Storia del dottor Wu e dell’epidemia del 1911 in Manciuria

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Con quale animo il dottor Wu uscì dalla stazione ferroviaria e prese a respirare l’aria gelida di un fine dicembre 1910 ad Harbin, non lo sapremo mai. Possiamo supporre, però, che non avesse un’espressione serena in volto, come ormai accadeva da tempo, dal 1908 per essere precisi.
I fatti, anche a ripensarci anni dopo, erano talmente evidenti che continuare a ripeterseli e scorgere ogni volta la sua limpida innocenza era del tutto inutile, eppure doveva farlo.

Lo faceva da anni, del resto, da quando era arrivato in Cina, dopo un breve passato da stimato medico specializzato nelle malattie dei minatori in Malesia, dove era nato. In particolare aveva studiato a fondo il beriberi, una malattia «sconosciuta» a molti occidentali fino a poco tempo prima e considerata invece «malattia nazionale» in Giappone.

Salvarci. Servono idee per il mondo culturale, e presto.

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Questo pezzo è stato pubblicato originariamente su Medium. Ringraziamo l’autrice di averci permesso di ripubblicarlo. di Martina Testa Sul Corriere della Sera di ieri c’è un articolo in cui Riccardo Cavallero, titolare della casa editrice milanese SEM, chiede allo stato misure immediate di salvataggio per la piccola editoria. «È indispensabile che vengano adottate rapidamente delle […]

L’importanza dell’antifascismo. Una conversazione con Davide La Rosa

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“E come ogni anno, prima del 25 aprile, il fascistume residuo di cui purtroppo il nostro paese non è ancora riuscito a liberarsi, tira fuori la testa e cerca un po’ di visibilità sulla pelle di chi è morto per liberare il nostro paese. È tipo una tassa, ormai.”.

Così, con consueta lucidità, Emiliano Rubbi ha ben sintetizzato la situazione, in un suo post pubblicato sul suo profilo Facebook.

Ci troviamo, ancora, una volta a dover lottare per ribadire l’ovvio: l’opposto di fascismo non è comunismo ma democrazia, dunque l’antifascismo non è una fissazione della sinistra ma la base stessa della nostra Repubblica. Tutto il resto è, se in malafede, propaganda fuori tempo massimo, se in buonafede, una grossolana incomprensione del concetto stesso di democrazia.

Lettera Aperta alla ministra Azzolina

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Photo by moren hsu on Unsplash

Gentile Ministra Azzolina,

è stato detto, forse negli ultimi tempi in maniera più impellente, quanto i bambini siano stati ignorati dal Governo. Attraverso ciò che non dicevano i decreti sui bambini, ciò che non è stato precisato riguardo loro, ciò che è stato vietato e basta, senza porre al centro le conseguenze disastrose e pericolose di questi divieti, è emersa una miopia accidiosa, se non una irresponsabile cecità, che ha reso l’infanzia il luogo di questo Paese di cui più vergognarsi. L’infanzia e la vecchiaia – vicini per fisiologia, per fragilità, per dinamiche umane – sono gli aspetti della nostra esistenza di cui avere più cura, invece risultano il fallimento più eclatante e grave delle nostre attuali azioni. Perché, come diceva Marguerite Yourcenar, l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere.

Cosa non funziona in “The English Game”

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di Luca Todarello

Nel 1905 Alexander Bassano, fotografo dell’alta società inglese del XIX secolo (suo è anche lo scatto utilizzato da Alfred Leete per Lord Kitchener Wants You, manifesto britannico per il reclutamento di anime per la Grande guerra), immortala in uno scatto Lord Arthur Fitzgerald Kinnaird, ultimo discendente di una ricca famiglia di banchieri anglosassoni.

Si tratta probabilmente di uno dei primi lavori che un artista dedica alla celebrazione di un calciatore: Lord Kinnaird è stato infatti una stella del calcio dei pionieri e sarà anche presidente della FA, la Football Association inglese, per ben trentatré anni.

Il colore delle cose la mattina presto, ovvero perché lo stile di Ernest Hemingway è così indimenticabile

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(fonte immagine)

C’è qualcosa nello stile di Ernest Hemingway che lo rende indimenticabile. Non è solamente quel suo modo celebre di narrare,così asciutto, snello, in cui ogni singola frase, ogni singola parola esprime esattamente quel che ha da dire, senza neanche un orpello, senza aggiungere nulla di più e nulla di meno a ciò che intende comunicare. Non è neanche il suo umorismo, sempre vivo, pungente, irresistibile, profondamente intelligente. Non sono i dialoghi, così essenziali, realistici e acuti. Non è la qualità del mondo rappresentato, tanto nitida e pervia, che consente al lettore di guardarci attraverso per contemplare l’essenza stessa delle cose. Si tratta piuttosto di un insieme di tutti questi fattori, un tratto unico del suo modo di scrivere che rende i suoi romanzi e i suoi racconti indimenticabili e immediatamente riconoscibili.

L’arte rotta

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Questo testo è stato pubblicato a puntate, in forma leggermente diversa, all’interno della rubrica “inpratica” su Artribune, dal 16 al 23 marzo. I. Nella nuova condizione di isolamento che tutti stiamo vivendo, in cui è molto difficile costruire e ricostruire una parvenza di normalità, alcune percezioni interrogano con insistenza la nostra esperienza. Guardate, per esempio, […]

Codici salute e crediti sociali: il futuro visto dalla Cina

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Tra gli strumenti che la Cina ha impiegato nel tentativo di fermare il contagio da Covid-19 è stato sottolineato l’utilizzo massiccio dei dati provenienti dal traffico e dalle attività delle persone sui cellulari.

Si tratta di elementi che sono già quotidianità in Cina e che in alcuni casi hanno aiutato le più generali operazioni di contenimento del virus in modo quasi naturale: la Cina – ad esempio – è da tempo, specie nelle grandi metropoli, una società cashless.

E se l’intellettuale di sinistra tornasse a preoccuparsi delle campagne?

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul sito della Fondazione per la Critica Sociale, che ringraziamo. di Stela Xhunga Con il Covid19 ci siamo riscoperti pizzaioli, fornai, esperti di farine ben presto introvabili, con enorme fastidio di chi già si pensava novello Sorbillo. Farine lievitate di prezzo, senza che nessuno, tra i consumatori, si chiedesse: ma il […]

It’s crazy what You could’ve had. A proposito di “Country Feedback” dei REM

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Tutti hanno una canzone preferita dei REM, e anche Michael Stipe – nato il 4 gennaio 1960, lo stesso giorno in cui Albert Camus moriva in un incidente stradale – sembra avere la sua; o almeno così ha detto più di una volta, persino davanti a migliaia di persone. Insomma durante i concerti, prima di cantarla. Pur considerando quanto siano irrimediabilmente volatili le opinioni di un artista, e ancora di più quanto possa essere oscillante la scelta di Una Canzone Preferita, possiamo credergli. Forse la canzone dei REM preferita da Michael Stipe è anche la mia. Forse.