La vita sulle montagne russe di Bruno Giordano

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Due cose s’imparavano per le strade di Roma negli anni Cinquanta e Sessanta mentre il boom economico preparava l’escalation della globalizzazione che tutto avrebbe portato via. La prima era il rispetto della parola data. C’era qualcosa di sacro nella parola, nella stretta di mano, nella promessa silenziosa. Qualcosa che se la rompevi erano guai, guai innanzitutto davanti a se stessi. La seconda erano i debiti da saldare. Debiti morali, in primo luogo. La fiducia accordata quando nessun altro credeva in noi. Il credito umano ricevuto accennando un grazie a mezza bocca, un grazie inutile perché quello che importa si vede poi con i fatti e puoi anche dimenticare, puoi fingere di non aver ricevuto nulla, e allora peggio per te, perché dentro di te c’è qualcuno che sa il debito che non stai ripagando.

Johan Cruijff e la reinvenzione dello spazio

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Johan Cruijff sapeva accendere la fantasia come pochissimi altri. Ogni suo movimento con il pallone, che Nureyev associava alla danza, era totale e produceva un’eco di emozioni che non si è spenta. Esiste un riconoscimento costante per il gioco dell’Ajax forgiato da Rinus Michels, cuore e anima del Calcio Totale, per una civiltà calcistica avanzata che ha sedotto il mondo, segnando non solo la storia dei Paesi Bassi con il vero fine della bellezza.

Non conta soltanto vincere, ma soprattutto come lo si fa. «Correvano e si passavano la palla in un modo insolito, seducente, scorrevano attraverso il campo seguendo traiettorie ricercate, intricate, ipnotiche», scrive David Winner nel bel saggio Brilliant Orange (minimum fax, 362 pagine, 18 euro, traduzione a cura di Fabio Deotto), che è pure un’anatomia della nazione olandese capace del coraggio e dell’ingegno di attrezzarsi per vivere anche sotto al livello del mare.

«Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno», diceva Alfredo Di Stefano, la Saeta rubia madridista, a proposito di Cruijff. Lui in un decennio stravolse il calcio olandese, che all’inizio degli anni Sessanta era ancora del tutto amatoriale, grezzo dal punto di vista tattico. Cruijff, all’epoca poco più che un ragazzino con i capelli lunghi, smilzo ma dall’energia incredibile, velocissimo, è stato l’avanguardia, l’icona di una rivoluzione culturale, politica e sociale che trasformò una piccola nazione puritana, austera e calvinista.

Quel genio di Sòcrates

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Dal nostro archivio, un pezzo di Gabriele Santoro apparso su minima&moralia il 16 maggio 2014.

Ai dirigenti del Botafogo, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».

Non dire gatto. Vita di Giovanni Trapattoni

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. È meno scontata di quanto ci si possa aspettare, l’autobiografia del Trap (Non dire gatto. La mia vita sempre in campo, tra calci e fischi, Rizzoli, 297 pagg., 18 euro). Sì, certo, di primo acchito sembra la solita lunga carrellata di partite e risultati raccontati a volte […]

Guardiola e Mourinho, i duellanti

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Come da tradizione, il campionato inglese disputerà quest’oggi un intero turno di campionato nel giorno del Boxing Day. Di seguito un’intervista a Paolo Condò sul suo libro I Duellanti, protagonisti Pep Guardiola e José Mourinho, attualmente allenatori di Manchester City e Manchester United. Il pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Gabriel Feraud e Armand D’Hubert danno di spada in una sfida diventata leggendaria per il cinema, I Duellanti, il primo lungometraggio di Ridley Scott. José Mourinho, portoghese, e Pep Guardiola, spagnolo, o meglio catalano, non usano lame, ma l’ossessione celata dietro il loro rincorrersi ricorda davvero quella portata in scena da Harvey Keitel e Keith Carradine.
Mou e Pep, lontanissimi per stile ma uniti da un carisma debordante, si sono incrociati negli ultimi dieci anni sedendo su diverse panchine, battagliando attraverso l’Europa come due paladini. Paolo Condò, opinionista di Sky, firma storica della Gazzetta dello sport, si è addentrato nel fitto di questo duello, soffermandosi su pochi giorni nella primavera del 2011, quando i due sono rispettivamente sulle panchine di Real Madrid e Barcelona.

Nel libro scrivi che Guardiola è un fabbricante di universi. Cosa c’è di speciale nel suo modo di intendere il calcio?

Nella mia carriera ho incontrato diversi tecnici che attuano il loro calcio in senso pragmatico o secondo canoni estetici, e ho scelto Mourinho e Guardiola come simboli universali di queste visioni. Guardiola è un costruttore di squadre che vogliono vincere in una maniera molto precisa, mentre Mourinho vuole vincere e basta; Guardiola discende dalla scuola olandese-catalana, da quel maestro che è stato Cruijff. Non si accontenta dei tre punti: vuole che arrivino in una certa maniera.

La rivoluzione arancione di Johan Cruyff

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

Lebowski vs Star Wars 1-0: quando il calcio riparte dal basso

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(foto di Ilaria Festa)

Domenica 20 dicembre 2015, Campo Sportivo Comunale di San Donnino a Campi Bisenzio (Firenze). È tutto grigio, tanto il cielo carico di pioggia quanto le maglie striate di nero dei calciatori stanchi che a fine partita si radunano sotto la tribunetta della curva Moana Pozzi a ricambiare l’applauso omaggiatogli da un manipolo di tifosi di casa, nonostante il risultato finale a reti bianche. Tutto normale, finché non compaiono due striscioni che come lampi squarciano le nuvole plumbee: “Han Solo muore” e poco più sotto “Lo uccide il figlio”, firmati URL (Ultimi Rimasti Lebowski).

L’ultimo attesissimo episodio di Guerre stellariIl risveglio della Forza, appena uscito nei cinema italiani – sputtanato così sugli spalti di un campo di periferia durante una partita di Prima categoria tra Centro Storico Lebowski e Club Sportivo Firenze. I primi a subire l’effetto dello spoiler sono i giocatori stessi: chi si rotola per terra dalle risate chi si dispera perché non ha ancora visto il film. Ma non solo, sulla pagina Facebook della squadra viene immediatamente postata una foto con tanto di didascalia inequivocabile “No al Cinema, Sì allo Spoiler”, ed è subito scompiglio.

Il calcio di Agostino Di Bartolomei

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La mattina del 30 maggio 1994 il calcio italiano perdeva uno dei suoi protagonisti migliori, Agostino Di Bartolomei, ex giocatore di Roma (di cui fu capitano) e Milan. Lo ricordiamo con la prefazione di Gianni Mura al suo Manuale del Calcio edito da Fandango e curato dal figlio di Agostino, Luca (le illustrazioni, presenti nel volume, sono di Davide Reviati).

Oggi che essere serio è quasi una tara, oggi che molti calciatori hanno più tatuaggi che idee, oggi che Luca Di Bartolomei mi manda le bozze del libro che ridà voce a suo padre, oggi mi arriva addosso una grande nostalgia (che mi tengo) con qualche pensiero che non mi tengo, e scrivo.

Sul desiderio del figlio di ridare, dopo tanti anni, voce al padre, non mi esprimo. Uno psicologo potrebbe farlo molto meglio di me. O qualcuno che abbia, tanto per citare Gadda, una cognizione del dolore profonda e comunque condivisa. Vorrei parlare della serietà nel calcio. Agostino Di Bartolomei era un calciatore serio, un vero professionista, e una persona seria. Non era isolato, ma in minoranza.

Marc Augé e il football come fenomeno religioso

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Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea

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Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.