Nuovo cinema paraculo. Romanzo di uno strascico

Come trasformare un film animatissimo di buone intenzioni in un roba deludente? Basta fidarsi troppo delle buone intenzioni (le strade per l’inferno, si sa, ne sono lastricatissime). Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana è un film che avrebbe potuto essere bello, e non lo è. Per moltissimi motivi. Per primi, certo, quelli legati all’affidabilità della ricostruzione vedono contrapposte tante versioni diverse: il libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli che sostiene la tesi delle due bombe contemporanea (una bombetta-civetta anarchica e una bomba devastante di marca neofascista) e a cui si è ispirato Giordana, viene considerato molto molto discutibile da vari altri, tra cui per esempio Adriano Sofri che in questi giorni ha scritto un istant-book precisamente polemico contro libro e film.

Anvedi l’immaginario romano: da Ciceruacchio a Amore tossico (parte prima)

Qualche settimana fa, in un laboratorio teatrale organizzato da Veronica Cruciani, c’era la contessa Castelli-Gattinara che raccontava un episodio della sua infanzia a Roma (siamo negli anni ’30): lei piccola al braccio della mamma che passa davanti alla statua di Ciceruacchio. La madre le dice: “Questo è un eroe romano”, ma quando la contessina la sera parla con il nonno, questo le dice: “Chi Ciceruacchio? Un traditore”.

Questo per dire che per un bel paio di millenni, l’immaginario romano del potere è stato ovviamente legato alla presenza del Papa. È  più o meno quello che racconta Andrea Giardina nel Mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini: il papato era il Potere, e l’opposizione al Potere si poteva esprimere contro il Papa e i preti. Per questo gli anni dal 1846 al 1849 sono gli anni cruciali di una definizione di rapporti. Il 1846 è l’anno dell’inizio del pontificato di Pio nono – “Er Papa bono” (e Ciceruacchio si schiera con lui), il 1849 quello della Repubblica Romana (con Pio IX che spara contro le truppe di Garibaldi e Ciceruacchio, il quale nel frattempo ha capito che le intenzioni del Papa erano assai poco rivoluzionarie: da Papa bono finirà a scrivere il Sillabo e emanare il non expedit).

Richard Yates e l’America degli anni Cinquanta – Un tentativo di indagine

di Marco Mantello

Limitiamoci alla piccola borghesia universale, per favore, lasciamo da parte i poveracci, i clandestini e i pazzi. E ripetiamolo tutti insieme, con convinzione: non è vero che  quando si muore si muore soli.
Se non sei un barbone dickensiano sotto i ponti di Buniago di Maserà, o un vedovo di settant’anni chiuso in casa col telecomando, è molto difficile andarsene senza avere della gente intorno, delle opinioni, finanche azioni od omissioni dirette a gestire in modo più o meno cooperativo il come e il quando morirai.
I reparti di rianimazione degli ospedali sono luoghi affollatissimi.
Nella casa del malato terminale c’è sempre qualcuno, fosse anche solo un’infermiera, una moglie o una colf. Gente che tace, che ha qualcosa da eseguire, gente in visita, amici, preti e animali domestici.

Dietro le quinte di Superzelda

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Il 26 marzo 1920 Francis Scott Fitzgerald pubblicava il suo primo romanzo, «Di qua dal paradiso». Noi oggi ricordiamo Fitzgerald (e la sua musa e moglie e amante: Zelda) in tre diversi modi. Pubblicando un’intervista inedita in Italia, in cui Scott e Zelda parlano vicendevolmente l’uno dell’altra, e per la quale ringraziamo Tiziana Lo Porto, la mamma di Superzelda che l’ha scovata e l’ha tradotta appositamente per noi. 
Mettendo on line le prime pagine di «Di qua dal paradiso» nella nuova traduzione di Veronica Raimo. Con infine il resoconto del dietro le quinte di «Superzelda», attraverso il quale Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta raccontano come hanno realizzato la loro graphic novel.

Nazifascismo: «Non è male…»

veneziano

Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell’isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L’articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

Novum Mundum appellare licet

amerigo

Sul «Venerdì di Repubblica» è uscita questa recensione di Matteo Nucci all’ultimo libro di Stefan Zweig, «Amerigo», la biografia di Amerigo Vespucci, in Italia per molti anni introvabile e ora pubblicato da Elliot. 

Accadde esattamente cinquecento anni fa. Era il 22 aprile. “Una bara seguita da poca gente è portata al camposanto di una chiesa di Siviglia. Non si tratta di un funerale imponente e pomposo, non è il funerale di un ricco o di un nobile. Un funzionario qualunque del re è condotto all’ultima dimora, un certo Despuchy o Vespuche. Nella città straniera nessuno sospetta che si tratti dello stesso uomo che ha dato il nome alla quarta parte del mondo, e gli storiografi e i cronisti non dedicano una parola a questo trascurabile decesso”. Bisogna aspettare più di quattrocento anni perché qualcuno sappia restituire a quel decesso il suo ruolo, il suo posto nello svolgersi della storia e nell’intrecciarsi delle coincidenze, degli errori, delle fatalità. E certo non basta un cronista e neppure uno storiografo. Solo uno scrittore di razza, uno scrittore appassionato di biografie e con una propensione tutta sua a compiacersi di temi come destino, gloria, fallimento, dimenticanza, mediocrità. Ecco Stefan Zweig, allora, e il suo ultimo libro, in Italia per molti anni introvabile: Amerigo (Elliot).

New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade

rivolta

Nei giorni scorsi minima&moralia (con analisi sull’opera di Jennifer Egan, Michel Houellebecq, Roberto Bolaño, Don DeLillo, e David Shields) è entrata nel dibattito su Nuovo Realismo e Postmoderno che a fine marzo sarà al centro di un convegno a Bonn domandandosi se questa contrapposizione non debba considerarsi già superata nei fatti. Il dibattito ha destato interesse e ha suscitato diverse risposte e tentativi di rilancio, e di questo vi ringraziamo. In particolare ringraziamo Girolamo De Michele per questo pezzo, con il quale – ci sembra – la posta venga ulteriormente alzata.

di Girolamo De Michele

Confesso di aver seguito con un certo distacco, e anche un po’ di fastidio, il nascere del “Nuovo Realismo”, del cui testo fondante molte cose non mi convincevano, e continuano a non convincermi. Del resto, non essendo mai stato “post-modern”, non mi convinceva neanche l’eventuale difesa del bersaglio polemico.

Il terzo antispecismo.
Stato dell’arte e proposta teorica

albatros

Qualche settimana fa l’intervista al filosofo Ferndando Savater, pubblicata da Matteo Nucci, ha innescato una discussione incredibilmente sferzante e appassionata nei commenti in calce al pezzo, che ha visto contrapporsi due schieramenti allo stesso modo agguerriti e militanti nel web, gli specisti e gli antispecisti. È seguito un secondo pezzo, pubblicato questa volta dalla redazione, evidentemente di parte e forse troppo retorico, che aveva l’intento di riportare il dibattito nel giusto binario del confronto civile e costruttivo. E tuttavia abbiamo ottenuto l’effetto contrario, anche e soprattutto perché non cambiava il punto di vista. Per questo abbiamo chiesto a Leonardo Caffo, studioso accademico di questi argomenti, di spiegarci che cos’è l’antispecismo e di ragionare in sua difesa.

New Realism vs Postmodern.
DeLillo, Houellebecq, Egan, Bolaño: quattro modi per uscire dall’impasse

anna

A Bonn, dal 26 al 28 marzo, si terrà un convegno internazionale intitolato “New realism”, organizzato da Maurizio Ferraris con Markus Gabriel e Petar Bojanić. Al convegno parteciperanno tra gli altri Paul Boghossian, Umberto Eco, John Searle. Convitato di pietra: Gianni Vattimo.
Qui potete trovare il pezzo con cui Ferraris introduceva lo scorso agosto, su “Repubblica”, le ragioni del convegno. Si tratterebbe, in definitiva, di contrapporre l’idea di un Nuovo realismo al Postmoderno: “il ritorno del realismo non è una semplice questione accademica italiana, è un movimento filosofico ormai in corso da decenni. La filosofia, e la vita, hanno fame di realtà, dopo decenni in cui si è ripetuto che non ci sono fatti, solo interpretazioni, che non c’è differenza tra realtà e finzione”, dice Ferraris a Left Avvenimenti.
Postmoderno, Nuovo realismo. Sicuri che la contrapposizione sia proprio questa? A noi sembra che negli ultimi anni ci siano stati degli scrittori che, nella pratica di almeno uno dei loro libri – e in modo molto antiaccademico – abbiano in parte risolto alcuni dei problemi che in via teorica si cercheranno di sbrogliare a Bonn. Roberto Bolaño, Don DeLillo, Michel Houellebecq, Jennifer Egan, per esempio, sono alcuni di questi.

Meglio non leggere

citati

Riproponiamo qui, con alcune glosse a cura di Christian Raimo, un editoriale di qualche giorno fa uscito sul Corriere della Sera.

di Pietro Citati [che potremmo definire la firma del giornalismo culturale più prestigiosa in Italia, oggi in forze al Corriere, dopo anni di collaborazioni a Repubblica, interrotti forse per questo motivo]

Credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant’anni. [Sarebbe interessante capire quale sia la convinzione che porti Citati a scrivere quest’affermazione. Per alcuni critici come Girolamo De Michele o Antonio Pascale che si sono occupati del “citatismo”, la sua cifra precisa è quella di rimpiangere un’età perduta (assolutamente preclusa al lettore) in cui le cose andavano molto meglio e quindi se le cose vanno male oggi un po’ evidentemente e anche colpa del lettore)] La generazione letteraria che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970 è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli.