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Catania: come cambia una città

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(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

Catania è cambiata ma continua a essere tutto uno strappo, una lacerazione, un inseguirsi di nascita, morte, resurrezione. La crisi soffia forte con un tasso di disoccupazione che vola tra il 22% e il 25% (Fonte Istat). I poteri forti, negli ultimi due anni, sono diventati deboli. Mario Ciancio è caduto sotto i colpi della Magistratura e della crisi economica, con lui vacilla l’impero economico che ruota intorno al quotidiano La Sicilia. Da ultimo, lo smantellamento di tutta la redazione di Antenna Sicilia, una delle emittenti televisive storiche del potere di Ciancio e il sequestro di 17 milioni di € ritrovati in banche svizzere.

La città di Mario Ciancio senza Mario Ciancio, impensabile solo fino a qualche anno fa. E lui che sognava, un giorno, di vedersi intitolata una via, un corso, una piazza cittadina. Antonino Pulvirenti, ormai ex Presidente del calcio Catania, arrestato per aver comprato cinque partite del campionato di Serie B per salvare la squadra. La sua storia rappresenta, molto bene, questi ultimi anni catanesi. L’ascesa in Serie A, catene di supermercati, una compagnia aerea, la Wind Jet, alberghi di lusso, e poi il crollo. Squadra retrocessa, Wind Jet fallita, supermercati venduti, lui arrestato. Si è, sempre, molto discusso di questo giovane imprenditore; chi sosteneva che alle sue spalle ci fossero i soldi della famiglia Ligresti, chi ripeteva che Pulvirenti stesse facendo fruttare le enormi ricchezze di un vecchio boss mafioso, U’ Malpassotu, che dominava in provincia ai tempi del potere, violento e spietato, di Nitto Santapaola. La storia che si ripete, l’alternarsi, troppo rapido, di speranze e drammi, di ascese vertiginose e cadute rovinose.

Catania è cambiata, si è lanciata in un inseguimento verso la modernità. Sono nati spazi in cui sperimentare nuove forme di economia e di condivisione. Le parole d’ordine sono innovazione, partecipazione, coworking, brand, cluster. C’è il WCAP di Tim, il programma di Open Innovation di Telecom Italia; è arrivata l’esperienza degli Impact Hub, la rete globale di laboratori per l’innovazione economica e sociale. Rosario Sapienza e Stena Paternò, tra gli altri, hanno animato l’esperienza catanese, che in poco più di un anno ha accompagnato 27 start up, ospita lo sportello del Micro credito del Movimento 5 stelle e collabora con Banca Etica e Confcooperative, sperimentando nuovi linguaggi e nuovi modi di fare impresa. Stena e Rosario confermano la drammaticità della situazione catanese, intravedono il pericolo di una spinta effimera e gassosa ma rilanciano con un nuovo progetto, “Vulcanìc”. C’è un gruppo di docenti universitari, economisti, antropologi, sociologi, che ha centrato il suo impegno sul tema dell’economia civile, e da due anni organizza il Festival della Felicità interna lorda, per immaginare e disegnare un nuovo modello di sviluppo urbano, puntando più sul patrimonio di relazioni che sul patrimonio finanziario.

Nonostante ciò il motore dell’economica catanese continua ad essere l’amministrazione comunale. Il Comune ha 2970 dipendenti, la pianta organica ne prevede addirittura 3700, a cui bisogna aggiungere il personale delle aziende partecipate, che sono cinque: AMT che gestisce il trasporto urbano con 400 dipendenti, la Multiservizi, che gestisce la manutenzione degli spazi comunali con 500 dipendenti, la Sidra, l’azienda del servizio idrico con oltre 100 unità, Sostare che si occupa di parcheggi e mobilità con 208 dipendenti e le due aziende che si occupano dei servizi energetici che danno lavoro ad oltre 120 persone. Tutto questo in una situazione di predissesto finanziario, dentro cui si è acceso uno scontro tra l’amministrazione e la Corte dei Conti, assai preoccupata, quest’ultima, dei piani di rientro predisposti e che continua a vedere realistica l’ipotesi del dissesto.

C’erano grandi aspettative riposte nel ritorno di Enzo Bianco, la nostalgia della Primavera catanese. Ai tempi della prima sindacatura Bianco commise un errore imperdonabile, lasciò la città, per fare il Ministro dell’Interno, quando stava iniziando a consolidare il suo modello di governo della città. Quell’esperienza non ha retto e lui ha perso, oggi, molto della sua spinta e della sua brillantezza. Le aspettative cominciano a essere deluse. Niccolò Notarbartolo, consigliere comunale del PD, mi racconta della fatica di trasformare la politica della discrezionalità dell’azione pubblica in un’azione di legalità amministrativa. Niccolò Notarbartolo, espressione di una giovane borghesia cittadina che ha voglia di diventare classe dirigente, non è amato dal suo partito, in città governato dalla componente sindacale della CGIL, lontana dalle spinte di cambiamento profondo, e ancor di più lontana dal bisogno di un rinnovamento capace di proiettarsi nel futuro.

Catania è cambiata, c’è un fermento civico e culturale, un bisogno, elaborato in desiderio, di riappropriarsi della città. In una delle zone considerate più a rischio, tra San Cristoforo e il Castello Ursino, opera l’associazione Gammazita. Questi ragazzi hanno messo in piedi, in poco più di un anno, una scuola di percussioni, un festival di arte di strada, Ursino Buskers, e si sono, letteralmente, inventati la Piazza dei Libri. Una biblioteca all’aperto che contiene, già, più di 5000 volumi.

Il fermento sono le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che si occupano della valorizzazione dei beni culturali, dalla Facoltà di Lettere al Monastero dei Benedettini all’Orto Botanico della città. Adesso, insieme a Karma communication, hanno dato vita al CUB che gestisce il bookshop del Museo Civico del Castello Ursino. Officine culturali ha 9 dipendenti a tempo indeterminato e una decina di collaboratori, mentre il Museo del Castello Ursino ha appena finito di ospitare una mostra su Picasso che, in tre mesi, ha fatto oltre 50.000 visitatori.

Il fermento sono le esperienze di Amedeo Padalino che, insieme ad altri amici, gestisce il blog catania.mobilita.org, immaginando e proponendo un modo nuovo e moderno di concepire e utilizzare trasporti e spazi pubblici, la creatività produttiva di Giovanni Milazzo, un ragazzo di 23 anni, un po’ green e un po’ complottista, che ha creato Kanèsis, un’associazione che studia soluzioni e prodotti eco sostenibili a partire dalla canapa. C’è Danilo Pulvirenti che con l’Associazione Rifiuti Zero conduce una battaglia per una politica dell’ambiente e una diversa gestione del ciclo dei rifiuti.

Altro motore economico, la raccolta dei rifiuti in città. Un affare da 70 milioni di euro l’anno, affidato a due società, IPI e Oikos, entrambe oggi commissariate dalla Prefettura di Catania in applicazione delle disposizioni dell’Autorità nazionale Anticorruzione. Un affare da 70 milioni di euro l’anno tutti garantiti dalla Tassa sui rifiuti, la T.A.R.I. Garantiti solo sulla carta, perché la percentuale di evasione della tassa raggiunge il 50%, quindi somme messe in bilancio ma che non ci sono nelle casse del Comune. E se si aggiunge che il ciclo dei rifiuti produce una raccolta differenziata di appena il 13%, la media dovrebbe raggiungere almeno il 50%, il quadro è sconfortante.

Catania è una città “inconsapevolmente universitaria”, mi racconta Luciano Granozzi, delegato del Rettore alla Comunicazione, un Ateneo che, oggi, conta 49.600 iscritti, mentre nel 2004 erano più di 60.000. Undicimila studenti in meno, e sono tanti. Un Ateneo che si sforza, nonostante tutto, di costruire un rapporto con la città al di là delle aule universitarie, e che organizza, in collaborazione con le associazioni, la Jazz marathon, il Learn by Movies, e concede alcuni suoi luoghi a Zanne, festival di musica nato a Catania tre anni fa, e che ha riportato la città al centro dell’attenzione nel palcoscenico dell’Indie Rock.

E poi, ci sono le Buone Azioni di Librino, nate e sviluppate da un’idea di Renzo Piano e dal suo progetto di rammendo urbano di alcune periferie italiane. Catania oltre Roma e Torino. La leggendaria New Town catanese nata negli anni ‘70, sfregiata da una classe politica corrotta e complice di una criminalità organizzata feroce e potente, in cui, da anni, operano realtà del miglior associazionismo civile come Iqbal Masih e la squadra di rugby dei Briganti, al centro di un progetto finalizzato a migliorare le parti più fragili delle città, che ha impiantato 53 piccoli orti e realizzato 18 giochi di strada.

C’è il tentativo de La Fabbrica del decoro, laboratorio voluto dall’assessorato all’urbanistica e che coinvolge oltre 60 realtà associative per promuovere un piano finalizzato alla riqualificazione socio territoriale degli spazi cittadini. C’è il comitato San Berillo, che nasce dall’incontro tra l’Università, con il suo laboratorio per le politiche sociali, il LaPoSS, l’Ordine degli architetti, e il comitato dei cittadini che vuole ricostruire l’identità di un quartiere, sventrato negli anni della speculazione edilizia, immaginando un rinnovato disegno urbano che veda al centro i cittadini.

Tutto questo, lo confesso, io non lo conoscevo e lo apprendo mentre ascolto la voce di Carlo Colloca, docente di Analisi sociologica e metodi per la progettazione del territorio dell’Università di Catania, coinvolto in questi tre progetti di recupero urbano. Un calabrese, appassionato e chiacchierone, e perdutamente innamorato di Catania.

C’è la vitalità e c’è la palude. C’è la Catania, immobile e arrogante, che resiste. La città di una borghesia complice e ipocrita, arricchitasi negli anni del degrado e del saccheggio. La città dei parcheggiatori abusivi, divenuti una vera piaga sociale, capaci di comandare intere aree della città dettando le loro leggi, fatte di estorsioni e violenza. La città di una criminalità organizzata che ha cambiato pelle e metodi ma che continua a condizionare le scelte politico ed economiche. C’è una classe dirigente vecchia e incapace di cogliere le spinte che arrivano, fortissime, dal ventre della città e che rischiano di spegnersi se non vengono raccolte e trasformate in un progetto di governo della città, che, ahimè, non si intravede.

Catania è tutto questo, un insieme di contraddizioni, di emozioni forti e inquiete. Io ritorno al mio piatto di Pita di grani antichi siciliani, seduto al tavolo di uno dei cinque ristoranti di cucina vegetariana, nati negli ultimi anni, e mentre mangio vegano ripenso agli anni della carne di cavallo. Senza rimpianto.

Commenti
14 Commenti a “Catania: come cambia una città”
  1. Elvira scrive:

    beh.. bello no?! Al di là del gusto e convinzioni alimentari, sono felice che una città bellissima come Catania, in una terra fantastica come la Sicilia, si stia risvegliando pian piano alla beltà.. ma non diciamolo troppo forte ..

    Elvira

  2. Francesca scrive:

    Credo che per una città come Catania siano egualmente e paradossalmente valide due citazioni letterarie: “Rinasco dalle mie ceneri più bella” (in riferimento al mito della Fenice e non a caso incisa sul famoso fortino di via Garibaldi) e “Tutto cambia per non cambiare mai” (coniata da Tomasi di Lampedusa per definire la Sicilia nella sua totalità). È in questo che risiede il suo fascino perverso… È vero, Catania sta cambiando, ma la vitalità riuscirà mai a prevalere sulla palude?

  3. Domenico scrive:

    Catania, da quando sono nato, è un magnifico, grottesco sinonimo di Utopia. Dico subito che la odio, ma non perché mi ha costretto a emigrare per lavoro, ma perché è oggettivamente un posto brutto e invivibile, un eufemismo di contemporaneo medioevo. Non ci sono speranze, ci abbiamo provato ma siamo troppo pochi mentre loro, quelli immobili e arroganti, sono troppi di più, troppo più forti, troppo pericolosi. Senza rimpianto, dico io, lasciamoli al loro destino, togliamoli la Polizia e i preti, ma lasciamogli la Municipale, che rappresenta già il peggio di loro. Che si ammazzino, che mettano a ferro e fuoco l’Università, le piazze, le librerie, i palazzi, che sostituiscano ai parchimetri i parassiti, che sostituiscano ai politici veri i buffoni nullafacenti che pascolano dai consigli di quartiere fino al consiglio comunale, lasciamoli sguazzare nel lerciume delle strade, lasciamo che festeggino a rutti e scoregge l’abbandono della città da parte di noi poveri minchioni, lasciamoli fottersi anche le lampadine dalle strade, lasciamo i dipendenti comunali a fare tre, quattro, cinque mestieri. Che mettano al posto delle botteghe chiuse dal dissesto migliaia di Bingo e Slot-machine. Che inizino pure a stuprare le persone, quando avranno finito con la città, solo questo ci manca. Che si tengano la curva sud, che si battano il petto davanti alla Santa, sulla Vara, che asfaltino le strade con la maledetta cera e si soffochino a carne di cavallo. Alla fine, finalmente, quando avrà prevalso la barbarie, già oggi a stento trattenuta, Catania si piegherà al suo destino e forse sparirà. Tutte le belle parole che leggo, tutti questi puntuali, internettiani, ipocriti inni alla bellezza e alle potenzialità, sono inutili, patetici peana di chi non può scappare, di chi col rimpianto deve per forza averci a che fare.

  4. fabbio scrive:

    ma perché questo signore ci parla delle sue abitudini alimentari?

  5. giuseppe scrive:

    Ho fatto tanta ” fatica ” A LEGGERE e seguire questa ” ultra/lunghissima/analisi su Catania ” del mio – compaesano Giuseppe Lorenti – a cui piaceva , addentrarsi nei vicoli , tra S. Angeli Custodi, via Plebiscito e San Cristoforo , per mangiare la Carne di Cavallo al sangue, arrostita sui marciapedi : oggi dice di ” essersi/PENTITO “, dopo che, è diventato Vegetariano. A me, invece, la Carne di Cavallo, PIACE ancora, però, difficilmente la mangio, in quanto, essendo ” cambiata Catania ” non si trova PIU’ Carne di Cavalllo MANGIABILE. Devo, Onestamente dire che, Giuseppe Lorenti, – in parte è riuscito QUASI – a confondermi le IDEE , con tutte le Sigle di Associazioni come Gammazita,Ursino booker,Officine culturali,Karma communication,Barkscoop,Kanèsis ect ect ect. Invece: due cose, li hò COMPRESE : ha spiegato che, la maggior Fabbrica Catanese, è composta di Dipendenti Comunali e Aziende Collegate che, dà LAVORO a circa 5028 PADRI/MADRI di Famiglie, e che, l’attuale Sindaco di Catania ENZO BIANCO,insieme alla sua Giunta Comunale, AMMINISTRA MALE ; L’altra cosa che, hò CAPITO, riguarda la sua ” collocazione/Politica ” che, malamente, vuole NASCONDERE : E CHE, la ricavo dalle seguente SUE parole, quando dice , Niccolò Notarbartolo Consigliere Comunale del PD di Catania, espressione di una ” giovane borghesia cittadina “, non è amato dal suo partito, perchè a Catania E’ LA COMPONENTE DELLA CGIL a ” comandare “,ed è lontana dalla ” spinta al cambiamento profondo della Società. Sicuramente – questa è la mia opinione – a Giuseppe Lorenti, piace molto la ” spinta al canbiamento profondo ” di matteo renzi che, al momento, deve ” fronteggiare ” le CONTESTAZIONI, USANDO I ” MANGANELLI ” DELLE FORZE DELL’ORDINE CHE, INVECE, DOVREBBERO ESSERE ” UTILIZZATE ” CONTRO LE ” maffie “, e contro i ” manipolatori ” che, VOGLIONO AFFONDARE L’ITALIA DELLE PERSONE ONESTE !!!

  6. Ser scrive:

    Devo dire che, nonostante tutto quello che di positivo si scriva (e tralasciando quello che di negativo si dice) nel post, non può che prevalere in me l’impressione e l’opinione che scrive Domenico nel suo commento.
    Catania starà sempre su quella posizione di stasi, in uno status che sembra accennare, in alcuni momenti, al cambiamento, ma che in realtà non ci sarà mai.

    A meno che si realizzino due fondamentali circostanze: 1) un’amministrazione comunale convinta della necessità di investire in istruzione, cultura e attenta a voler spiegare ai catanesi l’importanza di vivere la città come se fosse una comunità, e non come se fosse una giungla dove prevale la regola del più forte e 2) una CORPOSA MAGGIORANZA della popolazione che allo stesso modo si convince dell’importanza di questi principi e sostenga fortemente le politiche comunali che vanno in quella direzione e possibilmente partecipando il più possibile alla politica e interessandosi al “bene comune”.
    Non so voi, ma io girando per la città capisco quanto sia impossibile che queste due circostanze si realizzino.

    E mentre alcuni aspettano l’utopia, io torno a Catania solo per natale e le vacanze estive (per vedere che, amaramente, ancora una volta, nulla è cambiato) e rincontrando gli amici catanesi di un tempo con i quali ho condiviso, tramite realtà politiche e/o associative, il sogno di volerla cambiare questa dannatissima città, e che adesso, come me, hanno mollato tutto e sono tutti andati a vivere in giro per il nord Italia o il resto del mondo.

  7. Davide scrive:

    C’è da dire che esistono come voi gruppi su Facebook che ogni giorno si battono per questa città, che segnalano i disservizi, combattono i parcheggiatori abusi, ci danno informazioni sui lavori della metropolitana e su quello che fanno ogni, che organizzano uscite in bici, che cercano di far rinascere Catania e farla diventare una città civile e una metropoli europea. Un plauso va anche a tutti voi mobilità Catania, lungomare liberato, ruote libere e a tutti gli altri che non ho citato. Comunque, ricordiamoci che ancora c’è molta strada da fare, soprattutto per ciò che riguarda la legalità, la criminalità nelle strade e il rispetto per chi cammina a piedi o con la bici per la strada.

  8. dottluigi scrive:

    Questo cambiamento ostentato dal redattore onestamente o non è visibile ai meno accorti come me, o fa parte del recinto delle speranze in attesa di libertà pressomla società civile. Mi sono da tempo trasferito all’estero (extra UE) e molti amici catanesi mi invidiano a ragion veduta, specie quelli che mi vengono a trovare. Non mi soffermo sui soliti cliché negativi, ce ne sarebbero a bizzeffe da citare. Un solo esempio per tutti: al comune di Belpasso parteci9o ad una selezione con una carica di titoli non confrontabili. Selezionano un tizio segnalato con nessun titolo e nessuna esperienza. Il primo manipolabile portatore sano di voti e clientelismo elettorale. Il tutto si conclude con querela ex art 323 cod.penale contro il Sindaco, ricorsi al TAR, segnalazioni alla Corte dei Conti e all ‘ anticorruzione. Questi sono i nuovi giovani politici peggiori dei vecchi che almeno il malaffare lo facevano con dignità

  9. Luca scrive:

    Concordo con Domenico, in ogni singola parola. Catania è sempre stata così, facciamocene una ragione, anche se in passato ha vissuto momenti migliori che hanno fatto sperare diversamente.
    Buttarla sull’amarcord, sulla filosofia e su una retorica dal retrogusto campanilista non porterà assolutamente a nulla di tangibile se non alla chiacchera fine a se stessa. E’ vero che negli ultimi 10 anni siano a venuti a mancare quelli che, pur nella loro accezione negativa, erano comunque considerati dei punti di riferimento: Scapagnini, Lombardo, Ciancio, Pulvirenti, il calcio Catania, l’Università e altro, e questo ha certamente destabilizzato coloro che col territorio avevano un rapporto più profondo, anche se conflittuale.
    Le associazioni, e a Catania ce ne sono sempre a centinaia, non hanno nessun potere concreto dinanzi a problemi enormi, né possono sostituirsi all’inerzia delle istituzioni. La delinquenza è oramai a livelli inaccettabili, la disoccupazione non più solo giovanile peggio della Grecia, la città versa in uno stato di degrado (che è sopratutto culturale) assimilabile al medio oriente, manca completamente un tessuto economico e produttivo che possa sostenere il ceto medio e non c’è una sola cosa che sia al suo posto. Dinanzi a questo scenario, nessuna buona idea ha la minima possibilità di attecchire.
    Chi ha maturato un minimo di capacità e ha gli studi DEVE andarse e fare fruttare le proprie conoscenze confrontandosi con il mondo civile, senza scendere a compromessi al ribasso disperdendo il patrimonio culturale accumulato, per rispetto verso se stessi e verso i genitori che vi hanno mantenuti.
    Tutti gli altri, invece, hanno il dovere esattamente opposto.

  10. Milena scrive:

    Una domanda, i colti e illuminati professoroni dell’Università di Catania, impegnati a organizzare il ‘Festival della felicità interna lorda’ sono gli stessi che si ostinano a parcheggiare l’auto nella piazzetta alberata di Piazza Dante sottraendola a cittadini e bambini del quartiere? Questi ultimi, vi assicuro, non sono affatto felici.

  11. Marji scrive:

    Mentre leggevo quest’articolo ero sul treno verso nord, per uno degli ultimi viaggi da fuorisede, con la speranza di chiudere presto i conti con l’università e tornare tra quei poveri pazzi che seguono il cuore senza ambizioni di carriera e di efficienza.

    Unica mia ambizione è frequentare gente che mi piace, che condivide il nostro orgoglio di essere diversi e di contribuire nel nostro piccolo all’evoluzione (nel senso di felice decrescita) di questa terra.
    Che potrebbe avvenire, chissà, fra tanti secoli, ma non ci si può arrendere volendo tutto e subito. Essere di esempio è importante, e non si può fare su internet. Si fa essendo parte di questa gente.

    Non so dove mi porterà la vita, ma non posso più sentire chi predica l’emigrazione come un “dovere” per non “sprecare” presunte capacità di fare chissà cosa. Guadagnare tanto per spendere in viaggi e in nostalgia? A che pro?
    La soddisfazione sta nell’usare la propria coscienza dove ce n’è bisogno, non dove “funziona tutto” e il buon senso si addormenta.

    Ho alcuni cari amici all’estero, altri che sono rimasti, altri che ci hanno passato qualche anno e stanno tornando per dare la priorità alla salute e alla famiglia.
    Ne ho sentite di prediche del genere, ma leggere queste discussioni mi dà ancora la pelle d’oca.

    Capisco ogni punto di vista, ma credo che ciascuno parli per sé, per la propria esperienza nel SUO campo. Certamente ci saranno professioni inesistenti o insostenibili qua in Sicilia, ma generalizzare non ha senso… inutile prendere posizione giustificando le proprie scelte.

    Siamo comprensivi ed ottimisti per favore! Non porta niente di buono smontare la speranza di tutti i giovani che si impegnano per la propria terra, e di chi potrebbe sostenerli.

    Un’ultima parola per loro: Grazie!
    Per quello che fate, e perché mi date voglia di restare.

  12. Valentina scrive:

    Forse disprezzarla è più facile per tutti coloro che hanno provato a cambiare qualcosa e in seguito hanno abbandonato, o per tutti coloro che non hanno mai neanche pensato che a Catania si potesse realmente fare qualcosa, rimboccarsi le maniche per provare ad educare, dare il buon esempio, organizzarsi, essere pazienti, e non cercare un cambiamento culturale immediato. Probabilmente quello non lo vedremo neanche, ma si tratta di porre le basi per qualcosa che esisterà in un futuro.

    Io penso che a volere questo cambiamento siamo in molti, basti pensare a tutte le organizzazioni cittadine partite “dal basso” alle quali assistiamo da qualche anno a questa parte; allo stesso modo, ancora sono molte le persone che invece fanno parte della “palude”. Ma ancor di più sono le persone che vivono per se stesse, a cui non interessa né migliorare, né peggiorare la situazione ma che vorrebbero tutto bello e fatto (da qualcun altro), che si limitano a decidere per quale partito votare. Ma il potere decisionale del cittadino risiede in ogni momento in cui si decide di non parcheggiare la macchina in 4a fila per comprare il pane, nel non essere aggressivo in macchina, nel non pagare parcheggiatori abusivi, nel non gettare cicche di sigaretta e/o immondizia a terra, nel non cercare di essere più “sperto” degli altri.. insomma, nel cercare sempre un’alternativa e ragionare sulle azioni che si fanno, e sopratutto alle conseguenze di esse.

    Concordo pienamente con il discorso di Marji “La soddisfazione sta nell’usare la propria coscienza dove ce n’è bisogno, non dove “funziona tutto” e il buon senso si addormenta”. D’altronde, che senso ha una vita in cui tutto funziona e non c’è nulla in cui sperare oltre ad acquisire una posizione di lavoro migliore? Che ruolo decisionale si ha nella società allora? Anche io spesso mi sono sentita delusa dal continuo degrado al quale si assiste.. ma non è proprio questa una spinta per voler migliorare la situazione? Organizziamoci, agiamo, non scriviamo solo su internet il nostro pensiero, ma approfittiamo di momenti comuni e cittadini per esprimerlo! Se non per la nostra terra, per chi?

    In che modo ci si può aspettare che “le cose cambino” se noi siamo i primi a non impegnarsi per questo fine?

    Le cose negative esistono ovunque, la corruzione, il malaffare, l’indifferenza della gente… solo che spesso semplicemente è meno lampante. Non pensiate che altrove sarete felici, perché se non lo siete stati qui perché qualcosa vi era dovuto, ben presto non lo sarete neanche fuori. E tengo a precisare che la felicità alla quale alludo non risiede in un buon lavoro, buoni pasto e un buon titolo.

    P.S. Io parlo da cittadina catanese ma studentessa in Francia e in Germania (per scelta, per voglia di conoscere e di esplorare e non assolutamente perché la mia terra non aveva nulla da offrirmi!), e vi posso assicurare che le scene di indifferenza e di miseria che vedo qui mi fanno venire il disgusto e la pelle d’oca molto di più della giungla (cit.) catanese.

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  1. […] premesso che la amo follemente, premesso che basta con le premesse perché due sono anche troppe, la lettura di un post su Minima&Moralia mi ha spinto a buttar giù un po’ di considerazioni sparse e non necessariamente a tema sulla mia […]



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