, di un barocco bianco, e le scalinate, nere scolpite nella pietra lavica, di Via Crociferi suona Don Cherry, uno dei trombettisti più apprezzati in tutto il mondo e il concerto è un trionfo di folla. Quella sera, tra quelle Chiese, nasce l’idea di Catania Jazz. L’associazione, guidata da Pompeo Benincasa e arrivata alla 34° stagione, in questi anni  ha fatto suonare artisti come Sun Ra, Ornette Coleman, Dizzy Gillespie, Jaco Pastorius e, ancora oggi, mantiene un numero importante di abbonati, quasi mille nell’ultima stagione. Benincasa, però, lamenta un’insufficiente attenzione della politica sia comunale che regionale nei confronti del Jazz. Una miopia che colpisce non soltanto chi organizza e porta i miglior artisti al mondo ma penalizza i giovani talenti locali che non riescono a trovare spazi e sostegni per valorizzare le proprie potenzialità.

Perdersi è meraviglioso, quando arrivo in Piazza Dante e mi trovo circondato dal Monastero dei Benedettini, dalla Chiesa di San Nicolò l’Arena e dal Giardino di Via Biblioteca. Dentro i chiostri del Monastero, tra i suoi cortili, i suoi corridoi e le sue cucine sono nate le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che hanno puntato tutto sulla riscoperta e valorizzazione dei Beni culturali. Quasi 30.000 persone, solo nel 2015, hanno potuto visitare il Monastero, 2.500 bambini coinvolti in quasi 100 attività di educazione al patrimonio, una decina tra performance teatrali e musicali. “Il patrimonio culturale può essere l’occasione per creare relazioni tra le persone.

Ma occorrono capacità, competenze, passione e una buona dose di follia. Le pietre, i cortili, i chiostri non parlano, non organizzano attività. Queste mura possono raccontarci qualcosa solo se si è in grado di scoprire le storie che sono scolpite, racchiuse qui dentro. Siamo, sono orgoglioso di aver contribuito, con le nostre attività, a cambiare l’immagine del quartiere che ci ospita. Questo era un luogo da evitare, oggi è una delle mete turistiche più ricercate e affollate di Catania”.

Già, i quartieri degradati di Catania. Come San Cristoforo, più noto alla cronache nazionali per aver dato i natali a Nitto Santapaola. Lo stesso quartiere dove la famiglia Brodbeck, origini svizzere e passione mediterranea, 10 anni fa ha aperto un Museo d’Arte contemporanea. Un complesso postindustriale trasformato in spazio d’arte dove alle attività espositive si affiancano residenze d’artista e vengono proposti programmi didattici per promuovere un nuovo modo di rapportarsi all’arte contemporanea. Un Museo diretto da Nadia Brodbeck e Gianluca Collica.

Quartieri degradati come San Berillo vecchio, sventrato negli anni sessanta per inseguire il sogno del miracolo economico. A San Berillo c’ è un cinema che da 37 anni organizza il Cinestudio, una rassegna di film d’autore che ha fatto la storia del cinema in città.  Una rassegna che conta più di 800 abbonati e che continua a cercare nuove strade di sperimentazione artistica organizzando incontri dove il cinema si incontra con la letteratura e apre nuovi orizzonti.

Catania, città d’arte? Sembrerebbe di si scorrendo i numeri del Museo Civico Castello Ursino. Nel 2015 le mostre “Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Iodice”, “Picasso e le sue passioni” e “Chagall, love and life” hanno portato dentro le sue stanze oltre 120.000 persone, con incassi che hanno sfiorato i 200.000 €.  Città d’arte? Forse no, ma qualcosa è cambiato se nel 2012 i visitatori avevano raggiunto a stento le 25.000 presenze.

Catania, città ambigua ma vitale. Sabato, 7 maggio, incontro Sergio Zinna, fondatore e responsabile del Centro Zo, uno spazio pubblico trasformato in un centro per le culture contemporanee. Tra ciminiere, zolfatare e il mare hanno suonato Tortoise, Fatima Miranda, Arto Lindsay, Massimo Volume e Paolo Benvegnù, si sono esibiti Pippo Delbono Emma Dante, Scimone e Sframeli, solo per citare alcuni nomi. “Abitiamo una terra complicata, dove convivono una grande potenzialità di energia creativa e una certa dose di masochismo e  cupio dissolvi. Una terra logora e frammentata, dove si realizzano moltissime iniziative ma quasi mai si riesce a fare sistema. Soffriamo la distanza tra operatori culturali e Istituzioni formative, come Università o Accademia di Belle Arti. La creatività e il talento non bastano se non si arricchiscono con la programmazione e l’organicità degli interventi”. Qui è nata e trasmette Radio Lab, un’emittente radiofonica, che dal 2011 propone e offre un racconto alternativo sulla cultura musicale, letteraria, cinematografica. Una realtà editoriale che guarda oltre i confini della sua terra e vuole proporre “un modo altro” di fare cultura.

Perdersi è meraviglioso in questa Catania che ama mangiare, bere, far tardi la notte, ama essere provinciale e  internazionale ma in fondo non ama se stessa.

Buio, luce. Buio, luce. Buio. Luce. Come in un palcoscenico.

Commenti
Un commento a “Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola”
  1. C’è differenza tra le nuvole che si addensano in cielo e la pioggia che ne viene giù? Da gruppo teatrale annusiamo, nei contributi di Giuseppe Lorenti e Davide Ruffino, l’odore della pioggia salutare dopo una lunga siccità, della terra bagnata pronta per essere seminata; dunque il dibattito sul teatro contemporaneo cittadino è un po’ più complesso del destino del Primo Teatro cittadino? A Catania esiste un Secondo Teatro che mette insieme una quantità di pratiche ed eredità tali da rappresentare un’urgenza che, come nel caso della Marionettistica fratelli Napoli, è ben più classica e significativa di quella del Teatro Stabile; i temi del Secondo Teatro riguardano la Politica – i temi del Primo Teatro riguardano il Potere; è qui il bivio che si offre a chiunque si voglia cimentare in un’analisi sul Teatro a Catania; sorge spontanea a questo punto una riflessione per il Secondo Teatro dal proprio interno: siamo così sicuri delle nostre pretese divisioni? Chi vede odi o guerre fra noi? Non siamo piuttosto una originale forma di società, abitanti di isole di uno stesso arcipelago? Se è così amici, sta a noi trovare tecniche per tirare le reti in comune, avremo più pesce se faremo, ad esempio, periodicamente lavorare i nostri attori insieme attorno all’utopia di un mescolamento tecnico; noi lo pratichiamo da decenni, e con splendidi risultati, con la famiglia Napoli; pensiamo al dopo del Primo Teatro e al presente del Secondo Teatro. Le nuvole sono il Potere, ma la Politica è la pioggia.

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