Quello che so di Bernardo Bertolucci

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La Cineteca Nazionale e la Cineteca di Bologna omaggiano Bernardo Bertolucci con le proiezioni nelle sale italiane di Novecento (a partire dal 16 aprile) e Ultimo tango a Parigi (più avanti, a maggio), in versione restaurata. Pubblichiamo la postfazione di Tiziana Lo Porto al libro Cinema la prima volta, una raccolta di interviste a Bertolucci uscita per minimum fax: ringraziamo autrice e editore.

Scrivere di cinema: “Oltre la notte”

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di Bianca Delpiano

Un’esplosione, due vittime, una donna che in quel momento era lontana dal luogo della detonazione; donna che è madre di uno dei cadaveri, che “di umano ormai non hanno nulla” (come le dice la polizia) e moglie dell’altro; donna che si lascia trascinare giù per le vie dell’oblio allucinogeno e affronta inizialmente il lutto con una resa disarmata, incredula, stremata; che poi però afferma con certezza di sapere chi sono gli attentatori, e con la stessa certezza predice che non rimarranno impuniti.

Il filo nascosto tra amore e potere. Sul film di Paul Thomas Anderson

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For the hungry boy, my name is Alma. Per il ragazzo affamato. Il mio nome è Alma.
Comincia così la loro storia. Lui ha fame e lei è Alma, il suo cibo. Per via del suo nome, Alma vuole dire nutrimento. Alma è la cameriera che il grande sarto, il genio della moda Reynolds Woodcock nota mentre inciampa portando un vassoio, una giovane donna che lui crede di poter rivestire della classe che non ha, o semplicemente di una nuova pelle, quella che lui vuole per lei, per come la vede lui, per come la vuole lui.

La prima cosa che fa quando la invita a cena è levarle il rossetto dalle labbra, per vedere, dice, con chi sta parlando. Una richiesta di verità, si direbbe, mentre così inaugura il suo primo atto di potere su di lei. Lei deve essere come la vede, la vuole, lui. Il secondo atto sarà prenderle le misure, dimensioni, centimetri di corpo, il seno che non ha e che rimpolperà come e se lo vorrà lui, quel po’ di pancia che menomale gli piace e quei difetti che solo lui sa come nascondere sotto i suoi vestiti. Lui è il demiurgo, quello che la sa esaltare, che la rende bella agli occhi suoi e del mondo, l’unico che le dà quel che le manca. Lei è la sua creatura, grata, e a suo agio, con la sua vanità, un po’ arrivista e provinciale, ma sincera. Lei sembra subire, sembra assecondarlo, sottomessa, dedicata, geisha dolcissima, pronta a svegliarsi all’alba e stare in piedi all’infinito per soddisfare la fame di lui che insieme ai tessuti le cuce addosso il ruolo di donna rispettosa del suo metro, delle regole di un gioco che conduce da sempre con l’aiuto e la maestria del suo alter ego, Cyril.

“La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro. Una favola politica e d’amore radicale

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La bellezza propria di un’opera d’arte sta in una dote: più la contempli più ne scopri le dimensioni. Questo genere di densità fa di un’opera d’arte un capolavoro.

Per questo sono tornata più volte sulla favola di Guillermo Del Toro, scoprendo alla fine che la storia evocata era profondamente diversa dai precedenti più immediati: La Bella e la Bestia di Cocteau, Il mostro della laguna nera di Jack Arnold. Per non dire, di tutte quelle altre pellicole in cui una creatura più o meno aliena entra in contatto con una creatura umana che, quando è una donna o un bambino, ha il potere di rendere più umano il «mostro».

Scrivere di cinema: “Il filo nascosto”

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Cloto, Lachesi ed Atropo: tre donne collocate al di là del bene e del male, fantomatica incarnazione di una forza che tiene a sé e sintetizza l’arbitrarietà e le casualità mondane, tessendo, svolgendo e recidendo quel filo che si cela nella sorte di ognuno. Lo stesso, sensibilissimo filo color lampone con cui l’immaginario sarto britannico di Paul Thomas Anderson ha intessuto ogni sua maledizione, fino alla ciocca di capelli della madre cucita nella fodera – il suo cuore, metaforicamente – della giacca.

Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema. Un faro a Palermo

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Qualche giorno fa alcuni studenti del Centro di cinematografia di Palermo ci hanno mandato una lettera in cui annunciavano di lasciare la scuola e spiegavano le loro ragioni. L’abbiamo pubblicata frettolosamente senza chiedere alle persone coinvolte una presa di parola. Ci interessava invece che ci fosse un dibattito culturale a partire da quella lettera. Riceviamo oggi una lettera aperta da Alessandro Rossetto, regista ed ex-docente del Centro, che ripubblichiamo.

Centro Sperimentale di Cinematografia. Una replica alla lettera degli studenti

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Qualche giorno fa alcuni studenti del Centro di cinematografia di Palermo ci hanno mandato una lettera in cui annunciavano di lasciare la scuola e spiegavano le loro ragioni. L’abbiamo pubblicata frettolosamente senza chiedere alle persone coinvolte una presa di parola. Ci interessava invece che ci fosse un dibattito culturale a partire da quella lettera. Riceviamo oggi una lettera aperta da Pasquale Scimeca, regista e neodirettore del Centro, che ripubblichiamo.

di Pasquale Scimeca

Ora che è stato chiarito l’equivoco, proverò a dire la mia opinione, con pacata tristezza e sincero rammarico per come sono andate le cose. Permettetemi però una breve introduzione, perché credo sia necessaria.
Il CSC (Centro Sperimentale di Cinematografia) è una delle scuole di cinema più antiche e prestigiose del mondo. (Basti citare – e non me ne vogliano gli altri maestri – tra i suoi docenti Roberto Rossellini, e tra i suoi allievi Gabriel Garcia Marquez).

Selkie (A proposito del mito nordico della donna foca)

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Le Selkie sono creature mitologiche che possono trasformarsi da foche a donne nelle notti di luna piena. Ci sono varie leggende sulle Selkie, alcune narrano che gli umani non si accorgono di vivere con una selkie e si risvegliano la mattina scoprendo che la loro partner è sparita, altre leggende narrano che rubando il manto di una selkie si può trattenerla dal tornare in mare.
(Wikipedia)

Qualcuno è incazzato a Ebbing, Missouri

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C’è una signora incazzata a Ebbing, Missouri. Indossa una tuta da operaio, ha la falcata da cowboy consumato e tira giù una parolaccia ogni tre parole. Mildred Haynes sette mesi prima ha perso sua figlia, una sera non è tornata a casa. L’hanno trovata morta bruciata il giorno dopo. Angela Haynes è stata stuprata e uccisa, o forse, è stata “violentata mentre moriva”, come indica uno dei Tre manifesti a Ebbing, Missouri. E Mildred non può farsene una ragione, deve trovare il colpevole che quella notte ha strappato via sua figlia dalla faccia della terra nel peggiore dei modi.

Scrivere di cinema: “La forma dell’acqua”

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di Leonardo Strano

Tra le molteplici associazioni visive scatenate nelle camere della mente durante e dopo la visione di “La forma dell’acqua” ce n’è una in particolare che si è rivelata agli occhi di chi scrive attraverso l’aspetto di un assunto dalla logica cristallina. Ha a che vedere con l’elasticità dei liquidi: materiali che si deformano facilmente sotto l’azione di una forza e riprendono immediatamente la forma primitiva appena cessa l’azione della forza deformatrice. Morbidi e resilienti tanto quanto la forma dell’acqua e le curve di una storia leggibile come la favola, la parabola di questa verità fisica invalicabile.