Il treno dell’ultimo “veneto”: Nico Naldini

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Succede Oggi.

Sarebbe il direttissimo Vienna-Roma, Il treno del buon appetito di Nico Naldini: un lussuoso convoglio con tanto di wagon-restaurant sul quale egli, bambino davanti al passaggio a livello, avvistava i signori, immaginando altre vite. Riferito all’interezza del libro, però, il titolo potrebbe anche alludere all’inesauribile appetito sessuale dell’autore… Ma partiamo dall’inizio. Nella raffinata veste cui ci ha già abituati, la giovane e vicentina Ronzani Editore manda in stampa questa seconda uscita della collana “VentoVeneto”, curata dallo scrittore Francesco Maino: prodotto di altissima qualità, in tiratura di mille copie, con cinque disegni di Pier Paolo Pasolini, dei quali uno replicato in sovraccoperta, e introduzione dell’artista, filologo e saggista Franco Zabagli, direttore editoriale della stessa Ronzani.

Nel mondo antico di Donatella Di Pietrantonio

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Questo pezzo è uscito su Robinson. (Fonte immagine)

C’è una scrittrice unica in Italia. Ha cinquantacinque anni, ogni giorno lavora nel suo studio dentistico a Penne, in Abruzzo, e per scrivere si alza molto presto al mattino e fra le cinque e le sette procede “per lampi”, come dice lei. Attraverso questi lampi, Donatella Di Pietrantonio ha scritto romanzi e racconti di grande potenza e l’ultimo suo libro è una perla. S’intitola L’Arminuta (Einaudi, pp. 168, euro 17,50) che nel dialetto delle sue parti significa “la ritornata”.

A che servono i voti a scuola?

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di Christian Raimo Qualche anno fa insegnavo in una classe dove c’era un ragazzo, chiamiamolo Giuseppe, a cui era stato diagnosticato un deficit cognitivo. Svolgeva un programma personalizzato, che era determinato dalla sua diagnosi e dal DSA – disturbo specifico dell’apprendimento – che gli era stato assegnato. Era molto simpatico, e in classe era ben […]

Nel nome del coniglio

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un racconto di Stephen Graham Jones contenuto nella raccolta Albero di carne, uscita per Racconti edizioni.

di Stephen Graham Jones

Al terzo giorno mangiavano la neve. Anni dopo sarebbe ritornato in mente al ragazzo, di colpo, durante un colloquio di lavoro: il padre che si sputava in mano pezzetti di semi o aghi di pino. O quello che c’era nella neve. Il ragazzo aveva guardato i rimasugli marroni sul palmo della mano del padre, che alla fine annuì, se li rimise in bocca e girò la faccia dall’altra parte per mandarli giù.

Invece di dormire, si schiaffeggiavano la faccia per restare svegli. Il posto che avevano trovato sotto l’albero non era riparato dal vento, ma era asciutto. Non avevano idea di dove fosse l’accampamento, o di come trovare da lì l’autocarro o, in seguito, la superstrada. Non avevano nemmeno un fucile, solo il coltello che il padre del ragazzo teneva assicurato con delle cinghie al fianco destro.

Le ragazze rapite

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro di Wolfgang Bauer Le ragazze rapite (La Nuova Frontiera) (fonte immagine).

di Wolfgang Bauer

Talatu Il mio nome è Jummai, ma mi chiamano tutti Talatu, perché sono la primogenita. Prima che mi rapissero e mi portassero nella foresta, frequentavo la nona classe alla Secondary School di Duhu. La mia materia preferita è la matematica. Mi piace perché è logica. Una volta che hai capito la logica di una regola matematica, puoi risolvere facilmente e in fretta qualsiasi esercizio.

***

Nascosto tra le paludi della foresta di Sambisa c’è il quartier generale di un gruppo di terroristi di una crudeltà quasi senza pari. Un gruppo di ispirazione tanto moderna quanto arcaica. Il mondo lo chiama Boko Haram (“L’educazione occidentale è peccato”). Loro si sono dati il nome Jam a’at Ahl as-Sunnah lid-Da’wah wa’l-Jihad, “Unione sunnita per l’espansione dell’Islam e della jihad”. Combattono per fondare un califfato in Nigeria e collaborano con Al Qaida in Mali e in Algeria. Nel frattempo hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico. In pochi mesi, nell’estate del 2014, hanno occupato un quinto del territorio nigeriano.

La padella di Roberto Saviano

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di Luigi Loi

È il 10 novembre 2016 quando l’ultimo libro di Roberto Saviano, La paranza dei bambini, arriva in libreria. Le sue presentazioni in giro per l’Italia sono diventate veri e propri bagni di folla. Il pubblico è per una volta trasversale: ci sono i lettori della prima ora, i giornalisti, i fan della serie Gomorra, i giovani, i piccoli funzionari editoriali, i lettori occasionali in cerca del regalo natalizio, i curiosi, i lettori forti, gli scrittori wannabe e gli scrittori. Nel romanzo c’è una pagina in cui Saviano spiega metaforicamente come i pesci di piccolo taglio e lo scarto della pesca diventino frittura di paranza. Se i Feltrinelli store fossero delle padelle, Saviano sarebbe un grandissimo cuoco.

Nelle librerie che hanno la fortuna di ospitare Saviano l’atmosfera è quella della festa; e c’è voglia di festa nell’ambiente degli addetti ai lavori, anche perché per l’editoria nostrana la quaresima finisce solo con le fiere del libro: sempre in bilico tra circuito autoreferenziale e circo Barnum. In tutto questo c’è La paranza dei bambini, un libro dalla copertina lucida e aggressiva, vero e proprio oggetto di scena di questi rituali laici.

I libri dell’anno di minima&moralia: seconda parte

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter […]

Cos’è Kafka? Un’indagine

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Una versione ridotta di questa recensione è uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

C’è un’opera di Andy Warhol che non conoscevo, finché non ho letto Olivia Laing parlarne in The Lonely City: Laing racconta che l’artista dei party aveva raccolto per anni gli oggetti e i detriti che le persone si erano lasciati dietro – vestiti, orecchini spaiati, un pezzo di pizza, i biglietti della metro che avevano ricoperto il pavimento della Factory – e li aveva sigillati in seicentodieci scatole, le sue Time Capsule. Non c’è personaggio più lontano da Kafka di Andy Warhol; tra l’alto e sgraziato scrittore di Praga e l’inventore delle celebrità non c’è praticamente niente in comune (anche se leggendo le rispettive biografie viene da dire che tra il desiderio di essere ovunque e quello di non essere affatto, non c’è poi grande differenza), eppure Questo è Kafka? segue lo stesso desiderio nascosto in ognuna di queste identity box, ricordare che certe figure una volta erano state persone, che avevano vissuto, come tutti.

Trump: genesi dell’autoritarismo nell’era iperconnessa

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Questo pezzo è uscito su Valigia Blu, che ringraziamo.

di Fabio Chiusi

“Il fascismo non è il nostro futuro”, scrive il New Yorker, commentando l’incredibile elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. “Non può esserlo. Non possiamo permettere lo sia. Ma, di certo, è in questo modo che il fascismo comincia”. Su Twitter i meme, i bot, il trolling e l’ironia lasciano poco alla volta spazio al sospetto, poi alla paura, infine al panico. Decine e decine di sondaggi si polverizzano. L’asticella delle previsioni in tempo reale del New York Times oscilla impazzita da un estremo all’altro, passando da settimane di percentuali bulgare per Hillary  a un testa a testa e, da ultimo, una valanga senza via di scampo per l’avversario. Trump ha davvero vinto le elezioni.

Il Messico contemporaneo di “Un mostro dalle mille teste”

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Titolo e storia sono presi da un romanzo della scrittrice, sceneggiatrice e attrice uruguayana Laura Santullo, che per il regista e marito Rodrigo Plá ha scritto la sceneggiatura di Un mostro dalle mille teste. Classe 1968, uruguayano di nascita e messicano d’adozione, Plá ha esordito nel 1996 con il cortometraggio Novia mía, nel 2007 ha diretto l’ottimo lungometraggio La Zona e con Un mostro dalle mille teste (dal 3 novembre in sala per Cineclub Internazionale) ha aperto la sezione Orizzonti dell’ultima Biennale di Venezia.

Il film è ambientato nel Messico contemporaneo e racconta in forma di thriller una verosimile e drammatica storia di malasanità. La protagonista si chiama Sonia Bonet (interpretata dall’ottima Jana Raluy), ha un marito malato di tumore, la consapevolezza di potere salvarlo o quantomeno di fargli affrontare in modo meno doloroso il decorso della malattia, e l’impossibilità di farlo per colpa di un sistema sanitario inadeguato, corrotto e malgestito.