Di cinema, luce e fotografia. Intervista a Luca Bigazzi

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Rosario Sparti intervista Luca Bigazzi, direttore della fotografia di Paolo Sorrentino e di alcuni dei film più celebri del cinema italiano. Questa intervista è uscita, in forma ridotta, sul Mucchio.

di Rosario Sparti

Sette David di Donatello e 6 Nastri d’Argento vinti in carriera, alter ego fotografico prima di Silvio Soldini, poi di Gianni Amelio e oggi di Paolo Sorrentino, Luca Bigazzi non ha bisogno di presentazioni: è semplicemente il direttore della fotografia più rilevante del cinema italiano contemporaneo.

Cinico mai più — Prima Parte

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Pubblichiamo la prima parte di un saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Proprio pochi giorni fa è scomparso uno dei volti più simbolici del programma, Pietro Giordano, morto a 69 anni nella sua abitazione di Palermo.

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Italy Is Burning è un progetto musicale che nasce nel 2007. A idearlo è il dj lombardo Mario Fargetta. Su una base house, una voce sintetica pronuncia una sequenza di frasi. Ogni frase descrive abitudini, usi, costumi, consumi di una determinata comunità cittadina, soprattutto o soltanto composta da adolescenti. Per esempio: «Vivo a Bologna, Studio al Dams, Vivo vicino alle due torri, Abito appena fuori Porta Mascarella, Compro le bici in via Zamboni»; oppure, in Firenze Is Burning: «Vo a psicologia alla Torretta, Fo la ragazza immagine, Mi garba la Ducati Monster, Prima andavo al Mood, ora vado all’ex Mood, Andavo al Cabiria di piazza Santo Spirito, ora vado al Pop Cafè di piazza Santo Spirito»; e ancora, in Roma Is Burning: «’sto disco spigne una cifra, No, al mucca assassina no, è un posto de froci, Carlo Verdone me fa troppo sdraia’, Mangio i panini dallo Zozzone de corso Francia, La Tedesca se dovrebbe fa un po’ i cazzi sua, Roma de notte è da paura».

Ogni frammento di Italy Is Burning contribuisce a dare forma a un repertorio di situazioni tipiche e ricorrenti, tic, clichés, micro-orizzonti di riferimento più o meno consapevolmente condivisi che, nominati, diventano identitari; qualcosa di simile a quanto accade nei profili Facebook Sei di… se… – Sei di Belluno se…, Sei di Lecce se…, Sei di Frosinone se… –, nei quali a segnare un’appartenenza locale è ancora una volta il succedersi di circostanze riconosciute e riconoscibili che gli stessi utenti contribuiscono a dilatare: un’idea di identità – locale e in un certo senso personale – in forma di catalogo.

La fantalinguistica di Arrival e i viaggi nel tempo

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Chiudiamo una settima in cui abbiamo ospitato diversi pezzi su film in uscita o usciti da poco (qui una recensione di Silence, qui di Paterson) con un articolo su Arrival.

1.

Quando gli alieni sbarcheranno sulla terra, come faremo a comunicare con loro?
La questione preoccupa da decenni tanto gli ufologi quanto gli sceneggiatori e gli scrittori di fantascienza, anche se questi ultimi spesso se la sono cavata con espedienti piuttosto sbrigativi: gli extraterrestri superintelligenti e quindi capaci di assimilare istantaneamente il linguaggio, quelli muniti di misteriosi marchingegni per la traduzione simultanea, quelli che sgomberano il campo da ogni equivoco iniziando a radere al suolo una metropoli dopo l’altra prima ancora di presentarsi (ne I Simpson, sempre puntuali nella parodia dei generi, il fatto che gli alieni parlino da subito un inglese perfetto viene liquidato con una sola battuta: “è un’incredibile coincidenza”).

Scorsese foderato di infanzia: a immagine e somiglianza di Orson Welles

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di Francesco Romeo

Il film si chiama Silence, di Martin Scorsese, e con slittante diabolica prodezza è un film sull’apoteosi dello sguardo. Una anatomia della contemplazione.

La prigione di Padre Sebastiao Rodrigues (uno dei due missionari gesuiti che nel XVII secolo dal Portogallo arrivano fino in Giappone per ritrovare il loro mentore e indagare su presunte persecuzioni contro i cristiani) è un palco teatrale, da cui lui  osserva i contadini che sfilano per calpestare, o no, il volto di Cristo, come sotto minaccia è richiesto dallo shogun (una panoramica laterale per seguire chi viene portato via fa come suonare, pizzicandole svelta, quelle sbarre della prigione, le trasforma silenziosamente nelle corde di un’arca). E in una sequenza precedente era lui, insieme all’altro missionario e amico Padre Francisco Garpe, ad appostarsi per osservare sgomento la tortura di altri cristiani che, immobilizzati su croci, venivano sferzati e poi soffocati dal mare che montava.

Paterson. L’America di Jim Jarmusch

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«It’s a sad and beautiful world» diceva Roberto Benigni in una notte spettrale a New Orleans, dopo aver pescato la frase in un taccuino misterioso. Era il 1986. Ed era, ovviamente, Daunbailò. Trent’anni dopo, quella battuta pronunciata in un inglese stentato sembra racchiudere ancora il senso del cinema di Jim Jarmusch, tornato nelle sale a fine dicembre con Paterson. Tredicesimo lungometraggio per il «regista più lento del mondo», come lo chiama l’amico Aki Kaurismaki, assai più prolifico di lui.

Salutato a Cannes come il vincitore morale del festival, insieme a Elle di Verhoeven (che poi si è rifatto ai Golden Globes), o addirittura come il più bel film di Jarmusch, Paterson è senza dubbio un film concepito in perfetto stile Jarmusch, quasi un manifesto, un compendio della sua poetica, ancora capace di opporsi al mainstream dilagante e di offrire un’immagine dell’America antitetica – perché ibrida, rarefatta, sfrangiata – a quella prodotta a L.A., «la centrale degli zombie».

Mai scuse per la noia. Intervista a Viggo Mortensen

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Rosario Sparti

Viggo Mortensen non è il tipico attore hollywoodiano. Sarà per questo che Matt Ross l’ha scelto per il ruolo di Ben Cash, un padre anarco-primitivista che ha deciso di vivere con la famiglia nel cuore di una foresta, lontano dall’influenza della società consumista. Sguardo malinconico, barba 5 o’clock shadow e maglioncino da scampagnata domenicale, Viggo Mortensen è seduto su un divanetto nel giardino dell’Hotel de Russie. Sembra infreddolito, eppure risponde generosamente alle domande dei giornalisti. Il suono della pioggia autunnale accompagna le sue parole cadenzate, in cui l’inglese talvolta cede il passo a un buon italiano. Lo statunitense è nella Capitale per presentare Captain Fantastic: road movie diretto dall’attore Matt Ross, dove interpreta il ruolo di un padre fuori dagli schemi, un personaggio con cui condivide la fama di irregolare. Nato da madre americana e padre danese, Mortensen ha trascorso l’infanzia in una zona rurale dell’Argentina, dove ha imparato a pescare e cavalcare, dopo il divorzio dei genitori ha lavorato in Danimarca come camionista, fioraio e cameriere, per poi tornare negli Stati Uniti con il desiderio di studiare recitazione. Musicista, editore, pittore, poeta e fotografo, è un uomo che ama sorprendere innanzitutto se stesso, perché, come ha detto qualche tempo fa, “non ci sono scuse per sentirsi annoiati, Tristi, ok. Arrabbiati, va bene. Depressi, sì.  Folli, anche. Ma non ci sono mai scuse per la noia.”

Million Dollar Baby & The Homesman. Quello che si impara dal cinema di Clint Eastwood e Tommy Lee Jones

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«Io sto bene solo quando mi alleno. Voglio un allenatore. Non voglio elemosina né favori. Se sono troppo vecchia allora non mi resta niente», dice Hilary “Maggie Fitzgerald” Swank per convincere Clint Eastwood, l’allenatore Frankie Dunn di Million Dollar Baby, a prenderla sotto la sua ala per farla diventare un pugile professionista.  E poi continua: «Se mi allenerà, diventerò una campionessa».

In una palestra scalcinata di Los Angeles, Frankie accetta per la prima volta nella sua carriera di allenare una ragazza. Maggie Fitzgerald ha 32 anni e una storia difficile: il fratello è in galera, la sorella truffa la previdenza sociale, il padre è morto, la madre è obesa e ostile. Frankie, d’altro canto, è ormai anziano e solo, rassegnato a una vita senza affetti. Il percorso che Frankie e Maggie compiranno insieme in Million Dollar Baby restituirà a entrambi la ragione di esistere.

«So cavalcare, so gestire un gruppo e so sparare. Lo sapete tutti. So cucinare e posso occuparmi di queste donne meglio di chiunque altro». Questa è la dichiarazione che Hilary “Mary Bee Cuddy” Swank rivolge alla sua comunità in The Homesman per persuaderla ad affidarle il compito di scortare tre donne malate di mente oltre la frontiera,  in Iowa, dove Altha Carter (Meryl Streep) potrà dare loro le cure psicologiche e assistenziali di cui hanno bisogno. E aggiunge: «Non ho una famiglia e dei figli come dovrebbe essere, perché vivo insolitamente sola».

Kirk, cinema e realtà

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Un’estate, un ragazzo ebreo va a cercare lavoro negli alberghi vicino al Lake George. Ma nessuno vuole assumere Izzy Demsky. Allora lui bussa all’albergo successivo e si presenta come Don Dempsey. Lo prendono subito. Sul Lake Goerge ci vanno le donne sole in cerca di avventure romantiche. E ogni sera una donna diversa, che non l’ha trovata, chiama il fattorino per farsi portare il ghiaccio in camera… Il ragazzo piace anche alla proprietaria, benché lei detesti gli ebrei. Li riconosce al volo, dice, dal puzzo che li contraddistingue. «Nessun ebreo metterà mai piede in quest’albergo». «Hitler aveva ragione, tutti gli ebrei dovrebbero essere sterminati». L’ultima sera, la donna invita il fattorino in camera per un brindisi, e dopo un paio di bicchieri sono a letto insieme. Lei ansima di piacere, è scossa dai fremiti, ma lui fa in modo che senta bene quando le dice in un orecchio: «Dentro di te hai l’uccello di un ebreo circonciso. Io sono ebreo. Ti stai facendo scopare da un ebreo!».

Vent’anni dopo, a un party, Kirk Douglas vede avvicinarsi John Wayne con due bicchieri in mano. Hanno appena assistito a una proiezione privata di Brama di vivere, il film sulla vita di van Gogh. John Wayne ha l’aria turbata. «Cristo, Kirk! Come fai a interpretare una parte come quella? Un artista suicida! Siamo rimasti in pochi, dannazione. I duri come noi hanno l’obbligo di mantenere quell’immagine per il pubblico». Kirk è sorpreso, ma tenta di difendersi: «Ehi, John, io sono un attore. Mi piace fare parti interessanti. È solo una finzione. Non è reale. Tu non sei veramente John Wayne, lo sai no?».

L’Inghilterra di Jane Austen nell’ultimo film di Whit Stillman

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

All’origine del nuovo film del regista americano Whit Stillman (Metropolitan, The Last Days of Disco) c’è Lady Susan, non il personaggio, ma il romanzo. Uno dei primi di Jane Austen, breve ed epistolare, scritto a fine settecento e pubblicato postumo (del 1871 la prima edizione inglese, del 2015 quella italiana pubblicata da Elliot nel volume Lady Susan e le altre. Romanzi e racconti epistolary, pp. 240, euro 18,50), Lady Susan è stato scelto da Stillman per farne un doppio adattamento: nuovo romanzo e film.

Entrambi sono usciti in Italia con il titolo Amore e inganni (il libro il 17 novembre per Beat Edizioni, nella traduzione di Alessandro Zabini, pagg. 256, euro 13,90, e il film l’1 dicembre distribuito da Academy Two). La storia è ambientata nella campagna inglese e a Londra alla fine del settecento e vede protagonisti Lady Susan Vernon (Kate Beckinsale nel film) e un ristretto circolo di parenti, amici, amanti, spasimanti, conoscenti.

Esorcismi. Intervista a Federica Di Giacomo, regista di “Liberami”

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di Orazio Labbate

Liberami, docufilm della regista Federica Di Giacomo, è stato premiato come migliore pellicola nella sezione Orizzonti, alla 73^ mostra del cinema di Venezia; tratta della questione esorcistica in Sicilia, documentata con riprese dal vivo.

L’opera segue le vicende del famoso esorcista palermitano Padre Cataldo, e dei suoi esorcizzati, nonché del suo gruppo di fedeli. La pellicola fa del Male una grande domanda umana che raccoglie due vie interpretative: nasce da un disagio spirituale enfatizzato, oppure proviene da qualcosa di soprannaturale? Liberami pare partorito da uno dei romanzi di Flannery O’Connor, e sembra, inoltre, ricordare quella sacralità del dubbio fideistico che descrive W. Peter. Blatty ne L’esorcista.

Qual è l’esigenza che ti ha portato a realizzare Liberami?

L’esigenza è basata sul confronto con un rito che ha difficoltà di rappresentazione; l’esorcismo, infatti, non era mai stato rappresentato da un documentario che diventasse racconto. La mia allora è stata una sfida di rappresentazione. L’obiettivo era quello di provare a trasformare simboli – l’esorcismo contiene “entità” come Gesù, Satana ecc – in qualcosa di raccontabile nei suoi lati più umani.