Katastrophe

Catastrofe e rivoluzione. Eschilo, Mark Doten e Ling Ma

Prologo sull’Areopago

Nel 458 a.C. il tragediografo Eschilo si aggiudica il primo premio alle Grandi Dionisie, il principale festival teatrale del mondo greco, portando in scena la propria versione di una delle più celebri storie della mitologia classica: l’assassinio di Agamennone, il conquistatore di Troia, per mano della moglie Clitemnestra e il delitto con cui il figlio Oreste ne vendica la morte macchiandosi del più scellerato crimine immaginabile, il matricidio.

Un po’ come in un giallo, il culmine del racconto drammatico sviluppato nella trilogia dell’Orestea non è il delitto, ma la sua risoluzione. Più del sangue versato nell’Agamennone o nelle Coefore, infatti, è il processo istruito nelle Eumenidi per volontà di Atena a sancire senso e scopo del dirompente cambio di prospettiva con cui Eschilo trasforma il tradizionale racconto della maledizione degli Atrìdi in qualcosa di profondamente diverso: la legittimazione mitica del nuovo corso intrapreso dalla giustizia umana al tempo della polis. Un cambio di paradigma epocale, la cui portata Eschilo affida a una parola che lui stesso, a quanto ne sappiamo, introduce per la prima volta nella letteratura occidentale: il termine “catastrofe”.

La storia in breve. Dopo aver ucciso la madre, Oreste è braccato dalle Erinni, divinità infernali della vendetta. Per sfuggire alla persecuzione chiede aiuto ad Atena, che però non se la sente di esprimere un verdetto definitivo da sola su una faccenda così delicata. Perciò, ascoltate entrambe le parti in una specie di breve udienza preliminare, la dea convoca una giuria composta da dodici cittadini ateniesi. Un vero e proprio processo, con le Erinni all’accusa e Apollo alla difesa, il cui obiettivo travalica di molto la vicenda particolare di Oreste. Ciò che Atena si propone è la creazione di un istituto di giustizia eterno, chiamato a sottrarre l’applicazione della legge all’arcaico arbitrio della sfera privata per consegnarla a una dimensione più civilmente istituzionale: quella del diritto della polis. In altre parole, Atena vuole rifondare la struttura stessa della società.

Difficile che le Erinni possano accogliere con entusiasmo un cambiamento così drastico. A preoccuparle è l’idea che, senza più il deterrente della punizione divina, si scatenino l’anarchia morale e l’empietà più sacrilega, ma non solo. Le dee hanno soprattutto paura che il nuovo corso decreti la fine di un mondo che per secoli le aveva invocate e venerate a suprema difesa dell’ordine costituito, l’abolizione di un patrimonio di costumi e rituali che fino a quel momento ne avevano giustificato l’esistenza e sancito la possibilità di agire sulla realtà. In breve, hanno paura di una catastrofe.

Nelle Eumenidi, però, il termine katastrophē non ha ancora assunto il significato generico, oggi dominante, di rovina, sciagura o disastro. Al contrario, la catastrofe tanto temuta dalle Erinni ha tratti molto specifici: quelli delle concretissime katastrophai neōn thesmiōn, “le sovversioni prodotte dalle nuove leggi”, che Atena vuole imporre con il processo a Oreste. In altre parole, le dee non hanno paura che il mondo a cui sono abituate finisca, ma che, letteralmente, venga destabilizzato al punto da finire capovolto: il verbo greco katastrephein significa appunto rovesciare, rivoltare. È proprio la minaccia di una realtà alla rovescia che le Erinni vedono profilarsi all’orizzonte: l’unica realtà che possa nascere dall’assoluzione di un matricida. Nessun limite alla violenza, genitori uccisi dai figli, omicidi invendicati, impunità per i colpevoli. Un incubo.

Per far fronte alla crisi, le Erinni devono imparare una lezione importante: il collasso richiede adattamento. Se il sistema viene stravolto, l’unico modo per sopravvivere è trasformarsi insieme a esso. Diventare parte del cambiamento. Dal processo a Oreste la vecchia gerarchia cosmica esce svuotata di ruolo, improvvisamente rimpiazzata dal nuovo modello politico della civiltà. Ecco allora che, su esortazione di Atena, le mostruose Erinni accettano di tramutarsi nelle benevole Eumenidi, divinità della giustizia e della prosperità, garanti delle decisioni prese dal tribunale dell’Areopago e forze costruttive di pace.

La vicenda rappresentata nelle Eumenidi delinea le fasi di una specie di primitivo schema generale dell’evoluzione delle catastrofi. Prima, un evento traumatico provoca il rovesciamento dell’ordine: più o meno di colpo, la società si ritrova ad assumere un assetto imprevisto che ne mina la struttura e ne mette a rischio la sopravvivenza. A sua volta il rovesciamento crea (per reazione, scelta programmatica o sviluppo naturale) un differente tipo di ordine. A questo punto, per sopravvivere alla transizione e integrarsi nel nuovo sistema, ciò che resta del vecchio ordinamento è costretto ad adattare le proprie prerogative alla nuova forma assunta dalla società al momento di rifondare se stessa, per mantenere il più possibile sotto controllo il conflitto.

In sintesi, quello che è possibile ricavare dal testo di Eschilo è un concetto che compare per la prima volta nella letteratura occidentale: la catastrofe è rivoluzione.
Ovviamente, però, non è sempre tutto così lineare.

“lo sceriffo ke te lo sukkia è fatto di fuoco”

 Sul quadrante dell’Orologio dell’Apocalisse le lancette distano solo pochi secondi dalla mezzanotte: quanto basta perché il dito di Donald Trump raggiunga il pulsante che, dalla plancia del dirigibile superlusso Trump Sky Alpha, gli consentirà di scagliare un devastante attacco termonucleare su scala globale. È il 28 gennaio di un anno che potrebbe essere l’anno prossimo, è mercoledì e il novanta per cento della vita sul pianeta sta per estinguersi. Ed è tutta colpa di Internet.

L’universo è stato programmato affinché internet nei suoi quarant’anni di esistenza creasse condizioni di totalizzazione tali da rendere possibile la fine del mondo.

Trump Sky Alpha di Mark Doten (Chiarelettere, traduzione di Teresa Ciuffoletti) è un testo complesso, che non si adatta facilmente ai ristretti confini di etichette e blurb. Sì, certo, è una satira dell’Internet culture. E sì, è anche “un romanzo sull’era Trump”. Ma non solo. Se è vero che all’inizio Doten voleva scrivere un romanzo sui social media alla fine del mondo, e che poi l’elezione di Trump ha impresso alla realtà un’accelerazione impossibile da trascurare, è altrettanto vero che l’ingresso di un nuovo protagonista sulla scena non si limita semplicemente ad aggiornare l’idea iniziale, ma la completa con un’integrazione indispensabile. L’ordigno narrativo che Doten arriva infine a costruire prevede una doppia detonazione, ed è proprio l’inattesa combinazione tra due reagenti così instabili come Internet e Trump a fornirgliela.

All’inizio del romanzo Doten ripercorre la sequenza di eventi che portano The Donald a innescare lo scoppio di una fulminea Terza guerra mondiale. Dagli schermi del dirigibile a bordo del quale, come ogni settimana, si sposta tra Washington e New York twittando slogan maiuscoli e farneticazioni megalomani e trasmettendo vaniloqui in streaming, Trump assiste in diretta alla distruzione della civiltà sulla Terra come esito delle migliaia di conflitti bellici deflagrati ovunque negli ultimi giorni. Trump è ormai nel pieno della follia, eppure, strano a dirsi, stavolta non c’entra niente. Tutto è iniziato all’improvviso nemmeno una settimana prima, il 23 gennaio, quando il più grande attacco informatico della storia mette fuori uso Internet, paralizzando le reti di comunicazioni su tutto il pianeta e portando rapidamente al tracollo un sistema la cui esistenza dipende ormai del tutto dalle tecnologie digitali.

Qualunque fosse l’idea iniziale, ora la gente muore dappertutto. Le banche falliscono, le catene logistiche si inceppano. Gigantesche navi mercantili con un equipaggio di sole otto persone vanno alla deriva, il carico marcisce. Le filiali di Walmart si svuotano, i supermercati si svuotano, gli interventi chirurgici via internet restano a metà, le forniture mediche si esauriscono, manca il sangue, le medicine cominciano a scarseggiare, i meccanismi di rifornimento sono andati a puttane, un sacco di attività dipendono dalle catene di distribuzione in tempo reale, e anche quelle sono andate tutte a puttane, e la gente che ha prodotti in stoccaggio nelle vicinanze non può farci nulla, perché non c’è più benzina né personale e le strade sono congestionate. Scoppiano sommosse popolari e i disordini oltrepassano i confini. E là fuori c’è sempre gente che non aspetta altro. Non lo sanno, ma di fatto non aspettano altro. Vuoi ammazzare il tuo vicino, ammazzalo adesso. Vuoi cominciare una guerra, ora è il momento. Carpe diem, baby.

È il collasso di Internet il vero avvio della catastrofe. Per ripristinare tutto servono quattro giorni, al termine dei quali il mondo è in piena anarchia. In quei quattro giorni di assenza l’infrastruttura digitale che gestisce ogni aspetto delle nostre esistenze quotidiane rivela la sua autentica natura: “Internet non è altro che una rete magica che tiene insieme un sistema mondiale spaventosamente precario, e se il sistema si blocca per un giorno la conseguenza inevitabile è il tracollo, la scomparsa totale dell’umanità”. In questo scenario, persino “l’opzione grossa”, cioè il lancio simultaneo di tutti i missili nucleari americani con cui Trump intende porre fine a modo suo al conflitto mondiale, è solo la fase culminante di un processo che aveva già raggiunto il suo punto di non ritorno. L’ordine era già stato rovesciato, la transizione a un nuovo tipo di società già in corso.

Un anno dopo, la civiltà si appresta alla ricostruzione. I sopravvissuti, mutati nel fisico (gli occhi dorati la loro principale caratteristica) ed emotivamente incastrati in una perenne, irrisolta elaborazione del lutto, vivono in “zone metropolitane di contenimento”, prigionieri di edifici-fortezza presidiati dall’esercito. A ognuno viene dato un compito. Rachel, la protagonista del romanzo, si occupa di raccolta delle informazioni: verifica il contenuto delle telefonate, esamina le riprese dei droni in cerca di insediamenti, ma soprattutto contribuisce al perfezionamento delle tecnologie di riconoscimento facciale su cui si basa il conteggio delle vittime.

Prima della fine, Rachel era una giornalista. Il suo campo era la tecnologia digitale, le innovazioni con cui Internet stava modificando, apparentemente per sempre, il nostro ruolo nella società, le modalità di lettura della realtà, la realtà stessa. “Facevo parte di quel mondo, che a sua volta stava trasformando il mondo intero”, ricorda. La persona ideale a cui assegnare il progetto che Galloway, il direttore del «New York Times Magazine», ha in mente per il numero speciale con cui riprendere le pubblicazioni: un grande articolo su “l’umorismo di internet alla fine del mondo”.

Nella nuova atmosfera politica lo spunto iniziale di Doten – associare in un unico racconto social media e apocalisse – si spinge un po’ più in là. Riflettere sull’uso che facciamo di Internet non serve più solo a “indagare e far luce sul sistema in senso lato”, a “capire chi siamo come cultura”, ma diventa il primo, necessario passo per immaginare un nuovo ordine dopo la  catastrofe. Il crollo della rete ha prodotto, oltre al resto, la soppressione di ogni forma di racconto del presente e del passato. Non escono più giornali. Non esiste più alcun tipo di informazione, se non quella minima permessa e filtrata dal potere militare. Una comunità globale perennemente interconnessa è tornata ad essere una molteplicità di individui isolati e smarriti, privi di storia. Per ripartire, il mondo ha bisogno di tornare a raccontare se stesso. Al pari di Rachel, ha bisogno di ricordare e, ricordando, di comprendere.

Non è un compito facile. L’oblìo postnucleare è così fitto da avvolgere persino i contorni della rete. Cos’era esattamente Internet? Come funzionava, come lo usavamo? Rachel fruga nei suoi ricordi e trova solo nebbia: è bastato un anno per cancellare dalla memoria personale e collettiva l’esperienza della più grande trasformazione tecnologica degli ultimi due secoli. Siri, Alexa, Cambridge Analytica, Internet delle cose, Facebook: “di queste parole non conserviamo che un vago ricordo, l’ombra del loro significato, una mitologia sempre più sbiadita”. È l’intuizione più interessante del romanzo: siamo così abituati a considerare la rete come parte integrante della nostra quotidianità da ritenerla ormai eterna, eppure è sufficiente starne fuori  per qualche tempo per ritrovarla subito estranea, incomprensibile. La verità è che la tecnologia informatica che modella le nostre vite è estremamente contingente. Il web è inseparabile dal suo contesto, a cui è legato da un tipo di necessità che non si ritrova in nessun’altra creazione dell’uomo. L’automobile, per esempio: anche chi non ne abbia mai vista né guidata una sa cosa sia e a cosa serva. Internet no, è un’altra faccenda.

Rovistando tra macerie di siti e archivi di screenshot custoditi in una base militare iperprotetta, Rachel si fa strada nella memoria digitale degli ultimi giorni del mondo. Ciò che trova è una discarica di battute scontate, sarcasmo volgare, meme ripetuti all’infinito, teorie del complotto nate come freddure e degenerate in ossessioni collettive, razzismo, sessismo, rabbia sociale alimentata da troll e bot alternata a immagini di coccole tra cuccioli, messaggi di allarme che evolvono in parodie di messaggi di allarme che evolvono in altri meme e, su tutto, “il bisogno schietto e sempre più febbrile di conferme, di retweet e di like, gli ULTIMI retweet e like”, seguito ogni volta da “nuove ondate di battute”, incessanti riproposizioni di vecchie icone della cultura di Internet, loop di condivisioni e ricondivisioni a nutrire algoritmi ormai votati al tilt cognitivo. “Era un fiorire di novità, di esperimenti, e poco dopo sarebbero morti tutti o quasi tutti, pubblico e intrattenitori.”

Nei suoi ultimi giorni “il sistema rigurgitava se stesso prima di estinguersi”, la rete documentava l’imminente scomparsa dell’umanità attraverso un umorismo via via più delirante, il terrore globale della fine di tutto si convertiva in ansia dissacrante spinta fino all’estremo limite, fino alla completa dissoluzione di ogni significato. L’umanità si spegne con una risata, ma è la risata di un folle.

Al di sotto del rumore di fondo, però, Rachel riesce a distinguere un segnale. Le sue indagini la portano a scoprire collegamenti sempre più fitti tra gli eventi narrati ne Il sovversivo, un cult della narrativa underground opera dello scrittore filippino-americano Sebastian de Rosales, e le attività di un’organizzazione clandestina nota come “la Voliera”, dichiaratamente ispirata all’omonimo gruppo di hacker che, nel romanzo di de Rosales, è responsabile di una serie di iniziative terroristiche culminanti nel collasso mondiale di Internet. Lo scopo degli hacker è esplicito: dimostrare che la rete non è uno strumento di libertà e sapere, ma di supremazia colonialista al servizio del capitale. Ecco perché, nei progetti della Voliera, provocare la catastrofe significa dare il via alla rivoluzione.

Il colonialismo è il punto di convergenza di tutti i temi di Trump Sky Alpha. L’ideologia del dominio su cui si fonda il sistema ha obiettivi ben precisi: l’espansione infinita di se stesso e l’esaurimento delle risorse altrui. Due finalità, a ben vedere, intrinseche sia alla storia politica americana (di cui Trump è l’ultima incarnazione) che all’evoluzione della rete, e attuate in entrambi i casi con la stessa modalità: l’occupazione inarrestabile di ogni spazio raggiungibile. Al pari della flotta dei dirigibili propagandistici di Trump, distribuiti in tutte le zone strategiche del pianeta e programmati per replicare il volo della nave ammiraglia, anche Internet è prima di tutto un’architettura tecnologica concreta che attraversa paesi interi, imponendo la propria presenza al territorio.

Internet non è assolutamente uno spazio mentale astratto, ma ha una sua fisicità. È una struttura fisica, fatta di cavi, di fibre, di giganteschi centri di elaborazione dati che surriscaldano il pianeta […] Si tratta di un poderoso lavoro d’ingegneria, oggetti che occupano spazio, e da una parte all’altra del mondo l’esperienza che le persone hanno di internet cambia profondamente, come cambia il grado di potere politico legato al suo funzionamento.

È lo stesso de Rosales a rimuovere l’equivoco della neutralità della rete (“non è neutrale: va a vantaggio dell’America, del capitale“) e chiarirne l’essenza egemonica, nel corso di un’intervista concessa a Rachel qualche anno prima della fine. Alcuni importanti capitoli della storia di Internet, spiega, sono stati scritti proprio nella sua patria, le Filippine. Per esempio, è a Manila che, all’inizio del XX secolo, viene posata l’ultima parte del cavo transpacifico da cui dipende il funzionamento della rete telegrafica globale, il parente più prossimo di Internet. E sempre dalle Filippine inizia la propagazione del famigerato ILOVEYOU, il worm che nel 2000 infettò più di dieci milioni di computer, diffondendosi via mail e causando danni per oltre cinque miliardi di dollari.

“Il mondo per come lo conosciamo oggi passa per le Filippine, viene sovvertito nelle o dalle Filippine”, conclude de Rosales. Doten parte da qui per trasformare l’arcipelago nell’interruttore di un circuito alternato che attiva, da est a ovest e ritorno, un processo continuo di colonialismo e controcolonialismo, azione e reazione: il punto di riferimento perfetto su cui misurare le premesse del rovesciamento del sistema e dell’urgenza di uno spostamento di baricentro negli equilibri del potere tra Terzo e Primo mondo.

Nel corso della loro storia le Filippine passano da un sistema oligarchico modellato sul latifondismo prima spagnolo e poi statunitense al nazionalismo economico indipendentista. Tentano a più riprese di integrarsi e riprendersi spazi e ruoli di cui i grandi imperialismi stranieri le hanno sempre private, ma falliscono sempre. Smettono così di esportare merci e iniziano a esportare persone. La forza lavoro a basso costo diventa il nuovo prodotto nazionale: i filippini si disperdono in tutto il mondo per poter spedire soldi a casa, mettendosi al servizio di un sistema capitalistico che ha impoverito la loro terra d’origine e che ora la mantiene, indirettamente, ridistribuendo le briciole dei salari degli emigrati.

Quale rivincita migliore, in un contesto del genere, che immaginare l’annientamento del capitalismo digitale americano tramite l’influenza esercitata su un gruppo di hacker americani da una storia scritta da un filippino? A differenza di quanto accade nelle Eumenidi, però, in Trump Sky Alpha le forze che controllavano il mondo prima della catastrofe sono meno inclini ad allentare la presa sul potere e cedere spazio alla nascita di un nuovo tipo di ordine. Invece di adattarsi al cambiamento per rifondare una società diversa, il governo statunitense prova semplicemente a rimettere in piedi una versione di se stesso in grado di replicare il più fedelmente possibile il mondo di prima, ma con meno punti deboli. E lo fa utilizzando, anche dopo l’esperienza di Trump, i suoi più tipici strumenti: presidii militari del territorio e controllo dell’informazione volto a distrarre l’opinione pubblica contro nemici terzi. In quest’ottica anche le scoperte di Rachel potrebbero servire a camuffare la verità sotto la maschera della persuasione.

“Se riusciamo a dare il taglio giusto al pezzo”, spiega il generale a capo delle operazioni, “diventerà la storia dell’incompetenza del passato, mentre ora le cose sono cambiate […] Naturalmente abbiamo continuato a spingere la teoria delle potenze straniere, affermando che l’attacco a internet è opera loro, e secondo me è meglio mantenere questa versione. Le prove lo confermano, sai, se vogliamo dirla tutta. Sebastian, come sai, aveva origini filippine.

Insomma, sembra che nell’era di Trump nemmeno una catastrofe sia un evento abbastanza traumatico da riuscire ad avviare una rivoluzione. Il ciclo di Eschilo si spezza a metà, le Erinni rifiutano di evolversi in Eumenidi. Dopo il collasso, il sistema si rigenera ogni volta uguale a se stesso e il colonialismo dello spazio e della mente continua a essere l’unica configurazione che sembra in grado di assumere. In questo quadro il conflitto non ha forze sufficienti né per esplodere né per disinnescarsi e forse, Doten sembra suggerirci sul finale, solo un atto di individualismo consapevole potrà portare al singolo quella libertà che la collettività sembra intenzionata a negargli. Una situazione che ritroviamo, illustrata con chiarezza ancora più esplicita, in Febbre, romanzo d’esordio della sino-americana Ling Ma.

La febbre di Shen terrorizza l’Occidente

Se Mark Doten scrive, con Trump Sky Alpha, un romanzo eccentrico e composito, sia sul piano dei temi che della struttura, mischiando insieme narrazione lineare, monologhi, flussi di coscienza e parti documentarie e demolendo qualsiasi tipo di unità, linearità o coerenza narrativa, Ling Ma affronta in Febbre (traduzione di Anna Mioni, Codice) una materia più tradizionale, ma prova a rinnovarla modificandone significato e direzione: l’epidemia zombie.

Siamo nel 2011, l’Occidente si sta riprendendo dalla più grande crisi economica dell’ultimo secolo e una misteriosa infezione fungina contagia l’umanità con una strana febbre, chiamata “febbre di Shen” dalla provincia cinese d’origine. La diffusione è rapidissima, non ci sono cure, solo pochi sopravvissuti restano a testimoniare la fine del mondo. Tra questi Candace Chen, giovane immigrata cinese che lavora a New York alla Spectra, una multinazionale specializzata nella delocalizzazione di prodotti editoriali nel Sudest asiatico. Rimasta sola nella città deserta, Candace si sforza di mantenere il controllo sulla realtà continuando ad andare in ufficio e documentando il regresso della civiltà allo stato di natura con le fotografie che pubblica sul suo blog, il “NY Ghost”. Alla fine si unisce ad alcuni superstiti in viaggio verso la Struttura, un posto sicuro a Chicago che Bob, il capo della piccola missione, ha acquistato anni prima in previsione dell’apocalisse.

Come faceva Bob a sapere che prima o poi la catastrofe sarebbe arrivata? Per lo stesso motivo per cui proprio lui è il leader del gruppo: perché è un nerd. Bob è un ex informatico che ha passato gli ultimi anni a giocare a World of Warcraft. Si è preparato a ogni tipo di evenienza servendosi di film e videogiochi, come un aspirante pilota che impara a volare addestrandosi con i simulatori. Bob è l’unico ad aver capito in tempo che “quando ci si risveglia in un mondo che sembra immaginario, l’unico riferimento che si può usare sono le opere frutto di immaginazione”. È lui che propone di chiamare “zombie” le vittime del contagio: applicando alla realtà categorie della finzione, Bob riesce, almeno un po’, ad adattare il nuovo mondo capovolto a schemi noti, rendendolo percorribile.

La necessità dell’immaginazione come strumento per interpretare il nuovo ordine si lega, nella visione di Bob, al primo dei due temi che Ling Ma ha in comune con Mark Doten, cioè il ruolo di Internet prima e dopo l’apocalisse.

A differenza di quanto accade in Trump Sky Alpha, la catastrofe che stravolge il sistema in Febbre ha origine naturale e non terroristica, perciò non ha effetti sulla rete globale: anche dopo la Fine, Internet continua a funzionare. Per i superstiti è un vantaggio non da poco: nessuno di loro conosce nessun’altra realtà oltre a quella impiegatizia della New Economy, perciò Internet fornisce al gruppo il supporto di quelle conoscenze indirette che non hanno mai potuto acquisire, ma che il grande archivio della rete immagazzina e conserva per loro. Com’erano abituati a fare prima della Fine, Candace e gli altri cercano su Google o nei tutorial di YouTube la soluzione a qualsiasi esigenza pratica o emotiva, dai metodi per accendere un fuoco alle tecniche di sparo alle fasi dell’elaborazione del lutto. Al tracollo dell’umanità la rete sopperisce, almeno temporaneamente, tramandandone il ricordo e mantenendone vivi i saperi. “Che cos’è internet, se non la memoria collettiva?”, si chiede Candace.

Alla domanda della ragazza fa eco la convinzione di Bob: “Internet è l’appiattimento del tempo”. Sopravvivendo ai suoi stessi creatori, la rete rafforza infatti una delle sue proprietà meno evidenti, ma più distintive: l’indifferenza alle scansioni temporali che regolano l’agire umano. Se è vero che Internet racchiude nei suoi immensi database la memoria collettiva dell’umanità, è altrettanto vero che il modo in cui assolve a questa funzione consiste nell’annullamento del concetto stesso di tempo. In rete tutto accade simultaneamente, ogni evento coesiste con ogni altro, cristallizzato per sempre nell’unicità indefinita del virtuale. Internet è

il luogo in cui il passato e il presente esistono su un unico piano. Ma in proporzione, siccome il presente si calcifica nel passato, anche adesso, anche in questo preciso momento, forse è più corretto dire che internet è costituito quasi del tutto di passato. È il posto in cui entriamo in comunione con il passato.

È questo che, secondo Bob, più di tutto trasforma la rete in una prigione. Non puoi dimenticare un ex fidanzato, cancellare le tracce di vecchi errori o reinventarti un’identità, se la rete non ti permette mai di lasciarti nulla alle spalle. Incatenati a un’immagine ormai irreversibile di noi stessi, il nostro sguardo si offusca e non riesce più a spingersi oltre la ristretta realtà dello schermo. Perciò la perdita di Internet rappresenta un’opportunità. La catastrofe consente ai sopravvissuti di fuggire da quella prigione e ritrovare nel rovesciamento dell’ordine la libertà di non limitarsi più a vivere nel passato, ma di provare a immaginare il futuro. Se in Trump Sky Alpha il crollo della rete innesca l’apocalisse, nel mondo di Ling Ma è il primo passo per la rinascita.

La riflessione sulla rete sviluppata in Febbre è strettamente legata agli effetti prodotti dall’epidemia di Shen. L’infezione si diffonde per via aerea e invade prima di tutto i polmoni, ma si trasmette ben presto al cervello, paralizzandolo e trasformando le vittime in versioni inconsapevoli e semplificate di se stessi. Gli “zombie” di Ling Ma non sono mostri aggressivi che si nutrono di carne umana, ma gusci svuotati di anima a cui non resta che un ricordo limbico della loro vita precedente. Costretti a scimmiottare abitudini, gesti, rituali che gli erano appartenuti per anni, si riuniscono a tavola per mangiare da piatti vuoti, siedono davanti a computer rotti, sistemano le vetrine di negozi saccheggiati. Proseguono la routine di un mondo che ha cessato di esistere. Come la rete, la malattia li condanna a vivere in un eterno passato.

I ricordi generano ricordi. La febbre di Shen è una patologia della memoria, i malati sono intrappolati indefinitamente nei loro ricordi. Ma qual è la differenza tra i malati di febbre e noi? Perché anch’io ricordo, ricordo perfettamente. I miei ricordi si ripetono, non richiesti, in continuazione. E le nostre giornate, proprio come le loro, continuano in un ciclo infinito. Viaggiamo in auto, dormiamo, viaggiamo ancora un po’.

A favorire un ritmo biologico regolato dalla ripezione continua delle stesse azioni per tutta la vita è la struttura stessa della società capitalistica. Come tutti, ogni giorno Candace si alza, va al lavoro, torna a casa e il mattino dopo ricomincia da capo. L’assuefazione alla routine quotidiana è tanto forte da mantenersi invariata persino dopo l’apocalisse. In questo senso, non c’è davvero alcuna differenza tra lei e gli zombie. Il capitalismo sembra, anche solo come rifugio psicologico, più forte della catastrofe stessa, impermeabile a qualsiasi tentativo di sovversione: il mondo prodotto dal contagio non è un rovesciamento della società, al massimo una sua grottesca parodia.

Fin qui niente di nuovo. Ogni storia di zombie è una storia di anticapitalismo; presupposti, temi, sviluppi sono più o meno sempre gli stessi. Ling Ma però fa un paio di passi in più: la sua apocalisse zombie non è una metafora del consumismo o un generico apologo sul tracollo della civiltà, ma l’imprevedibile rivalsa del colonizzato sul colonizzatore. È questo il secondo punto di contatto tra Febbre e Trump Sky Alpha. Anche qui il primo embrione della catastrofe nasce a ovest e dilaga verso est, ripercorrendo al contrario la rotta dell’imperialismo occidentale. Se là erano le Filippine, stavolta a dare inizio al rovesciamento del sistema è la Cina, l’ultima frontiera dello sfruttamento della manodopera a basso costo. È in Cina che la Spectra delocalizza la produzione di libri e in particolare delle Bibbie, il settore di cui è responsabile Candace. Nei suoi frequenti viaggi a Hong Kong, Candace si rende conto dell’enorme squilibrio nei rapporti di forza prodotto dalla disponibilità dei cinesi a garantire al committente esenzioni da tasse e dazi, tariffe imbattibili, consegne veloci.

Noi fabbrichiamo il testo simbolo per diffondere le ideologie cristiano-euro-americane del vostro paese e per questo compito così importante tu e i tuoi clienti tirate sul prezzo fino all’ultimo centesimo, esigendo che a ogni tiratura consegniamo in anticipo e che anno dopo anno svendiamo il nostro lavoro.

L’imperialismo commerciale dell’Occidente arriva quasi a cancellare il passato della Cina. Le vie principali di Hong Kong non si distinguono da quelle di New York: gli stessi negozi, gli stessi prodotti, gli stessi servizi, offerti però a prezzi incomparabilmente più bassi. Una sorta di sottomissione volontaria al capitalismo americano, con cui la Cina si auto-annulla per soddisfare speculatori stranieri che la visitano, ne studiano le fabbriche e i processi manifatturieri e poi si ritrovano insieme in ristoranti e alberghi eleganti, costruiti su modelli occidentali apposta per loro. Finché un giorno, insieme alle merci, la Cina inizia a esportare anche il virus destinato a decimare la vita sulla Terra: una vendetta che ha tutta l’ironia tipica delle grandi catastrofi.

Partendo da premesse analoghe, Ling Ma mette in scena un rovesciamento ancora più drastico di quello raccontato da Mark Doten. In Trump Sky Alpha l’olocausto nucleare stermina il novanta per cento dell’umanità; nell’America di Febbre si aggirano, per quanto ne sappiamo, solo nove superstiti. Non esiste più nessun governo, nessun controllo militare del territorio, nessuna forma di organizzazione sociale. L’epidemia sembra aver azzerato la civiltà. Eppure, ancora una volta, l’uomo non sembra in grado di rispondere alla catastrofe se non tentando di ripristinare gerarchie e dinamiche del mondo di prima.

Se l’abbandono di Internet rende finalmente possibile, secondo Bob, immaginare un nuovo tipo di futuro, nella pratica è proprio Bob a stroncare sul nascere questa possibilità. Il modo in cui interpreta il suo compito di leader lo porta a conformarsi, con il passare del tempo, alle stesse logiche dell’imperialismo americano: alternare punizione e ricompensa, controllare il dissenso, contenere le spinte centrifughe, servirsi della fede religiosa per legittimare la propria autorità sono caratteristiche di un potere tradizionale che non vuole sovvertire il sistema creando un diverso tipo di ordine, ma mantenere se stesso a scapito degli altri.

Di nuovo, la rivoluzione fallisce per l’incapacità di immaginare un’alternativa alle strutture sociali e agli schemi mentali precedenti il collasso. Un fallimento che permette un’unica soluzione: l’individualismo come fuga dal sistema. E in termini ancora più radicali di quelli accennati, in Trump Sky Alpha, da Mark Doten: la prospettiva con cui Ling Ma ci congeda sembra prefigurare una società costituita, all’inizio, da un unico individuo, un’Eva che non ha più bisogno di alcun Adamo. Incamminandosi per un’autostrada deserta, circondata dai torreggianti fantasmi del mondo di prima, Candace ricorda una frase di sua madre: “Il primo posto in cui vivi da solo, lontano dalla tua famiglia, è il primo posto in cui diventi una persona vera, il primo posto in cui diventi te stesso”. Un ricordo che dà alla catastrofe la prima vera possibilità di trasformarsi in rivoluzione.

(Fonte foto)

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
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