Charlotte Sometimes (Su “Vita? O teatro?” di Charlotte Salomon)

8 settembre 1943. In Italia è l’armistizio di Cassibile, è l’inizio della Resistenza – a Roma le giornate di Porta San Paolo. In Francia la Costa Azzurra passa sotto il controllo della Gestapo. Non che prima si stesse sereni. A malapena ci si affacciava per strada, per paura di controlli e retate. Eppure Charlotte Salomon si era potuta addirittura sposare, pochi mesi prima. In quelle settimane nel suo ultimo rifugio a Villefranche sur Mer, vicino Nizza, Charlotte provava una strana intensità di vita.

Era rimasta incinta di un uomo, anch’egli ospite di una mecenate americana – Ottilie Moore – che protesse a lungo la sua famiglia, schermando il passo alla sua emigrazione forzata nel Nuovo Mondo, che tanti intrapresero in quegli anni dopo che la Francia fu invasa e divenne collaborazionista, passando per quelle contrade (Hannah Arendt ci riuscì, Nicola Chiaromonte pure, Walter Benjamin no). Charlotte rimase – aveva un lavoro di scrittura che la teneva occupata.

Philppe Parreno: un panorama sospeso

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di Leonardo Merlini

La dodicesima edizione del festival Lo schermo dell’arte di Firenze, uno degli appuntamenti imperdibili per chi si interessa al modo in cui gli artisti di oggi pensano e utilizzano le immagini in movimento, si è aperta con la prima italiana di No More Reality Whereabouts, un nuovo progetto filmico dell’artista francese Philippe Parreno, che nasce dalla riproposizione di varie sue opere precedenti, rimontate insieme per creare una narrazione unica.

Narrazione che prende senso, come lavoro organico, grazie alla presenza sul palco del cinema La Compagnia, storica sede del festival, di un burattinaio indonesiano, chiamato a essere, fisicamente, con una vera e propria performance orale, colui che offre il quadro complessivo, colui che svela i fili che muovono l’idea della storia e i suoi personaggi, che poi nei fatti sono i film precedenti di Parreno, alcuni assolutamente memorabili, come Marilyn del 2012 oppure Invisible Boy del 2010.

Endimione, o dell’osservare dormienti

di Simone di Biasio

Nel maggio del 1819 Antonio Canova è a Roma, vive in via delle Colonnette e ha già scolpito opere destinate a renderlo immortale: “Amore e Psiche” e la “Maddalena penitente”, su tutte. Il Duca di Devonshire William Cavendish gli ordina una scultura, ma non predilige alcun soggetto specifico: piena libertà espressiva. La leggenda vuole che, nella sua casa studio, Canova amasse far entrare ospiti soprattutto al calar del sole, quando per accendere il bianco dei marmi bastava la fiammella di una candela, che anzi esaltava le linee, le forme, le curve, in quel contrasto di poca luce scolpita nel grande buio.

Le storie silenziose che non conosciamo

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In un casolare della campagna toscana un gruppo di trentenni promuove un progetto di accoglienza basato sul teatro. Si tratta delle Officine Cavane, un processo progettuale che vede coinvolti la compagnia teatrale Tra i Binari APS e la Cooperativa Sociale La Pietra d’angolo a San Miniato, in provincia di Pisa. A Maggio 2018 apre il […]

“La mafia non è più quella di una volta”: intervista a Franco Maresco

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Questa intervista è uscita in forma ridotta su La Repubblica, che ringraziamo di Emiliano Morreale Mentre fervevano i preparativi per la premiazione della Mostra di Venezia, dove il suo La mafia non è più quella di una volta ha vinto il premio speciale della giuria, Franco Maresco, rimasto a Palermo, ha staccato il telefono ed […]

Trappole dell’acting

Pino Pascali, Pulcinella (1965)

Questo testo è stato pubblicato su “Artribune” come parte di una serie di articoli dedicata al tema della likeability intesa come l’atteggiamento, ormai universalmente diffuso, in base al quale non dico semplicemente ciò che penso ma lo sottopongo a un vaglio preventivo, e quindi dico e faccio piuttosto ciò che immagino gli altri si aspettino […]

Arte contemporanea, se questo è un canone. Un tentativo di fare ordine: ma serve davvero?

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di Leonardo Merlini

Secondo la Treccani il canone è un “elenco di opere o autori proposti come norma, come modello”. Un’operazione, quella della definizione di tale canone, che ha probabilmente a che fare con il desiderio filosofico di dare un ordine al mondo oppure con l’esigenza primordiale (e religiosa) di assegnare un nome alle cose. Al tempo stesso, questo bisogno di definire concorre inevitabilmente anche a restringere il campo, qualcuno potrebbe dire, senza troppo scandalo, a ridurre la libertà; serve a offrire un’interpretazione pubblica a questioni che potrebbero altrimenti essere pericolose, dirompenti per il potere o il pensiero dominante. Norma e modello, per l’appunto.

Storia di un’illuminazione

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“Non ricordo quando fu ma certo a Roma, alla galleria Barberini, stavo analizzando un Andrea del Sarto, quello che si dice analizzare, ed ecco che mi sono accorto. Non chiedermi che te lo spieghi. Me ne sono accorto, ho visto chiaramente (e non tutto il quadro, solo un piccolo particolare, una figurina lungo un sentiero). Mi sono venute le lacrime agli occhi, ecco tutto”.

A pag. 499 dell’edizione tascabile di Rayuela (Einaudi) c’è questo passo di Julio Cortázar che parla dell’illuminazione. L’argentino racconta, per bocca del personaggio Etienne, uno degli amici del Club del Serpente, un episodio della sua vita che culminò con una folgorazione istantanea, qualcosa che non è spiegabile né trasmissibile a parole, ma che all’improvviso ti fa vedere le cose chiaramente, arrivando addirittura a commuoverti, perché una vera illuminazione può sfociare solo nel silenzio o nel pianto.

“La forma delle cose” di Fabrizio Bellomo per La Chimera

1_Fabrizio Bellomo, La forma delle cose, residenza-laboratorio presso La Chimera scuola d'arte contemporanea per bambini, ExFadda, S. Vito dei Normanni (BR), 10-15 giugno 2019

Da lunedì 10 a sabato 15 giugno si è svolto presso il laboratorio urbano “Ex Fadda” di S. Vito dei Normanni (BR) la prima residenza artistica del 2019 – dopo quella svolta lo scorso anno da Roxy in the Box – della scuola d’arte contemporanea per bambini La Chimera, legata al bando “Funder35” che l’associazione […]

Elisa Sighicelli, la potenza di una tempesta mai accaduta

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di Leonardo Merlini

“Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso. Nulla era cambiato, ma man mano che l’occhio lo guardava da più vicino, quello che di norma sembrava l’unico mondo possibile diventava un mondo tra tanti, e il suo significato instabile, collocabile ovunque, anche se solo per un attimo”.

Non è, ovviamente, indispensabile amare Ben Lerner alla follia per avvicinarsi al lavoro di Elisa Sighicelli, però avere somatizzato alcuni passaggi del suo straordinario romanzo Nel mondo a venire, da cui è tratta la citazione, aiuta. Perché ci offre quel taglio nel velo apparente dell’unicità del reale – un taglio che somiglia a quello di Lucio Fontana, con la differenza che grazie a Lerner si può anche guardare al di là dello squarcio – che è forse il primo passo realmente necessario per lasciare che le fotografie di Sighicelli si prendano lo spazio che meritano.