Isle of Dogs, vivere nel nuovo film di Wes Anderson

(From L-R): Edward Norton as “Rex,” Jeff Goldblum as “Duke,” Bill Murray as “Boss,” Bob Balaban as “King” and Bryan Cranston as "Chief" in the film ISLE OF DOGS. Photo Courtesy of Fox Searchlight Pictures. © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

di Giorgio Biferali

Aveva ragione Niccolò Contessa, sarebbe bello vivere in un film di Wes Anderson. Due bambini organizzano una fuga d’amore scrivendosi lettere; un tennista affermato lancia via la racchetta, si siede per terra, si toglie le scarpe e manda all’aria una finale, perché si è accorto che la sua sorellastra, di cui lui è innamorato, è seduta in tribuna accanto al suo nuovo compagno; tre fratelli fanno un viaggio in treno a un anno dalla scomparsa del padre, sperando di ritrovare la propria madre, nascosta chissà dove; sopra una nave, una donna legge ad alta voce un romanzo in sei volumi al bambino che c’è dentro di lei; una volpe e altri animali scavano un tunnel sottoterra per fuggire da tre imprenditori che gli danno la caccia, e alla fine sbucano in un supermercato.

Combattimento al cinema – Intervista a Nanni Cobretti de “i 400 Calci”

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“Ho aperto un blog perché pensavo che sarebbe stato uno sfogo di un mese”, racconta Nanni Cobretti parlando dei 400 Calci, pagina web dedicata all’horror e al cinema d’azione. “Una di quelle cose semi-situazioniste che partono fortissimo, fanno scena per un po’ e poi si spengono”. Invece di sparire nel nulla, dal 2009 a oggi il blog non solo si è affermato come punto di riferimento per gli appassionati del genere, ma ha anche fornito alla critica e al comune spettatore un’infinità di nuovi spunti per riflettere sul cinema. È ancora sensata la distinzione tra film di serie A e serie B? È possibile un giudizio oggettivo sul valore di una pellicola? Esiste un cinema di puro intrattenimento, ed è lecito sminuirlo solo per le sue finalità? Nanni Cobretti e gli altri autori dei 400 Calci sembrano rispondere già coi loro nomi d’arte, che mescolano senza troppi riguardi cultura pop e cinema d’essai: Stanlio Kubrick, George Rohmer, Cicciolina Wertmüller… Anche la loro scrittura ha un’anima duplice, e accosta una competenza da accademici a uno stile leggero dai tratti autobiografici, incurante di ogni formalità, talvolta ostentatamente comico.

Scene dalla mia vita: Liv Ullmann

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Una scogliera filmata in bianco e nero, le rocce piatte e scabre, sullo sfondo un frammento di mare grigio. Dal limite basso dell’inquadratura compare una donna, indossa un lupetto e una giacca impermeabile: ci guarda, solleva una macchina fotografica, fissa nell’oculare del mirino, scatta, impercettibilmente ci sorride, si volta e si allontana verso la costa caliginosa.

È una scena brevissima di Persona, il film con cui nel 1966 Ingmar Bergman ridefinisce la grammatica della narrazione per immagini, eppure, forse proprio per questa sua fugacità, quel lampo di fotogrammi è uno dei modi in cui il volto di Liv Ullmann – il suo sguardo perentorio e disarmato – si è fatto cinematograficamente indimenticabile.

1965. Una nota su Jackson Frank e la parola “Outsider”

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Una riflessione sulla figura retorica dell`Outsider e sulla vita e la musica di Jackson Frank

Scrivere di cinema: Chiamami col tuo nome

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di Lorenzo Ciofani

Sui titoli di testa, immagini di reperti archeologici. In una parentesi di grazia, il professore fa vedere ad Oliver, lo studente americano accolto in casa per motivi di studio, diapositive di sculture greche appena riapparse dal passato. Ai suoi occhi, il motivo per cui il ragazzo ne rimanga incantato non è indecifrabile: in quelle statue ci sono l’armonia e la sinuosità di Prassitele, uno dei maestri della classicità.

L’America di Ebbing, Missouri

Swing and a Diss: Mildred (Frances McDormand) and Willoughby (Woody Harrelson) discuss Mildred's Burma-Shave-inspired quest for justice in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

di Simone Bachechi (Questo pezzo contiene spoiler.)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è film dalle atmosfere coeniane, i cineasti che hanno diretto la (bravissima) Frances McDormand in opere come Fargo, dove la stessa interpreta il ruolo dello sceriffo.

Ma qui, è lei a chiedere giustizia. Perché in questo film dallo humour nero, tra i favoriti nella corsa agli Oscar, firmato da Martin McDonagh, la protagonista Mildred (Frances McDormand, appunto), interpreta una madre divorata dai sensi di colpa, alla quale è stata brutalmente uccisa la figlia.

Scrivere di cinema: “L’ora più buia”

darkesthour

di Alice De Luca
Kazuhiro Tsuji e Gary Oldman costruiscono un Churchill ossimorico. Il primo, allievo di Rick Baker, colui per cui l’ Academy nel 1982 ha dovuto introdurre una categoria per premiare il trucco, si occupa di disegnare il passare degli anni sul volto dello statista. Le rughe e il capo quasi calvo testimoniano il tempo trascorso soltanto per vivere quel momento cui la sua intera esistenza sembrava essere destinata.

Fabrizio De André – Principe libero: Una nota degli sceneggiatori

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Fabrizio De André – Principe libero sarà nelle sale di trecento cinema italiani il 23 e 24 gennaio; quindi verrà trasmesso da RaiUno il 13 e 14 febbraio. Di seguito pubblichiamo una nota degli sceneggiatori della miniserie, Giordano Meacci e Francesca Serafini, che ringraziamo.

di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Nel novembre del 1992, dopo aver letto un nostro studio linguistico delle sue canzoni, Fabrizio De André decide d’incontrarci. E nella circostanza, per renderla definitivamente memorabile, accetta anche di regalarci una sua testimonianza da pubblicare nel libro (La lingua cantata) in cui poi sarebbe confluito il nostro saggio universitario. In quel contesto, Fabrizio ci raccontò di come le persone incontrate nella realtà, rielaborate in base alle sue esigenze artistiche, nelle canzoni diventavano personaggi: “Una memoria che mi arrivava già distorta quindi, proprio come la volevo, altrimenti mi sarebbe servita tutt’al più per la stesura di un articolo di cronaca”.

Scrivere di cinema: “The Square”

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di Mariangela Carbone

«Il quadrato è un santuario di fiducia e amore, al cui interno abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri». Così recita la targa dell’opera The Square, un quadrato dal perimetro illuminato, tracciato sul pavimento di fronte all’ingresso del Museo di arte contemporanea di Stoccolma. Partendo dal racconto delle vicende private del curatore del museo, l’affascinante quarantenne Christian, nel suo ultimo lavoro intitolato, appunto, The Square, il regista Ruben Östlund sembra interessato a parlare proprio di fiducia ed altruismo e di rapporti tra esseri umani.

Un’interpretazione di Synecdoche, New York

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di F. Fred Palakon; a cura di Mauro Maraschi

PREMESSA di M.M.

Quella che state per leggere non è una recensione di Synecdoche, New York, prima regia di Charlie Kaufman, già sceneggiatore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, ma una delle possibili interpretazioni di un film “complesso”. L’autore si firma “F. Fred Palakon” (come un personaggio di Glamorama di B. E. Ellis), non è un critico né esprime un giudizio di valore: l’unico intento della sua analisi è quello di dimostrare una tesi attraverso una minuziosa ricerca di prove all’interno del testo cinematografico. Si tratta di una pratica tipica del fandom investigativo, quel comparto di fan che tende a creare “paratesti” non ufficiali quali video, fanfiction, pagine wiki dedicate e, appunto, lunghe analisi come quella che segue.