Tatiana Melchiorri

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di Marco Mantello Il 12 febbraio del 1984.C’è un negozio dietro largo Argentina si chiama La chiave. Era un sabato e Giordi cercava un orecchino bianco per la sua ragazza. Quel giorno stava in motorino con Biagio, un suo compagno di classe e andavano a velocità normale. Biagio era biondo, alto, sul modo di pensare  […]

Pratiche della fraternità. A proposito del film Il mangiatore di pietre di Nicola Bellucci

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di Baldassarre Caporali

Il titolo del film di Nicola Bellucci, Il mangiatore di pietre, si svela soltanto alla fine, e allude ad un rituale di coraggio dei passeurs, ma la pietra fa di più, poiché dà forma e colore ad un paesaggio aspro, avverso, resistente alle aspirazioni e all’immaginazione dell’umanità che si avvita in esso, stordita e prigioniera. Il sole non brilla mai, e neppure rischiara; la luce diurna imbarca quella notturna ed i passaggi cruciali della storia avvengono di notte. Gli interni sono ruvidamente ascetici, così da rendere nude le parole che vi si scambiano, mentre quelle parole, a volte importanti, che rompono il silenzio delle montagne, sono avvolte in una luce crepuscolare.

Scrivere di cinema: Aladdin

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di Giuseppe Fadda

La domanda che sorge spontanea prima di andare a vedere Aladdin è la stessa che ci siamo posti per ciascuno dei remake in live-action realizzati dalla Disney negli ultimi anni ed è la stessa che ci porremo di fronte ai prossimi: qual è la ragione d’essere di questo film? C’è qualcosa che questa versione può aggiungere rispetto a quella precedente? C’è un reale progetto ideologico dietro a questa produzione oppure si tratta solo di un discutibile tentativo di attrarre, oltre ai bambini, gli spettatori nostalgici? Fino a questo momento, film diversi hanno provocato risposte diverse.

Scrivere di cinema: “Il grande spirito “

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di Giovanni Chessari

Renato, auto-ribattezzatosi “Cervo Nero” e convinto di essere un indiano Sioux, vive di sogni ed espedienti nel lurido solaio di un condominio di periferia; qui si troverà ad offrire un nascondiglio sicuro a Tonino detto “Barboncino”, ladruncolo di serie zeta in fuga col malloppo sottratto ai compagni di rapina, che adesso lo inseguono in cerca di vendetta. Sullo sfondo si staglia infelicemente grandioso l’impianto dell’Ilva, fumante e imbattibile mostro d’acciaio.

Scrivere di cinema: La Llorona

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di Giuseppe Fadda

In tempi recenti si è parlato molto spesso di rinascita del genere horror, forse impropriamente dal momento che l’horror non ha mai smesso di offrire film stilisticamente ricchi e tematicamente complessi. Ma sicuramente si può dire che il genere, negli ultimi anni, abbia sfornato alcuni prodotti particolarmente significativi: un esempio è The Babadook di Jennifer Kent, in cui la storia dell’orrore cela una profonda riflessione sul dolore e sulla perdita; un altro è Hereditarydi Ari Aster, in cui l’elemento paranormale non è che una metafora per il trauma e per la sua capacità di disintegrare una famiglia; ed è impossibile non citare i film di Jordan Peele, Get Out e Noi, in cui l’horror diventa uno strumento per muovere una feroce critica al razzismo e al classismo che permeano la società americana.

«Hiroshima mon amour è Faulkner più Stravinskij», 60 anni dopo

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di Rossella Farnese

Rohmer: Saremo tutti d’accordo, credo, se comincio dicendo che Hiroshima è un film di cui si può dire di tutto.

Godard: E allora cominciamo dicendo che si tratta di letteratura.

Kast: I rapporti tra cinema e letteratura sono, a dir poco, ambigui e travagliati. La sola cosa che si può affermare è che i letterati nutrono un confuso disprezzo nei confronti del cinema […] La singolarità di Hiroshima è che l’incontro tra Alain Resnais e Marguerite Duras costituisce un’eccezione alla regola.

Godard: Quel che subito colpisce in questo film è che non sembra avere nessun riferimento cinematografico. Possiamo dire che Hiroshima è Faulkner più Stravinskij, ma non possiamo dire che è questo più quel cineasta.

Dopo la proiezione di Hiroshima mon amour al Festival di Cannes 1959, la redazione dei Cahiers du cinéma organizza una tavola rotonda – che aprirà il numero del luglio 1959 (n.97) – cui prendono parte il caporedattore Eric Rohmer, Jacques Rivette, Pierre Kast, Jacques Doniol-Valcroze, Jean-Luc Godard e Jean Domarchi.

Guardare Avengers: Endgame in un cinema di provincia

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Sono ormai convinto da molto tempo che non esistano nord e sud né differenze tra città e provincia, e che tutto si giochi, nel mondo contemporaneo, nella dialettica tra centro e periferia. Che peraltro sono due categorie mobili: adesso io sono la periferia e tu il centro, un attimo dopo è vero il contrario e […]

L`ultimo tifoso del Palermo

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di Marco Mantello Cara Maria Carmela, verlobt, in einer Beziehung, non so se ti ricordi di me quando andavamo a scuola o al mare sono l’ultimo tifoso del Palermo il ragazzo col megafono sono quello che taglia i capelli e al cliente gli dice sta’ fermo sono essenzialmente afono ma ho il dovere morale di […]

Zombie al cinema: cosa racconta “Go Home – A casa loro”

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Emiliano Rubbi è un produttore discografico (ricordiamo tra i tanti Piotta, Brusco, Andrea Ra, il Muro del Canto),  un sound engineer,un cantante ecompositore (con i Mata Hari e i Lemmings).

Eppure, per decine di migliaia di persone, per ben altri motivi la voce di Rubbi è un punto di riferimento quotidiano, intendendo il termine in due accezioni: nel senso letterale, essendo uno degli opinionisti e speaker più apprezzati della storica emittente romana Radio Rock; nel senso figurato, essendo forse il più preciso e appassionato debunker della propaganda salviniana, da lui ogni giorno decostruita sulla sua pagina Facebook, con ammirevole pazienza (soprattutto nei confronti delle migliaia di commenti benaltristi e offensivi, tutti uguali, di centinaia di troll).

Le anafore

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di Marco Mantello Ti amo perché tu sai montare gomme e cucine Ikea riempire agende come la mia di date libere come le stelle ti amo perché non hai controllo alcuno sulle vacanze estive e sulle nomine rai Ti amo perché curi la tua pelle con il cadavere di un deodorante bio Ti amo perché […]