W.G. Sebald. L’Europa tra bellezza e macerie

3015699855_bf67bc6ee1_o

Dal nostro archivio, un approfondimento di Giancarlo Liviano D’Arcangelo su W.G. Sebald apparso su minima&moralia l’11 luglio 2012.

Esiste davvero un modo di sentire comune a tutti gli europei? Esiste davvero un sostrato emozionale, o culturale, che sia realmente diffuso in Europa come alfabeto collettivo e che sia valido erga omnes, come un diritto costituzionale? Forse.

Proclamarsi amletici, anzi intrepidi amletici, appare talvolta l’unico modo di avvicinarsi alla saggezza. È tuttavia ossessione irrinunciabile per molti intellettuali cimentarsi nell’angusta impresa di burocratizzare il caos. Ordinare, incanalare, architettare, dominare, collegare, coniugare, schedare, filtrare ogni fluido depurandolo delle impurità e infine imbottigliare, inventariare collezioni private spacciandole per miscellanee integrali, universali, definitive. E ancora.

The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi

syd barrett

Dal nostro archivio, un approfondimento di Carlo Mazza Galanti su Rosso Floyd di Michele Mari apparso su minima&moralia il 23 aprile 2010.

«Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza affrettarci a salutarli come trionfatori».

È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul Corriere della sera del 9 agosto del 2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà.

L’ultimo giorno di Firmin

malcom lowry sotto il vulcano

Pochi scrittori come l’inglese Malcom Lowry sanno raccontare il primordiale senso di colpa che accompagna i destini dell’umanità. Più vicino a Conrad e a Melville che a Dostoevskij, l’autore di Sotto il vulcano trasforma l’autobiografico console Geoffey Firmin in un capro espiatorio dell’angoscia metafisica. Lo sfrenato narcisismo di quest’uomo ironico e appassionato, lucido anche nelle nebbie del delirio alcolico, è un retaggio romantico approdato agli esperimenti del romanzo moderno. E il Modernismo letterario di matrice anglosassone, situato fra il 1910 e il 1930 – suo massimo vertice l’Ulisse di Joyce – è la culla in cui matura la narrativa di Lowry, quasi tutta tradotta in italiano fin dal racconto «Elefante e Colosseo» (presentazione di Emilio Tadini, Quaderni milanesi n.1, autunno 1960).

Austen, Texas

jane austen

Pubblichiamo un pezzo di Gloria Baldoni apparso su inutile, ringraziando l’autrice e la rivista.

di Gloria Baldoni

Winchester, 18 luglio 1817: probabilmente stroncata da una malattia del sistema endocrino chiamata morbo di Addison (ma alcuni suggeriscono un ben più romanzesco avvelenamento da arsenico), muore Jane Austen. Dietro di sé lascia sei romanzi, tutti pubblicati anonimamente, frammenti e opere giovanili in quantità, nessun marito, uno stuolo di nipoti, un carteggio chilometrico che la prudente sorella Cassandra si preoccupa per buona parte di dare alle fiamme, e un’eredità tutta da costruire.

Lo stato del fumetto italiano – intervista a Bagnarelli, Fior, Gipi, Dr.Pira, Ratigher, Tota.

ior

Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo. Il mercato italiano del fumetto è oggi il quarto al mondo e cresce del 37% annuo, secondo le stime più recenti dell’AIE, per un valore (secondo una stima indipendente di Matteo Stefanelli dell’Università Cattolica di Milano) di circa 200 milioni di euro. Un dato tanto più significativo […]

Marc Augé: narrare la realtà in un mondo «senza finalità»

jose-martin-651

Pubblichiamo un intervento tratto dal numero 78 di Nuovi Argomenti, dedicato alla non-fiction e intitolato Lezioni di vero.

di Mauro Francesco Minervino

A proposito di scritture ibride, di non fiction, che cosa fa un antropologo? «Scrive», dato che scrivere è, indispensabilmente, «la prova di essere stati (là)», parola di Clifford Geertz, nel suo L’antropologo come autore (1990). L’antropologo è però un autore atipico. Ha smesso l’impacciato armamentario di servizio dello studioso sul campo e il lessico disinfettato dei taccuini; oggi testimonia la perdita di predittività delle scienze umane e smonta dal di dentro le argomentazioni presuntamente oggettive e non falsificabili dell’antropologia classica.

Food and the city

spitafields

Questo pezzo è uscito su L’espresso, che ringraziamo. (Fonte immagine: wikimedia commons).

Non è solo lo shopping a farci scoprire cosa tiene in vita la città. Sui marciapiedi del centro in cerca di gadget e souvenir, ci viene un vuoto allo stomaco, una vertigine, deve essere perché siamo per strada, camminiamo, e fa troppo freddo, o troppo caldo, c’è gente dappertutto, la confusione, il rumore. Ci accorgiamo che si è inanellata una fila di bar e caffè, una catena indistinta pop e superlusso di pret-à-manger, pizze e kebab, ristoranti ingentiliti da piantine di rosmarino provenzale, pasticcerie viennesi con nuove poltroncine déco e fette giganti di torte già tagliate, Philippe Starcklounge-bar sempre più neri sempre più dorati.

Lyndon, la newsletter di minima&moralia

lyndon

Da domani gli iscritti alla nostra newsletter riceveranno una mail settimanale.

Una selezione di articoli su un tema di volta in volta diverso, usciti su minima&moralia dal primo giorno di programmazione.

Cinico mai più — Seconda Parte

pietrogiordano

Pubblichiamo la seconda parte del saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Qui la prima parte.

Lettera di dimissioni

Il secondo e ultimo decennio di Cinico Tv è scandito da una serie di deflagrazioni. Nel 1998 Totò che visse due volte – la storia di Paletta rinchiuso in un’edicola votiva, di Fefè brucato dai topi e di un Messia coprolalico – comincia ricominciando, vivendo due volte, collocando cioè nel suo incipit quello di Lo zio di Brooklyn di tre anni prima, l’impassibile ablazione dell’occhio – una vera e propria resa (nel senso tanto di arrendersi quanto di restituire) dello sguardo – che riprende e radicalizza il Buñuel tagliente di Un chien andalou; se nel regista spagnolo l’atto del vedere è definito dalla lama-nuvola-lesione che reseca l’occhio, in Ciprì e Maresco a venire deposto è un pezzo intero di sguardo, così introducendo a una visione del mondo sempre parziale e mancante («Unica certezza la bruma»). Nel 1999 Enzo, domani a Palermo e, nel 2000, Arruso, compongono un dittico – sull’abolizione del senso e di qualsiasi possibilità di speranza – che, per essenzialità e capacità di saturazione, ha in sé qualcosa di epocale (e che vale da ratifica dell’umiliazione come struttura portante del presente).

Nel 2003 Il ritorno di Cagliostro racconta la storia di illusione e frustrazione di due sconfitti, i Fratelli La Marca, dei quali, reificati nel monumento di se stessi, «nessuno seppe più niente» (e anche in Cagliostro, incastonata nel film, o meglio in un altro film nel film, torna ancora, quietamente ossessiva, l’ablazione dell’occhio, a ribadire un presupposto elementare che è manifesto, promessa, minaccia: «Lasciate almeno un occhio, o voi che entrate in questa visione»), mentre nel 2004 Come inguaiammo il cinema italiano, nel ricostruire la pluridecennale collaborazione e infine la separazione di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, si fa leggere anche come presagio di ciò che da lì a poco accadrà proprio a Ciprì e Maresco.

Americana/10: Philipp Meyer

philipp meyer

E così siamo  giunti all’ultima puntata  per la rubrica di Luca Briasco: in queste settimane ci ha raccontato i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea (minimum fax). Qui le puntate precedenti.

Philipp Meyer, Il figlio

Nato nel 1974, dunque poco più che quarantenne, Philipp Meyer è senza ombra di dubbio uno degli esponenti più credibili e rappresentativi della generazione di autori che, raccogliendo il testimone dei Vollmann, dei Foster Wallace e dei Franzen, sta tentando di aprire nuove strade per la narrativa statunitense. Dopo l’impressionante esordio di Ruggine americana, nel quale aveva saputo tratteggiare, con tinte vicine al miglior noir e profonda empatia, il ritratto di una generazione devastata dalla deindustrializzazione e dall’impoverimento materiale e morale che ne consegue, con il suo secondo romanzo, Il figlio – pubblicato come il predecessore da Einaudi e tradotto con perfetta aderenza da Cristiana Mennella –, Meyer è approdato alla grande saga famigliare, tra storia ed epica. E ha ulteriormente consolidato il successo di critica e di pubblico che era arriso alla sua prima prova, arrivando tra i finalisti del Premio Pulitzer e richiamando, come prevedibile, l’interesse di Hollywood, che lo ha chiamato a sceneggiare Il figlio e a farne una serie televisiva in dieci puntate, ormai in post-produzione e programmata per il prossimo aprile.