Tracce di Bene

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Dopo essere stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, questa sera debutta su Sky Arte il documentario di Giuseppe Sansonna su Carmelo Bene. Questo articolo è uscito su Robinson  – La Repubblica di Nicola Lagioia “Sono un anarchico. Sono fuori da ogni problema politico. Credo negli uomini, i cittadini mi fanno schifo. I ministeri mi fanno […]

In principio era Cleopatra, regina del Nilo (e della negazione)

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Con un gioco di parole difficilmente traducibile in italiano (c’entra l’omofonia, toh), gli anglofoni fanno riferimento a quanto sia facile foderarsi gli occhi di prosciutto e vivere nel rifiuto di qualcosa di manifesto, ma anche quanto — basta il giusto calembour, appunto — sia altrettanto facile salvarsi.

“And either of those options is 100 percent OK”. Ovvero: vale. Tutto. Con quest’espressione (letteralmente: “e entrambe quelle opzioni sono al cento per cento valide”), la gran parte dei pop/indie/culture/lifestyle blog in lingua inglese che passano sul nostro radar — un radar egoriferito, il feed composto delle sole cose che ci gratificano, in un circolo di autoassoluzione continua, a Zuckerberg piacendo — concede la propria benedizione alle posizioni più antipodiche.

La scrittura dell’altrove. Sul post-esotismo di Antoine Volodine

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Affossato nella poltrona di vimini, Lenin è un animale calvo, sazio. Bogdanov tende in avanti l’addome, e per un attimo pare sovrastare l’avversario. Pettinato, vestito con gusto, assorto nella primavera dell’isola che esotica e totale galleggia sull’acqua. Lenin riprende a respirare. La sicumera del più forte. Osservati di lato, i capelli residui alle tempie appaiono gonfi, satellitari. Bogdanov scolla la mano dal vimini e fa la sua mossa. La scimmia cappuccino sulla spalla di Gor’kij, guardiano muto della contesa, caccia una specie di grido. A tutti è chiaro chi abbatterà il Re.

I meme sono l’arte della classe disagiata

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Questo articolo è il testo dell’intervento di Vittorio Parisi al Seminario sulla Classe Disagiata di Parigi. (Immagine in apertura: Ⓒ Bispensiero feat. Théodore Géricault)

di Vittorio Parisi

L’arte per tutti

«Domani il numero degli aspiranti all’arte sarà prodigiosamente accresciuto perché la professione artistica sarà ancora considerata attraente, distinta e in molti casi redditizia.»

Così scriveva un Eugenio Montale profetico e vagamente atrabiliare, nel 1957, in un breve saggio intitolato L’arte per tutti, e incluso in Auto da fé, raccolta di oltre novanta articoli firmati tra il 1925 e il 1966, e dedicati al ruolo dell’arte nella società italiana ed europea. Sessant’anni più tardi non è difficile constatare come il numero degli aspiranti artisti sia effettivamente aumentato, che il pubblico sia per lo più una «sterminata massa […] di artisti in atto e in potenza», e che l’immagine dell’artista di successo continui a godere di un evidente prestigio sociale. Il tutto, naturalmente, a discapito dell’arte, secondo Montale «sempre più libera, in realtà sempre più imbrigliata da mode, tendenze, influssi di critici e di cenacoli, necessità di collocamento della “merce” prodotta».

American Dust: Luca Briasco racconta Richard Brautigan

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È in libreria American Dust di Richard Brautigan (minimum fax) con traduzione e postfazione a cura di Luca Briasco: pubblichiamo il testo ringraziando l’autore e l’editore. (Fonte immagine)

Una tragedia a lieto fine

Quando Richard Brautigan si sparò, a Bolinas nel 1984, sulla sua vita venne gettato uno sguardo vagamente emblematico che aveva ben poco da dire sul valore letterario dei suoi libri. Era già qualche tempo, ormai, che il suo necrologio lo incalzava: era l’hippie malridotto e alcolizzato, la figura culturale di interesse un po’ effimero, lo scrittore la cui reputazione si basava sulla sensibilità drogata dei suoi contemporanei. Era come se fosse stata l’epoca in sé a creare la popolarità di Brautigan, com’era successo per le camicie a disegni cachemire o gli stivali Frye: veniva trattato come una moda imbarazzante.

“Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini: un’introduzione

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La casa editrice di Tirana Botimet Dudaj ha deciso di pubblicare in lingua albanese l’opera di Pier Paolo Pasolini. Benché in Albania siano stati pubblicati molti autori italiani, un libro di Pasolini non era mai stato tradotto prima d’ora. Né negli anni della transizione, né tanto meno prima, quando – sotto il regime di Enver Hoxha – le sue pagine e le sue poesie erano considerate frutto di “deviazionismo piccoloborghese”. Grazie all’intelligenza e all’attenzione di Arlinda Dudaj, che guida l’omonima casa editrice, viene ora colmato un vuoto. Il primo volume pubblicato è Ragazzi di vita, con il titolo Djem jete, e con la prefazione di Alessandro Leogrande. Ringraziamo l’editore per averci permesso di riproporla.

Quando nel 1955 Pier Paolo Pasolini pubblica il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, si è trasferito a Roma solo da qualche anno. Per lui che viene dal Friuli, l’incontro con Roma costituisce la progressiva scoperta di una città-mondo sedimentata nei secoli, una città-lingua in cui immergersi, inabissarsi, per poi risalire a galla con il desiderio di raccontarla. Il desiderio di narrare Roma, la sua grazia e il suo sfacelo, la sua gente e il suo brulicare, pervade tutta l’opera dello “straniero” Pasolini (straniero sia rispetto alla metropoli, sia rispetto ai dettami ufficiali della cultura italiana dell’epoca). E la pervade fino all’ultimo, fino all’anno della sua uccisione, avvenuta esattamente vent’anni dopo, nel 1975.

Trent’anni di “Siberia”

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Dal nostro archivio, un pezzo di Nicola Lagioia apparso su minima&moralia il 24 settembre 2013.

Siberia, il primo disco dei Diaframma, viene ristampato in questi giorni in versione deluxe per festeggiare il trentennale della sua uscita (che, in pieno rispetto dello stile della band, risale in realtà al 1984). Nel cofanetto, in edizione limitata, trovate lp originale in vinile, più cd dello stesso, registrazione inedita di un concerto tenuto a Modena il 4 gennaio 1985, booklet con foto e articoli d’epoca. Amo da sempre i  Diaframma. Sono di conseguenza stato felice quando Federico Fiumani mi ha chiesto di scrivere un’introduzione da inserire nel libretto allegato alla ristampa.

Tradurre Cheever, il meraviglioso

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Dal nostro archivio, un intervento di Adelaide Cioni apparso su minima&moralia il 9 giugno 2014.

I due libri di John Cheever, i Racconti e i suoi diari (Una specie di solitudine), entrambi editi da Feltrinelli nel 2012, sono forse la cosa letteraria più bella uscita in Italia negli ultimi anni. L’aura che si sprigiona da questa sorta di doppia autobiografia letteraria, fiction e non fiction, non smette di irraggiare meraviglia. Dopodomani, 11 giugno, a Roma a Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, in un incontro per la rassegna di traduzione letteraria organizzata dalla Regione Lazio con il progetto ABC Cultura, Adelaide Cioni parlerà del suo lavoro di traduzione, per poi lasciare la parola alle letture di Daria Deflorian. Qui di seguito riportiamo la sua appassionata postfazione ai Racconti.

(L’immagine è un frame del film Il nuotatore, tratto dall’omonimo racconto)

di Adelaide Cioni

A volte fra traduttori e autori ci sono incontri che assomigliano a delle promesse. La prima volta che ho letto il nome di John Cheever è stata dodici anni fa, quando vidi Il nuotatore, appena uscito in Italia per Fandango. Ricordo distintamente che mi stupii allora nel provare un inspiegabile quanto profondo senso di nostalgia per quel nome a me nuovo, e per un attimo pensai che avrei voluto tradurlo. Perciò quando dieci anni dopo ho ricevuto la telefonata dell’editor di Feltrinelli che mi proponeva di tradurre i racconti e i diari ancora inediti in Italia, mi è suonata come una risposta. La nostalgia che avevo provato sfogliando Il nuotatore era la nostalgia di un evento futuro.

Autobiografia della nazione

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Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Pacifico apparso su minima&moralia il 18 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

1. Tinello.

“E più tardi, nell’interminabile pomeriggio, che cosa potranno fare, poveretti? Francesca dipingerà: mazzi di rose, tramonti, il ritratto della mamma. Forse suona anche il piano, o ricama, o prega. E Fulco catalogherà pietre, o insetti, o fossili? Si ricorrerà agli animali imbalsamati? Magari, folaghe? Si arriverà addirittura alle conchiglie? Comunque, una giornata lenta, pigra, meridionale, qualunque. (Quella ‘twilight zone’ lavanda e violetta fra il ‘conosci te stesso’, l’autoritratto, e le pippe.)”

Questo fanno le famiglie italiane da sempre: anche qui, nel 1899 caricaturale in cui si svolge (non si svolge, semmai sta fermo) Specchio delle mie brame, epopea di luoghi comuni di Arbasino ‘74. Ottanta anni dopo, nel tinello di mia nonna la domenica a Roma stesso problema di noia – però non si può di fronte ad Arbasino fare indigestioni di madeleines e dire che “90° minuto” risolveva tutto alle sei e dieci del pomeriggio: 1) sia perché lui è contro le riletture melense del passato e di Proust, che costringono ogni cosa a diventare madeleine; 2) sia perché non è vero: “90° minuto” non risolveva niente, la domenica italiana non me la risolveva nessuno, era un trionfo del capitonné e del senso di morte.

Roberto Bolaño, scrittore canaglia

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Dal nostro archivio, un pezzo di Marco Montanaro su Roberto Bolaño apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Il 28 aprile 1953 nasceva a Santiago del Cile Roberto Bolaño. Pubblichiamo un approfondimento di Marco Montanaro e vi segnaliamo che oggi a Roma c’è una serata dedicata a Bolaño a cura di Terra Nullius: appuntamento al Parco dei Galli alle 21 (dettagli sulla loro pagina Facebook). (Fonte immagine)

Scrivendo e riscrivendo un articolo su Roberto Bolaño per il giorno del suo compleanno, ho finito per trovarmi nella stessa condizione di uno di quei suoi personaggi che attraversano la terra insieme vivi e morti, insieme patetici e incendiati; nella condizione di chi, cioè, mastica e rimastica un pensiero senza arrivare ad alcuna conclusione, infine sputandolo via insofferente, rassegnato, ben consapevole che quel masticare e rimasticare è tuttavia la pienezza stessa di ogni vita. Ironia della sorte (l’ironia incantata, quando si parla del cileno, è il grezzo e puro contrappunto del cinico sarcasmo di certa scrittura contemporanea), il mio pezzo voleva analizzare l’opera del cileno a partire proprio dall’epanortosi, ovvero da quella figura retorica per cui si ritorna su un concetto, una frase o un enunciato per riscriverlo fino a cambiarne il senso, fino a contraddirlo.