La lotta di classe ai tempi dello sfruttamento 2.0

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di Giacomo Gabbuti   Di libri come Non è lavoro, è sfruttamento, si dovrebbe dire, sicuramente, che sono utili. In poche, agevoli pagine, non appesantite da note o apparato bibliografico eccessivo, ed alleggerite regolarmente da qualche grafico mai di complessa interpretazione, Marta Fana mette insieme il lavoro minuzioso che ha compiuto negli ultimi anni. Così […]

Una performance dal Festival di letteratura italiana a Londra

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Che cosa vuol dire essere uno scrittore o un poeta italiano? A chi appartiene il linguaggio? Da queste domande nasce la collaborazione poetica Il Cielo in una stanza/This World We Live In, presentata in esclusiva alla prima edizione di FILL, nuovo festival di letteratura italiana a Londra, che ha aperto le porte a un pubblico di oltre 1500 persone il weekend del 21 e 22 Ottobre 2017. Cinque poeti da background differenti, e con diversi livelli d’italiano e d’inglese, si interrogano su appartenenza, nazionalismo ed esilio, mettendo alla prova le potenzialità della comunicazione linguistica e della traduzione attraverso la pratica poetica. All’alba di Brexit, in una Londra incredula e divisa in cui le frontiere geografiche e identitarie si ridelineano dolorosamente, Simon Barraclough, Maria Borio, Alessandro Burbank, Marzia D’Amico e Chrissy Williams, bilingui per nascita, scelta o vocazione, si sono messi a confronto sotto la guida creativa di Livia Franchini (CORDA Magazine). Il risultato è una performance collettiva intratradotta, giocosa e anomala, in cui rimandi biblici si intrecciano alle dichiarazioni fiorentine di Theresa May e la satira politica ai suoni dell’infanzia, levando un grido unico di comunione lirica e politica, in grado di oltrepassare i nuovi confini nazionali. (foto di Alessandro Mariscalco).

CHRISSY WILLIAMS

My cousin tells me how she says “shiep”,
how it always comes out “shiep”.
She wants to talk about “a shiep”
but always, always, it comes out “shiep”.
“You can put a shiep on a shiep”, she says,
“but the other way it is ridiculous.
If only shiep and shiep were not so similar.
And do not even talk to me about shiets.”

Come evocare il vuoto (Due letture molto personali)

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Esce oggi per Effigie Dentro al nero, un libro che festeggia i settant’anni di Stephen King e il compleanno di It. Tra i brani dell’antologia vi proponiamo questo scritto di Marco Peano, che ringraziamo. La sua storia riguarda Shining.

«Sesso e morte». È questa la risposta che avevo ottenuto quando, ventenne, mi ero arrischiato a domandare al mio insegnante di cinema – era il 1999 e frequentavo una scuola di scrittura – se esistessero degli argomenti intraducibili sullo schermo cinematografico: situazioni che gli attori erano impossibilitati a interpretare se non ricorrendo a trucchi, mascheramenti, effetti speciali. Ricordo che non avevo avuto il tempo di ribattere, poiché lui aveva aggiunto con prontezza: «Quando ti spingi oltre con il primo, sconfini nella pornografia. Quando lo fai con il secondo, sconfini nello snuff».

“Anatomia di un giocatore d’azzardo” di Jonathan Lethem

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il protagonista di Berlin Alexanderplatz, il romanzo di Alfred Döblin del 1929, è un uomo che perde i pezzi. Per raccontare la Repubblica di Weimar, Döblin congegna il suo capolavoro come un dispositivo di decostruzione, se non di demolizione, del corpo e delle ambizioni del suo personaggio principale. Analogamente, una novantina d’anni dopo, in Anatomia di un giocatore d’azzardo (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) Jonathan Lethem si accanisce, affettuoso e ironico, su Bruno Alexander, per professione e vocazione giocatore di backgammon. Da un lato sbriciolandone l’esistenza tra Asia, Stati Uniti ed Europa (e dunque disorientandolo in modo radicale), dall’altro mettendolo a confronto con un’anomalia ottica che si trasformerà da limite in occasione di conoscenza.

Lettera per una nascita

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Ricordiamo Pierluigi Cappello, scomparso questa mattina, con una poesia tratta da Mandate a dire all’imperatore, raccolta pubblicata da Crocetti (fonte immagine).

Lettera per una nascita

Scrivo per te parole senza diminutivi
senza nappe nè nastri, Chiara.
resto un uomo di montagna,
aperto alle ferite,
mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
il suono dei “sì” pronunciati senza condizione,
dei “no” senza margini di dubbio;
penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo più liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigna del “sì” assordante che sei.

“Senza impegno politico non sarei stato lo scrittore che sono”: intervista a Wole Soyinka

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Soyinka, con la sua scrittura versatile è stato capace di sintetizzare la ricchissima eredità culturale del suo paese, miti e tradizioni antiche, insieme al patrimonio letterario e alle tradizioni della cultura europea», si legge nella motivazione con cui l’Accademia svedese nel 1986 assegnò a Wole Soyinka il Premio Nobel per la letteratura.

Poeta, drammaturgo e romanziere, intellettuale, classe 1934, ha sempre unito alla potente immaginazione e creatività un’ineludibile dimensione politica.

Negli oratori di Palermo

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Questo pezzo è apparso su Robinson, l’inserto settimanale di Repubblica, che ringraziamo. Le foto sono di Ramak Fazel.

Palermo è una città di sguardi. Chi la percorre si rende conto che oltre a osservare ciò che lo circonda è a sua volta, da ciò che lo circonda, osservato. Come se la materia fisica della città non si accontentasse di venire contemplata, con incanto o rammarico, ma ricambiasse percependo a sua volta chi la attraversa.

Dopo. Il post-metal e la post-società

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di Elia Pasini

Che siamo da qualche parte (nel pieno? All’inizio? Alla fine?) dell’entropico cammino della post-modernità è un dato di fatto assodato. Inutile ripetere le ormai abusate formule su relativismo valoriale, mancanza di pilastri socioeconomici, cacofonie relazionali. Se c’è un luogo dove il postmoderno dà uno sfogo di sé particolarmente sintomatico, è nel mondo – ormai anti-mondo – della musica. I talent hanno sminato il campo dalle fondamenta, lasciando una distesa sassosa fatta di youtubers in cerca d’autore, di popstar fotocopia, di rockstar appassite. Si può dire – se si eccettuano alcune frange della scena alternativa, del movimento “-tronico” e della soundtrack-music d’autore – che la capacità della musica leggera di filosofeggiare sul reale, e talvolta di anticiparlo, sia definitivamente tramontata. Eppure – da qualche parte nelle profondità di USA e Scandinavia e nelle spelonche più recondite del Vecchio Continente – qualcosa, negli ultimi venticinque anni, è cresciuto silenzioso e fuori controllo; un’eco propagata di tunnel in tunnel, di riverbero in riverbero. Dal genere più estremo, autoreferenziale e verboso della musica tutta – il metal – si è generato un aborto silente; specchio distorto, e per questo più limpido e consapevole, del metallo originale. Il post-metal; il metal del dopo.

La storia siamo noi. La drammaturgia partecipata di Short Theatre

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(fonte immagine)

La fiction è in crisi oppure no? A guardare il successo delle serie tv verrebbe da scuotere vigorosamente la testa. In letteratura si decreta ciclicamente la fine del romanzo nonostante se ne sfornino a migliaia ogni anno, e si guarda a generi ibridi come l’autofiction e il reportage narrativo. In teatro la guerra alla mimesis è storia vecchia quasi quanto nelle arti figurative, tanto che la messa in crisi del testo ha fatto praticamente il giro e oggi si torna alla scrittura drammaturgica ma sperimentando presupposti che si situano radicalmente altrove rispetto all’idea di “rappresentazione”. A dirla tutta, chiedersi se la crisi della fiction sia effettiva, e se sia definitiva o transitoria, è una domanda legittima ma oziosa (la fiction ben scritta non è affatto in crisi, mentre i modelli ripercorsi mille volte probabilmente sì, come accade per ogni forma estetica). È vero però che attorno a questo interrogativo si sono sviluppate delle tendenze che oggi – almeno in teatro – rappresentano probabilmente alcune delle punte più avanzate della ricerca drammaturgica. Degli assi di ragionamento che vale la pena approfondire.

Uno di questi è la partecipazione. Tre degli spettacoli più belli visti quest’anno a Short Theatre – che si conferma una straordinaria galleria del nuovo teatro europeo, un’autentica boccata d’ossigeno per una città culturalmente martoriata come Roma – erano legati da questo filo rosso. Si tratta di “Guerrilla” della compagnia catalana El Conde de Torrefiel, che era lo spettacolo di apertura; “Trigger of happiness” dei portoghesi Ana Borralho e João Galante; “Nachlass” della formazione berlinese Rimini Protokoll, presentato in collaborazione con il Romaeuropa Festival. Diversi per temperatura, sensibilità, sguardo sul mondo, ma accomunati da un coinvolgimento di soggetti esterni per la realizzazione della propria drammaturgia. Un teatro che si apre alla realtà, la accoglie e le delega il fardello della storia, creando allo stesso tempo un elemento di racconto e un dispositivo affinché esso non diventi “messa in scena”.

Avevamo davvero bisogno di Piazza Indipendenza?

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di Miriam Aly, studentessa 19enne Siamo tutti oramai a conoscenza di ciò che è avvenuto a Roma in Piazza Indipendenza, a due passi dalla Stazione Termini: una situazione avviata il 19 Agosto 2017, in seguito allo sgombero dell’ex sede dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) in Via Curtatone, occupato dal 2013 […]