I Villani: il Sapere nelle mani raccontato da Don Pasta

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di Chiara Babuin

Continua ad essere proiettata, meritatamente e in varie città, la prima opera filmica di Don Pasta: I Villani, dopo il passaggio a Venezia 75.

Ma troppo è il rispetto per il tema trattato, per firmare la pellicola con il nome d’arte, da personaggio. Don Pasta fa dunque cadere la maschera – pur sempre onesta e umanamente godibile – di cuoco-dj e si presenta “solo” come persona: Daniele de Michele. Perchè è di persone che questo film parla.

I Villani, etimologicamente, sono gli abitanti della villa, ovvero di un appezzamento terriero, al di fuori del castello e del borgo, cioè in aperta campagna. I villani sono dunque i contadini, coloro che quella “villa” la lavorano.

Il cinema è una magia collettiva: Corto Dorico in scena ad Ancona

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di Valerio Cuccaroni

Ogni anno organizzare Corto Dorico, a dispetto del nome, è una impresa lunga e difficile, che ci impegna per mesi, oltre i nostri orari d’ufficio, durante le ferie, di sera e di notte. Nessuno di noi ci lavora a tempo pieno, perché per lo più siamo volontari e attivisti dell’associazione organizzatrice, Nie Wiem: questo ci affatica molto, ci spreme fino allo stremo, imponendoci uno sforzo che ci costringe ad  andare aldilà di noi stessi, oltre i nostri limiti caratteriali e in alcuni casi anche fisici, obbligandoci a cooperare, dividerci il lavoro, mettendoci in discussione, come individui e come organizzazione, per ritrovarci uniti nell’impresa comune.

Ciao Bernardo. Bertolucci racconta la sua magnifica ossessione

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Ricordiamo Bernardo Bertolucci con un’intervista raccolta da Chiara Nano per il volume Capitani Coraggiosi – Produttori Italiani 1945-1975, curato da Stefano Della Casa e uscito per Biennale Venezia Mondadori Electa nel 2003.

(fonte immagine)

Era il 2003. Incontrai Bernardo Bertolucci per la prima volta quell’anno in occasione dell’intervista qui sotto, che realizzai in forma di monologo. Fu uomo generosissimo, subito. Osservatore attento, mi sentivo scrutata a fondo. Una sensibilità ed una curiosità elevatissime che raramente mi capita d’incontrare. Lo andai a trovare nella sua casa altre due volte, nel 2007 e 2008. Quando mi ripresentai non avevo più solo la penna, ma la telecamera. Qualche anno dopo, la sua macchina da presa venne inconsapevolmente a visitare gli esterni della mia casa per il set di “Io e te”, un dolly divenuto poi la scena finale del suo ultimo film. Quella volta lo salutai con un certo imbarazzo, per quell’intimità forzata permessa solo al cinema. Dopo, incontri solo casuali –  ma quei primi tre e quel dolly finale sono stati un magnifico regalo. Grazie Bernardo.

Private Life: dieci anni dopo La famiglia Savage, il nuovo film di Tamara Jenkins su Netflix

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Vedere un film di Tamara Jenkins è anche un modo per sentirsi a casa. Tutto scorre via lieve nella sua narrazione, nei suoi personaggi, eppure tutto si deposita, perché ogni cosa possiede un peso specifico che solo una bilancia di precisione potrebbe stimare.

È una questione di equilibrio, di tatto, e di attenzione per i dettagli. È una questione di misura tra l’ironia e la complessità delle situazioni. Ed è per via di una scrittura sensibile e di una visione limpida, perlopiù invisibile, che La famiglia Savage (2007) è un film inappuntabile, un capolavoro del cinema indipendente americano degli anni Zero.

Due fratelli, Laura Linney e Philip Seymour Hoffman, si riavvicinano per prendersi cura del padre affetto da demenza senile. L’anziano Leonard, sballottato tra l’Arizona e Buffalo, che «si esprime con la merda» ci fa tenerezza, ci spinge alla compassione. Eppure, nel partecipare al sostegno che Wendy e Jon offrono al padre nei suoi ultimi mesi di vita, percepiamo, senza averne mai tracce visive o riferimenti espliciti, quanto quest’uomo in passato possa esser stato stronzo.

Vivere a New York, oggi: il racconto di Ana Asensio in “Most Beautiful Island”

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Opera prima e piccolo gioiello del cinema indipendente internazionale,  il lungometraggio Most Beautiful Island diretto dall’attrice, sceneggiatrice e regista spagnola Ana Asensio, è uscito l’estate scorsa per per Exit Media. Presentato al Torino Film Festival e al Festival di Cinema Spagnolo di Roma e vincitore del Premio speciale della Giuria all’ultimo SXSW di Austin, il film è un thriller semiautobiografico ambientato oggi a Manhattan (l’isola più bella del titolo).

Professione: cinereporter. Intervista a Luciano Tovoli

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Quest’oggi, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, si terrà un incontro (ore 19.30, al MAXXI) tra i direttori della fotografia Luciano Tovoli e Arnaldo Catinari. Di seguito un’intervista a Tovoli, uscita su Mucchio qualche tempo fa.

di Alessio Palma e Rosario Sparti

Non solo cinematographer ma anche regista, Luciano Tovoli, in compagnia di Giuseppe Rotunno e Vittorio Storaro, è stato tra i primi a rappresentare un modello “colto” di direttore della fotografia. Collaboratore di Barbet Schroeder a Hollywood, ha illuminato i set dei più grandi registi italiani, passando con disinvoltura da un registro naturalistico a uno spericolato uso del colore. Quanto mai affabile, senza privarsi di una pungente ironia che svela la sua origine toscana, ci ha accolto con calore nella sua casa a Ladispoli per raccontarci il suo lavoro.

Su Venezia 75, a partire da Vox Lux di Brady Corbet

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Eccentrico, moralista, frammentario, irrisolto, hanno detto alcuni. Arrogante, debordante, frastornante, raffazzonato, hanno scritto altri. La stampa presente al Festival di Venezia 2018 ha accolto con giudizi severi Vox Lux, l’opera seconda di Brady Corbet con Natalie Portman.

Concorreva per il Leone nell’Official Competition. Le aspettative, del resto, erano molto alte. Poco conosciuto come attore (ha lavorato tra gli altri con Araki, Assayas, Haneke e Von Trier), Corbet si è imposto all’attenzione internazionale da regista con The Childhood of a Leader — L’infanzia di un capo, presentato nell’Orizzonti veneziana di due anni fa. Gli elogi, allora, furono pressoché unanimi. Vinse il Leone del futuro, un premio assegnato ogni anno alla migliore opera prima presentata in una delle selezioni ufficiali o parallele. Inoltre, la giuria, presieduta da Jonathan Demme, lo premiò per la regia.

Alla voce Ulisse

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di Massimo Palma

La terra dentro Roma pullula d’invisibili. Creature notturne di un’umanità inafferrabile, in molti non parlano la nostra lingua e ufficialmente sono non persone, dette tali semplicemente perché sono sconosciute al diritto. Dormono sotto i ponti e i cavalcavia, in tende, loculi e capanne di cartone. Sono in centinaia dal calar del sole a gravitare attorno alle nostre stazioni. Per loro ritrovarsi la notte vuol dire suggerirsi a vicenda, prima dell’alba, che qualcosa si è, che qualcuno di simile a te ti riconosce. Certo, al sorgere del sole di quel riconoscimento resta solo la traccia di un sogno. Bisogna sparire, perché di giorno il mostro là fuori – l’umanità civile – ti disconosce.

Sulla mia pelle. La morte di Stefano Cucchi

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di Federica De Paolis

È la storia nota – ma di cui molti forse non conoscono i dettagli – dell’inquietante morte di Stefano Cucchi. L’arco narrativo è quello di una settimana. Dal giorno dell’arresto al giorno del decesso. Sette giorni, in cui il ragazzo viene portato in carcere con venti grammi di Hashish e due di cocaina: è un ex tossicodipendente uscito dalla comunità di San Patrignano.

Alla caserma dei carabinieri Cucchi, non è preoccupato mentre il maresciallo lo interroga, reagisce solo quando gli dicono che andranno a casa, per una perquisizione.

Sfacciatamente famoso. Un documentario su Jean-Michel Basquiat

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Dentro un appartamento di downtown a New York si legge la scritta “Boom for Real”, in nero su una parete grigia, riconoscibile dai caratteri come uno dei famosi pezzi a firma SAMO con cui dal 1978 al 198o gli artisti Jean-Michel Basquiat e Al Diaz ridisegnarono pareti e mura di downtown a New York (SAMO stava per same old shit). Basquiat è in piedi davanti alla scritta, sorride. “‘Boom for real’ significa diventare sfacciatamente famosi”, spiega al telefono la regista Sara Driver, che ha scelto Boom for Real: The Late Teenage Years of Jean-Michel Basquiat come titolo del documentario con cui racconta gli anni adolescenti dello sfacciatamente famoso artista americano.