Zombie al cinema: cosa racconta “Go Home – A casa loro”

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Emiliano Rubbi è un produttore discografico (ricordiamo tra i tanti Piotta, Brusco, Andrea Ra, il Muro del Canto),  un sound engineer,un cantante ecompositore (con i Mata Hari e i Lemmings).

Eppure, per decine di migliaia di persone, per ben altri motivi la voce di Rubbi è un punto di riferimento quotidiano, intendendo il termine in due accezioni: nel senso letterale, essendo uno degli opinionisti e speaker più apprezzati della storica emittente romana Radio Rock; nel senso figurato, essendo forse il più preciso e appassionato debunker della propaganda salviniana, da lui ogni giorno decostruita sulla sua pagina Facebook, con ammirevole pazienza (soprattutto nei confronti delle migliaia di commenti benaltristi e offensivi, tutti uguali, di centinaia di troll).

Le anafore

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di Marco Mantello Ti amo perché tu sai montare gomme e cucine Ikea riempire agende come la mia di date libere come le stelle ti amo perché non hai controllo alcuno sulle vacanze estive e sulle nomine rai Ti amo perché curi la tua pelle con il cadavere di un deodorante bio Ti amo perché […]

Vita, Virginia e Orlando. Osservazioni su Vita e Virginia di Chanya Button

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Ci sono volte in cui penso a Mrs Dalloway e l’unica cosa che mi appare alla mente è l’immagine di Meryl Streep, sciarpa color pastello al collo, che cammina radiosa per le vie di Londra con un mazzo di fiori sotto al braccio. Altre volte, quando penso invece a Orlando, vedo solo Tilda Swinton che solleva la gonna ingombrante del vestito e si affretta nervosa per gli stretti corridoi di un giardino-labirinto.

Lungi dal prendere anche solo in considerazione l’ipotesi di mettere in relazione romanzi e film – questi due romanzi e le loro mutazioni –,  è innegabile che esistano casi fortuiti di trasposizione (o traduzione) cinematografica in cui i personaggi finzionali trovano una tale e totale incarnazione nella attrici o attori che li mettono in scena da far esplodere il limite tra pagina e schermo e far pensare che i corpi che vediamo siano proprio quelli dei personaggi che abbiamo immaginato. I professionisti del settore parleranno di buon casting, io preferisco pensare più misticamente ad una fortuita risonanza estetico-emotiva.

L’onda nera della Jugoslavia: conversazione con Karpo Godina

Litany of Happy People 3

di Rosario Sparti

Leggi ex Jugoslavia, pensi alla ricerca di un’identità unica e originale. Fieramente indipendente. Proprio come la Black Wave, il movimento cinematografico che durante gli anni ’60 e ’70 sconvolse l’Est Europa con la sua carica di trasgressione e libertà. Del resto, dopo la separazione di Tito dall’Unione Sovietica nel 1948, era sotto gli occhi di tutti il cambiamento radicale inseguito dalla cultura jugoslava: “l’Onda Nera” rispose all’ottimismo e al trionfo degli eroi realisti socialisti con i suoi cinici antieroi, e la retorica del dopoguerra finì per cedere il passo alla cupezza e al sarcasmo.

In nessun luogo questa trasformazione si rese più evidente che nei film della “più pessimistica delle nouvelle vague europee” secondo Sergio Grmek Germani: opere caratterizzate da narrazioni sconnesse, umorismo caustico, severa critica sociale e dosi massicce di sessualità esplicita. Uno spostamento progressivo del piacere cinematografico esplorato da voci giovani e spesso sovversive, basti pensare ai registi Dušan Makavejev, Želimir Žilnik, Aleksandar Petrović e Žika Pavlović,senza dimenticare una figura meno celebrata ma centrale come Aleksandar Pektović, lo “sguardo” del movimento.

La memoria non ha nome. Su “Ricordi?” di Valerio Mieli

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Viviamo in un’orgia retorica di memoria a comando, con giorni dedicati e qualche ipocrisia. In questa pappa indistinta, Ricordi?, il film di Valerio Mieli – che al netto di traversie produttive, di altri film iniziati e non portati a termine, è solo l’opera seconda, a dieci anni da Dieci inverni, che pure convinse e si portò a casa un David di Donatello – è un balsamo, ma è anche la cura per un problema annoso come quello dell’ingiunzione a ricordare. Già il punto di domanda, l’espressione delicata di incertezza che il titolo sceglie, è un punto che va indagato.

Scrivere di cinema: The Mule

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di Tommaso Drudi

Mettendo da parte i discorsi antropologici e sociologici del caso, è davvero possibile guardare a “Il corriere – The mule” mantenendo a debita distanza i frammenti metalinguistici che rincorrono il divismo del suo autore? Si può parlare seriamente dell’ultimo lavoro di Eastwood senza considerare ciò che Eastwood è stato per il cinema?

Il dibattito è aperto e la discussione si perderebbe senz’altro in mille rivoli, ma più che un tuffo escapistico nella cinefilia del passato, nella quale le serie tv e i film moderni sembrano essersi definitivamente immersi, forse è importante lanciare uno sguardo al rapporto tra singola opera e percorso artistico di cui essa è il temporaneo atto conclusivo.

Scrivere di cinema: Benvenuti a Marwen

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di Alessandro Castellino

Mark Hogancamp è un artista e fotografo che, in seguito alla perdita quasi totale della memoria, dovuta a un pestaggio di natura omofoba (Mark aveva confessato la sua abitudine a vestirsi da donna) subito da un gruppo di neo-fascisti, inscena nel giardino di casa sua vicende fittizie, ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Qui, Mark ha infatti costruito un microcosmo parallelo alla realtà, nel quale il Capitano Hogie (suo alter ego in questo “mondo delle bambole”) combatte le forze naziste in un villaggio belga, traviato da una seduttiva strega ma affiancato da cinque fidate amiche, anch’esse rappresentazioni di persone reali (in questo caso, le ragazze che lo hanno aiutato nel percorso di riabilitazione, dopo il linciaggio). Nicol (rigorosamente “senza e alla fine del nome”) , capelli rosso fuoco e sistematicamente scarpe coi tacchi ai piedi, trasferitasi recentemente di fronte a Mark, provocherà un forte terremoto emotivo in entrambi i mondi

“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

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Questo articolo è uscito su “Il Sole 24 Ore”, che ringraziamo. di Gianluigi Simonetti È proprio vero: per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Sconnessa perché dis-connessa, letteralmente scollegata dal flusso delle informazioni digitali; ma anche perché disunita, o meglio unita solo in […]

Suspiria di Guadagnino: non un horror ma un saggio sul male

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Confesso che, fin dall’inizio, avevo nutrito una forte perplessità sull’idea di Suspiria diretto da Luca Guadagnino.

Che senso poteva avere un’operazione (in un’epoca di reboot, remake, cover, ologrammi di cantanti morti, edizioni deluxe) rifare il film concettualmente più irripetibile di Dario Argento (per mera questione tecnica, visto la scelta magistrale del Technicolor di Luciano Tovoli), unicum estetico non solo nel cinema italiano o nel genere horror ma della storia cinematografica tout court?

Una visione di Bohemian Rapsody

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Freak sensuale e diabolico, infantile e spietato.

Dentoni da cartoon e sguardo da fauno assassino, trangugiatore postmoderno dei fratelli Marx e del melodramma, del metrosexual Rodolfo Valentino, e della sua distorsione parodica.

Straniero sempre, soprattutto a se stesso, dall’adolescenza da Little Richard zoroastriano di Zanzibar, alla metamorfosi in elfo di Kensigton dalle orecchie puntute, evocato da chissà quale druido.

Per assurgere poi a Regina baffuta e incoronata, mantello lucente e pantaloni da olimpionico, al cospetto di masse adoranti.