Pronto soccorso per speleologi narrativi: terza parte di un viaggio da Damanhur

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata, qui la seconda.

 

11.

Quattrocento milioni di anni fa viveva sul nostro pianeta una classe di molluschi chiamata ammoniti; privi di endoscheletro, questi flaccidi, innocui esserini abitavano le profondità dei mari trovando protezione nelle circonvoluzione delle loro conchiglie, simili, nell’aspetto, ai gusci delle lumache. Estinti nel Cretaceo, duecentocinquanta milioni di anni dopo pare non abbiano lasciato discendenti diretti.

Fra terra e cielo: la storia della cupola di Brunelleschi

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Photo by Rebekah Rabon on Unsplash

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

FIRENZE. “Fu Baccio d’Agnolo l’architetto di questo palazzo” dice Sergio Givone mentre m’invita a entrare. “Ho scoperto la sua storia vivendo qui. Baccio fu il primo caso di artista che di fronte al fallimento si uccide. Prima, l’architetto medievale era al servizio dell’opera. Poi tutto cambia. Lo definirono pazzo per queste finestre così grandi  in cui il rapporto luce – parete veniva sovvertito. Oggi però lo ringraziamo. Michelangelo lo distrusse con il disprezzo verso la sua opera a completamento del tamburo della cupola del Brunelleschi. La definì “una gabbia per grilli” e Baccio non poté sopportarlo”.

Pronto soccorso per speleologi narrativi: seconda parte di un viaggio da Damanhur

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Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata.

6.

Se prima di venire qui non avessi dato un’occhiata al sito internet della Fondazione, e alle pagine di Wikipedia relative, difficilmente avrei ricavato qualche informazione utile. Tanto per cominciare: la selfica. Si tratta della disciplina che sta alla base degli insegnamenti professati dal fondatore di Damanhur. Secondo Falco Tarassaco il nostro pianeta è attraversato da una rete di linee sincroniche in grado di mettere in contatto tutti quei pianeti popolati da forme di vita intelligenti.

Nell’ultima stanza di Bacon e Dyer

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Anche i capolavori tornano sul luogo del delitto. Il trittico In memory of George Dyer, che Francis Bacon dedicò al suo modello e amante appena deceduto, ci ha messo quasi mezzo secolo per farlo, ma alla fine ha rivisto Parigi, la città in cui fu concepito. L’occasione è stata un prestito della Fondazione Beyeler di Basilea, la proprietaria dell’opera, al Centre Pompidou affinché il quadro venisse esposto nella mostra Bacon en toutes lettres che si è conclusa di recente. Bacon nel tempo ritrasse decine di volte il suo compagno in modo ossessivo, a nessun altro rivolse tanta attenzione, ma questo dipinto lo fece a memoria, come s’intuisce dal titolo.

L’omaggio postumo fu eseguito a caldo in un momento cruciale della parabola umana e artistica del pittore dublinese e della loro vita di coppia, poco dopo il suicidio di Dyer avvenuto alla vigilia dell’inaugurazione al Grand Palais di una mostra interamente dedicata a Bacon. Era l’ottobre del 1971. L’occasione era storica, un onore in precedenza riservato solo a un altro artista vivente: Picasso. Bacon e Dyer giunsero nella capitale francese qualche giorno prima. Presero alloggio in una suite dell’hotel des Saints-Pères, situato nell’omonima strada del quartiere latino. Lui era venuto per seguire personalmente l’allestimento dei quadri, ma volle occuparsene da solo. Era molto nervoso, cambiava idea di continuo, come se non fosse mai soddisfatto delle proprie scelte. Un riconoscimento di quella portata equivaleva a un Nobel, ma lo esaltava e atterriva allo stesso tempo, perché sapeva bene che “l’umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo”.

In memoria di Marc Rothko, cinquant’anni dopo

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L’incantevole mattina del febbraio 1970 in cui Marc Rothko si uccise, dopo una terribile depressione che minava da tempo la sua voglia di vivere, New York si era svegliata con una temperatura finalmente mite, come un annuncio dell’imminente primavera. Oliver Steindecker, il giovane assistente di Rothko che ne aveva scoperto per primo il corpo nel suo studio sulla 69esima, rincasando lungo la Broadway notò che i cartelloni pubblicitari di Times Square avevano cambiato marca di sigarette, e il fatto lo rattristò come se l’incessante e vasto universo cominciasse già ad allontanarsi da lui, e quel mutamento fosse solo il primo d’una serie infinita.

Eppure tutto era cominciato molto in sordina ai primi del secolo, nella remota Dvinsk, una piccola città della Russia zarista (oggi in Lettonia) ai margini di ogni discorso culturale e artistico. Appartenendo alla comunità ebraica del posto, bersaglio di pogrom sempre più brutali e frequenti, Jacob Rothkovski, il padre di Marc, decise di emigrare a Portland alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per raggiungere due suoi fratelli che gestivano un’avviata fabbrica di indumenti.

Ritratti di New York. Ricordando Jason Polan

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo. Jason Polan è mancato il 27 gennaio scorso.

Uno dopo l’altro li sta disegnando tutti. All’inizio del 2008 l’artista e illustratore Jason Polan si è dato una missione: disegnare tutte le persone che incontra a New York. I suoi sono ritratti veloci, fatti in metropolitana o dentro i musei, di gente famosa e gente qualunque. Piccoli disegni che restituiscono al meglio il compromesso tra la riconoscibilità della persona disegnata e il tratto autoriale di Polan.

Parlar figurato: santi che muoiono male e altre figure retoriche

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di Valentina Manganaro

Non esiste la versione definitiva di Google. Scrivere è riscrivere. Il tutto vale anche per colossi della letteratura come l’Orlando Furioso: nel febbraio di 499 anni fa vedeva la luce la sua seconda versione. Per meglio dire, edizione. Nemmeno l’ultima, a essere sinceri: quella che ha traumatizzato me, per esempio, è la numero tre; quella che si studia nelle scuole e nelle università.

«Vorrei proporle un gioco, visto che studia Storia dell’arte. Le va?»

Primo anno della Triennale, sede d’esame di Letteratura italiana: a questa domanda, una studentessa (la sottoscritta) sentì confermati tutti gli incubi che l’ansia pre-esame potesse congetturare.

Pronto soccorso per speleologi narrativi. Un reportage da Damanhur, il tempio sotterraneo più grande del mondo

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Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Francesco Gallo: nei prossimi giorni seguiranno le altre due.

1.

Accade mentre la Strada Provinciale 460, simile alla cicatrice sulla schiena di un gigante, percorre il territorio della Val Chiusella. Il tramonto dell’ultimo scorcio di marzo si squaglia sopra le creste asimmetriche delle Alpi Occidentali attraverso il finestrino impolverato dell’autobus. Gonfi rilievi collinari, colpiti dalle interferenze delle morene, tentano di variare il ritmo di un paesaggio fin troppo monotono: lunghi filari di alberi spelacchiati; cartelli autostradali prima verdi poi bianchi poi blu, quindi di nuovo verdi di nuovo bianchi di nuovo blu; centinaia di abitazioni con il giardino il balcone le serrande, le tegole coibentate: ogni elemento scorre rapidissimo, radiografato dall’andamento sinusoidale dei cavi elettrici che si ergono a bordo strada. Impossibile mettere in discussione quest’impressione di fissità. La meraviglia, purtroppo: la sto già perdendo.

Le relazioni preziose: fotografare lo scorrere del tempo con Barry Lyndon

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Chiara Tartagni Le relazioni preziose, uscito per Jimenez, ringraziando editore e autrice.

di Chiara Tartagni

“Non appena ebbi letto Barry Lyndon ne rimasi molto impressionato. Amavo la vicenda e i personaggi, e mi parve possibile fare la trasposizione dal romanzo al film senza distruggerlo. Ed esso offriva inoltre l’opportunità di fare una delle cose che il cinema può realizzare meglio di qualunque altra forma d’arte, presentare cioè una vicenda a sfondo storico” ha raccontato Kubrick.

Inoltre, il film è la trasposizione di un romanzo ambientato nel Settecento, scritto nell’Ottocento, con un dispositivo che ha trovato la propria fortuna nel Novecento. Questo trattamento della materia prima, che allontana il racconto dall’influenza del proprio autore, rende il film molto più vicino al diciottesimo secolo. Come abbiamo visto con Tom Jones, il romanzo moderno nacque proprio nella spavalda Inghilterra di Hogarth e del potere borghese.

Charlotte Sometimes (Su “Vita? O teatro?” di Charlotte Salomon)

8 settembre 1943. In Italia è l’armistizio di Cassibile, è l’inizio della Resistenza – a Roma le giornate di Porta San Paolo. In Francia la Costa Azzurra passa sotto il controllo della Gestapo. Non che prima si stesse sereni. A malapena ci si affacciava per strada, per paura di controlli e retate. Eppure Charlotte Salomon si era potuta addirittura sposare, pochi mesi prima. In quelle settimane nel suo ultimo rifugio a Villefranche sur Mer, vicino Nizza, Charlotte provava una strana intensità di vita.

Era rimasta incinta di un uomo, anch’egli ospite di una mecenate americana – Ottilie Moore – che protesse a lungo la sua famiglia, schermando il passo alla sua emigrazione forzata nel Nuovo Mondo, che tanti intrapresero in quegli anni dopo che la Francia fu invasa e divenne collaborazionista, passando per quelle contrade (Hannah Arendt ci riuscì, Nicola Chiaromonte pure, Walter Benjamin no). Charlotte rimase – aveva un lavoro di scrittura che la teneva occupata.