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Catania e il dissesto. Un reportage

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di Giuseppe Lorenti (foto dell’autore: Piazza Carlo Alberto, mercato di Catania).

Una mattina fredda a Catania, in gennaio, è il sole che riesce a scaldarti, nel cielo terso, colorato di un azzurro pulito e con un vento leggero che è una lama di rasoio che ti ferisce, dolcemente, sul volto. La mattina del 7 gennaio, 2019, è una di queste. Io viaggio in metropolitana, la cosa più rivoluzionaria accaduta nella mia città negli ultimi 20 anni, perché ho un appuntamento in banca, in quella che negli anni sessanta era la City catanese. Viaggio in metropolitana con le cuffie collegate al telefono. Cuffie grandi e bianche perché, buffamente, cerco di esorcizzare i miei 54 anni seguendo mode più da teenager che da uomo adulto.

Nelle orecchie risuona una canzone di Carmen Consoli, “In bianco e nero”, e mentre mi fermo al capolinea riecheggia un passaggio del testo: “nitido scorcio degli anni sessanta di una raggiante Catania”.

Mi accorgo di essere avvolto da una folla composta per la maggior parte da studenti universitari e in uno scatto di vergogna tolgo d’istinto le cuffie e mi avvio all’uscita verso le scale mobili che conducono dal buio dei sotterranei a i lampi di luce e di azzurro. “Tallinn. Estonia, da cinque anni vivo lì, mi trovo benissimo. Mi godo gli ultimi giorni di ferie post natalizie ma domani riparto. Ritornerò in agosto per la vacanze estive”. Salendo verso le luci cittadine ho “rubato” uno scambio di una chiacchierata tra due amici, avranno avuto 30 anni ciascuno. Uno ha scelto di restare, l’altro si è trasferito per un futuro migliore. Per giorni, Tallinn, Estonia hanno risuonato, ossessivamente, nella mia mente, sono andato su Google Maps per capire quanto distante fosse l’Estonia dalla Sicilia. Lontanissima: 3.554 km, da Catania a Tallinn. Sono passati poco più venti giorni da quando, il 24 dicembre 2018, il Consiglio comunale di Catania ha formalizzato il dissesto dell’amministrazione dopo la sentenza della Corte dei Conti che certificava il default, il ricorso respinto dal governo nazionale: un 1.580.000.000,00 di € il debito cumulato negli ultimi 30 anni dalla macchina comunale. 3.554 km versus 1.580.000.000,00 di €.

Questa è la lente attraverso la quale ho iniziato a interrogarmi su cosa fosse successo, cosa sta succedendo intorno a me, le ragioni che ci hanno condotto a queste distanze abissali, che hanno prodotto e continuano a produrre ferite che sanguinano nelle strade, nelle piazze, nei mercati, nei negozi, nei locali che, anche io, frequento abitualmente. Catania è un incrocio, un luogo dove ci si innamora, perdutamente, dei contrasti.Una città bellissima e bastarda che non ha mai posseduto quel senso aristocratico di Palermo ma che possiede una vitalità irrefrenabile.

Catania è uno spazio che straripa di energie che oscillano tra il desiderio da metropoli europea e la frustrazione di piccola comunità provinciale. Dentro questo dedalo–labirinto convive tutto e il suo contrario: disoccupazione giovanile ai massimi e una vita notturna inesauribile, assenza di senso civico e un amor proprio morboso, un sorgere ininterrotto di enormi centri commerciali e una moria di attività commerciali, l’esplosione del settore del food and beverage e le grandi difficoltà di tutte le realtà che operano nel sociale e nella cultura. Mentre il Comune dichiara il dissesto, l’Università continua a registrare un’emorragia di studenti che emigrano nelle città del Nord Italia,i più agiati a Parigi, Londra, a Berlino.

Poi, c’è qualcuno che arriva fino in Estonia. Un gioco affascinante e perverso che ha radici profonde. In questo quadro il fallimento del Comune è lo specchio perfetto di almeno 25 anni di dissennata gestione pubblica e totale mancanza di una visione di futuro e quando questo trova complicità nell’indifferenza, nella convenienza, nella assenza di senso dello Stato di una buona parte di catanesi, quando il 50% dei residenti evade, volontariamente, la tassa sulla spazzatura si scatena la tempesta perfetta e il fallimento è inevitabile.

Cambio scena. Dai sotterranei della metropolitana mi trovo nei magnifici saloni di Palazzo dei Chierici, tra il mercato del pesce e la Cattedrale. Qui ha sede l’assessorato al Bilancio della giunta di centro destra guidata da Salvo Pogliese, insediatasi lo scorso giugno, che si è trovata a gestire questo macigno. Ho un incontro con Roberto Bonaccorsi, assessore al Bilancio, per farmi spiegare qual è la situazione finanziaria della casse comunali e per capire quale città si immagina questa nuova giunta. “la cifra di 1.580.000.000 è l’importo, inizia Bonaccorsi, dei debiti esistenti al momento del nostro insediamento.

All’interno di questo importo quasi 900.000.000,00 di € sono mutui, alcuni con scadenza al 2040, 188.000.000,00 di € sono anticipazioni di tesoreria, il resto sono debiti correnti, legati alle aziende partecipate, la Multiservizi e l’Azienda Municipale dei Trasporti e fornitori dell’ente. Prima conseguenza è che tutti i tributi locali devono essere alzati al massimo delle aliquote ma, poiché l’amministrazione era in una situazione di predissessto, tutti i tributi locali erano già ai tetti massimi. Come giunta dovremo, entro la fine di marzo 2019, preparare un bilancio stabilmente riequilibrato.

Dobbiamo individuare gli elementi di criticità che aveva il nostro bilancio. Chiaramente una riorganizzazione dell’intera macchina comunale è necessaria. Macchina comunale che ha in pianta organica 2.800 dipendenti. Ma il vero dramma è che la qualità della nostra città peggiora ogni giorno di più. I più bravi scappano, la tragedia è l’impoverimento intellettuale, culturale, sociale che sta subendo il nostro contesto”.

Esco da Palazzo dei Chierici con in testa i dati e l’analisi drammatica dell’assessore Bonaccorsi e sono invaso dalla bellezza del bianco e nero di Piazza Duomo, sovrastato da quell’azzurro ancora più terso, dal via via di turisti e  cittadini che si dirigono verso la pescheria.

Voglio incontrare Marco Timpanaro, giovane imprenditore nel settore food, che si è inventato all’interno del mercato del pesce, un piccolo locale. “Ho aperto Scirocco,mi dice Marco, nel maggio 2016, dopo essermi laureato in Economia, qui a Catania. L’idea è di un tour operator belga che portava gruppi di turisti in giro per i mercati siciliani e mi suggerì di immaginare un’attività di street food legata alla tradizione del pesce. Oggi la mia clientela è al 60 % composta da turisti stranieri che vengono al mercato perché vogliono respirare l’autenticità del popolo e per il 40% da catanesi”. Piccoli arancini al nero di seppia, polpette di baccalà, cartoccio di pesce fritto hanno portato Marco Timpanaro a dare lavoro a 12 dipendenti e soprattutto ad attrarre l’attenzione del più grande gruppo nel campo dell’hôtellerie in Italia, i Bianconi di Norcia, con il quale sta aprendo, sempre in pescheria, uno spazio più grande dove servire salumi, formaggi siciliani e griglia alla catanese. Tutti prodotti biologicamente tracciati.

“Il mio timore legato al dissesto, conclude Timpanaro, è l’effetto indiretto del blocco dei servizi comunali. Qui al mercato, il grande problema è la spazzatura, troppo spesso il servizio comunale di raccolta rifiuti non funziona e gli stranieri, soprattutto, non tollerano di visitare e consumare in un luogo magico ma terribilmente sporco”. Risalgo a piedi la Via Etnea, all’orizzonte la vista dell’Etna leggermene imbiancata e arrivo, in quello che, in questi ultimi anni, è diventato il quadrilatero della vita notturna, dove si mangia, si beve, si cammina senza sosta, dalle 23.00 alle 3.00 di notte.

Massimo  Villardita è il proprietario di Razmataz–Wine Bar, uno dei locali più frequentati dalla borghesia della città. “E’ diventato molto difficile lavorare qui”, racconta Villardita, “io per vent’anni ho lavorato a Milano ma ho scelto di tornare a Catania e investire nel settore del cibo di qualità. L’attività va bene, ma sto pensando, seriamente di andare via, se non l’ho fatto è perché sono innamorato di questa città, perché sento qui le mie radici, perché il mio locale, ancora, produce reddito, ma in città, e il dissesto ha aggravato ogni cosa, tutto è estremamente difficile. Dall’assenza assoluta dei servizi di base che devono agevolare chi avvia un’attività imprenditoriale, ai problemi legati all’ordine e sicurezza pubblica”.

“Ogni sera, Razmataz è circondato da punkabbestia ubriachi che si aggirano tra tavoli, talvolta molestando la nostra clientela e noi non possiamo contare sull’intervento delle autorità preposte al controllo né posso lamentarmi perché altrimenti vengo etichettato come il “ricco imprenditore” che non vuole intorno a sé povertà ed emarginazione che possano minare il suo profitto. A me piace intrattenere rapporti continui con la mia clientela, parlo di una borghesia medio – alta, che, in numero sempre maggiore, mi confidano che sono pronti alle prossime elezioni a votare Salvini. Mai avrei immaginato che potesse accadere un simile ribaltamento. Chi ci ha trattato come i parassiti di questo paese adesso è considerato il salvatore della Patria”.

Questo quadrilatero è un intreccio di vicoli e locali. Uno dei più famosi è Fud che si è, letteralmente, inventato un nuovo modo di fare ristorazione e ha esportato il modello catanese prima a Palermo, poi a Milano.

Andrea Graziano, l’inventore di Fud mi dice: “in realtà non ho inventato nulla di nuovo, ho puntato su panini e hamburger ma l’ho fatto con una scelta molto curata sia nella ricerca dei prodotti, sia nel design e nella comunicazione. Questi si, erano totalmente innovativi per la città. Tutto, però, ruota intorno al cibo. Ho puntato, rischiando moltissimo, sulla qualità. Oggi abbiamo una linea a marchio Fud di circa 100 prodotti che sono il risultato di una filiera che ha messo insieme una sessantina di produttori siciliani che sono la massima espressione di qualità regionale. Quello che doveva essere un gioco è diventato un grande gioco. Quando abbiamo aperto eravamo in cinque, oggi siamo 148 a dipendenti a tempo indeterminato, tra Catania, Palermo e Milano”.

Storie di una città bastarda. Poi, ci sono altre storie, quelle legate a doppio filo alle sorti dell’amministrazione pubblica. Uno dei comparti che rischia di saltare per aria è quello dei servizi sociali. Claudio Manera, presidente di Nikes, cooperativa sociale nata nel 2003, che offre, principalmente, assistenza domiciliare racconta che dal 2004 a oggi la stessa assistenza in convenzione con il Comune è passata da 1.300 beneficiari a 50.

“A partire dal 2009 ci siamo resi conto”, mi dice Manera, “che la situazione economica dell’amministrazione era in grande sofferenza. Già, da allora, i pagamenti arrivavano con sei, sette mesi di ritardo. Allora, abbiamo pensato di investire, diversificando l’offerta dei servizi, nel privato. Abbiamo aperto delle comunità alloggio che non hanno nessuna convenzione ma si reggono sulle rette pagate dai privati. Abbiamo garantito dei servizi di qualità in cambio di rette a prezzi che molti privati possono permettersi. Paradossalmente con i privati riusciamo a mantenere i servizi offerti in convenzione con il pubblico. Ad oggi, noi vantiamo un credito con il comune di 200.000,00 € e se saremo fortunati recupereremo, negli anni, il 50% di questa somma. Questo per una cooperativa che ha 27 dipendenti è un danno enorme. Senza considerare che si sta stanno tagliando i fondi per le fasce più deboli. Altro paradosso: a Catania, i soldi ci sono, non si sa da dove arrivano ma ci sono. Questo è un dato certo”.

Arrivano dalla grande imprenditoria? Quella che è stata negli anni novanta l’Etna Valley, area di sviluppo tecnologico, modello virtuoso di sinergia tra aziende, comune e Università si è decisamente ridimensionata. La ST mantiene buoni standard di crescita e occupazione, ma imparagonabili a quelli degli anni novanta. Micron, impresa americana specializzata nella produzioni di dispositivi a semi conduttore, legata a ST, sta per lasciare il sito catanese con il conseguente licenziamento di quasi 240 dipendenti, solo una parte dei quali sarà riassorbita da ST. La grande distribuzione che ha portato Catania in cima alle classifiche europea nel rapporto tra abitanti e centri commerciali esistenti è entrata in crisi.

Un dato: il più grande gruppo della GDO della provincia catanese, il Gruppo Abate, che spaziava dai supermercati A&O, Famila e il grande centro commerciale “Etnapolis” è entrato in crisi, mettendo a rischio oltre 300 dipendenti, che dovrebbero essere riassorbiti da un altro gruppo che in città controlla una buona parte della grande distribuzione, il Gruppo Arena, che sta valutando di rilevare una parte delle attività degli Abate.

Ho bisogno di uscire da questo dedalo urbano. C’è stato un tempo in cui uno dei motori dell’economia catanese era il comparto agrumicolo. Enormi distese verdi d’inverno, giallo così acceso da accecarti d’estate, dentro le quali ti perdevi tra masserie, arance, ulivi e limoni. La Piana di Catania. Oggi, quasi il deserto. Se vai al mercato o nei supermercati di arance o limoni prodotti a Catania non trovi più nulla, solo spagnole, marocchine, israeliane. Giacomo e Stefano Rindone hanno ereditato dal padre, un’azienda agricola, la Santi, che produce arance nelle campagne catanesi “Il 100% della nostra produzione la commercializziamo al di fuori di Catania e della Sicilia. Il nostro mercato è concentrato per un 30% tra Torino, Bologna, Firenze, Verona, Rimini e Roma e il 70% tra Parigi, Bruxelles e in Svizzera”.

Tutto nasce, qualche anno fa, da quella che ascoltata sembra storia da romanzo invece è storia vera. “Avevo intuito, racconta Giacomo, che il mercato catanese e siciliano era in agonia, così feci un colpo di testa. Attraversai l’Italia fino a Roma con un furgoncino carico di cassette di arance e giravo i mercati, soprattutto romani, per piazzare il prodotto. Viaggi interminabili sulla Salerno-Reggio Calabria, ma questa scelta folle ha pagato. Oggi a Roma abbiamo aperto un nostro punto vendita, puntando sulla qualità del prodotto e oggi l’azienda è in attivo, abbandonando il mercato siciliano e puntando sui mercati esteri dove c’è più attenzione alla qualità del prodotto anche se costa di più. La nostra azienda non ha avvertito in alcun modo il peso del dissesto, semplicemente perché abbiamo scelto di non avere nessun rapporto con il nostro territorio ma di legarci ad una dimensione nazionale e ancor di più internazionale”.

I fratelli Rindone sono giovani, pieni di entusiasmo ed energie, ma la grande tragedia catanese che si allarga all’intera regione è la fuga delle nuove generazioni. Lo conferma uno studio del 2018, Scuola e università: la grande emigrazione degli studenti siciliani, realizzato dal prof. Foderà, docente del Dipartimento di Giurisprudenza della Lumsa di Palermo e commissionato dal Centro Studi della Cgil Sicilia. Da questa analisi emerge che dal 2002 ad oggi la Sicilia ha perso oltre 140.000 residenti,  mentre i siciliani che hanno trasferito la residenza all’estero dal 2013 al 2016, sono stati quasi 38.000. Ancor più drammatici sono i dati relativi alla fuga degli universitari.

Nell’anno accademico 2017/18 rispetto al 2016/17, si evidenzia un calo della popolazione universitaria di oltre 8.000 iscritti, ma il dato più eclatante è il numero di studenti che frequenta l’università fuori dalla Sicilia. Su un totale di 155.271 studenti oltre 23.000  studiano negli atenei del Nord, quasi 20.000 in quelli del Centro e oltre 7.000 negli altri atenei del Mezzogiorno.

A Catania non c’è l’allure aristocratica di Palermo ma ci sono palazzi nobiliari di una bellezza che toglie il respiro, che traboccano barocco e pietra lavica. In uno di questi, Palazzo Biscari, incontro, casualmente, a un vernissage fotografico Mattia Stompo. Mattia ha 25 anni e vive a Londra. “Tra l’immaturità dei 18 anni e la pressione dei genitori, mi racconta mentre ci addentriamo nei saloni nobiliari tra arazzi e installazioni fotografiche, terminato il liceo sono rimasto qui e mi sono iscritto in Economia aziendale, ma la mia carriera universitaria è durata due mesi. Dopodiché ho deciso di trasferirmi a Milano e iscrivermi all’Accademia di Belle Arti seguendo il corso di arti multimediali. Tre anni bellissimi, ma ogni volta che tornavo in Sicilia quando arrivava il momento del distacco era, sempre, uno strappo emotivo. Dopo Milano sono andato a Londra per seguire un master in foto-giornalismo, lavoravo, studiavo e ho potuto usufruire di un finanziamento di 10.000,00 € erogato dallo stesso istituto che prevedeva un rimborso a tassi irrisori e una tempistica molto agevolata. A Londra ho trovato una grande comunità di coetanei siciliani, ma ancora oggi ogni volta che rientro a Catania poi andarmene è un trauma, è la rabbia che mi cova dentro nel dover dire a me stesso che sono dovuto emigrare per  realizzarmi professionalmente”.

Tardo pomeriggio di un sabato catanese, scappo da Palazzo Biscari per raggiungere la metropolitana che mi riporterà a casa. Ritorno con la mente a quella mattina del 7 gennaio, riprendo il telefono e fregandomene della vergogna rimetto le cuffie, bianche e grandi. YouTube, tasto Play e faccio partire “Povera Patria” di Battiato. Nelle orecchie risuona “non cambierà, forse cambierà, si che cambierà, vedrai che cambierà”.

Commenti
2 Commenti a “Catania e il dissesto. Un reportage”
  1. Rosalba scrive:

    Un editing per la punteggiatura?

  2. Giuseppe Lorenti scrive:

    Gentile Rosalba, le rispondo io che sono l’autore del reportage.
    Intanto, scusi se rispondo ora ma ho letto solo adesso.
    Le lascio la mia mail, giuseppelorenti@gmail.com, così, qualora volesse, potrà inviarmi le sue osservazioni/correzioni sulla punteggiatura.
    Le osservazioni, se corrette, sono uno stimolo a migliorarsi.
    La ringrazio.
    Giuseppe Lorenti

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