Corpi neri menti bianche

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Uno dei libri più belli letti nel 2016, forse il più bello, è stato “Tra me e il mondo”, di Ta -Nehisi Coates. Mi è stato consigliato dopo una chiacchierata su The Birth of a Nation, il film di Nate Parker che racconta la vera storia di Nat Turner, uno schiavo nero, profondo conoscitore della Bibbia e fervente predicatore, che nella Virginia del 1831 guidò una rivolta sanguinosa e nel sangue soffocata.

Scrivere di cinema: Moonlight

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Jacopo Barbero

Il 26 febbraio scorso Moonlight ha vinto tre Oscar, incluso l’ambito premio per il miglior film, la cui consegna è stata però turbata da un erroneo scambio di buste, ormai già passato alla storia. Il regista Barry Jenkins, nei giorni successivi alla cerimonia, ha rivelato una parte del discorso che avrebbe recitato in caso la premiazione si fosse svolta in condizioni regolari: “Io e Tarell Alvin McCraney [l’autore dell’opera teatrale da cui il film è tratto, ndr] siamo questo ragazzo. Siamo Chiron.”

Ugo Tognazzi: il comico fisiologico

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Il 23 marzo 1922 nasceva a Cremona Ugo Tognazzi. Riproponiamo l’estratto da Hollywood sul Tevere. Storie scellerate di Giuseppe Sansonna a lui dedicato, ringraziando autore e editore.

Un giorno non meglio precisato del 1965, un trafelato Antonio Pietrangeli irrompe a casa di Ugo Tognazzi. Ha bisogno, in tempi brevissimi, di un suo cameo, a qualsiasi costo. Sta girando Io la conoscevo bene: la protagonista è una giovanissima Stefania Sandrelli, non ancora vedette, e i produttori gli hanno imposto la presenza nel cast di una star affermata. Qualcuno del calibro di Tognazzi. Che, però, è ormai così richiesto da essere già impegnato, in contemporanea, su ben due set. Non ha un minuto libero ma, da istintivo conoscitore di uomini, è affascinato da Pietrangeli. Gli riconosce uno sguardo sottile, capace di non cadere mai nella costruzione di facili macchiette, abbondanti invece anche dalle parti nobili della commedia all’italiana.

Essere diretto da lui, poco tempo prima, nel Magnifico cornuto lo ha esaltato e traumatizzato. Ripetere una scena anche quindici volte, perché ogni dettaglio sia perfetto, anche nei movimenti delle comparse sullo sfondo, è un metodo di lavoro deleterio per il temperamento dell’attore cremonese, per quanto gratificante possa rivelarsi il risultato finale.

Scrivere di cinema: Manchester by the sea

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di Marco Castelli

“I figure it’s okay” è una frase che fa parte dell’esperienza quotidiana: quando ci si allontana dall’auto nel dubbio se si abbia tirato il freno a mano, quando uscendo di casa ci si domanda se si siano spenti i fornelli. La società del rischio chiede di accettare questo compromesso delle probabilità, e si preferisce non pensare a quello che potrebbe capitare nel caso si formulasse una supposizione sbagliata. Manchester by the sea, sei candidature agli Oscar, vincitore di due statuette (migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista: stesse categorie vinte ai BAFTA) e prima grande distribuzione di una piattaforma di streaming (Amazon) ad arrivare sul tappeto rosso, prova invece a mettere a nudo questa fragilità con una raffigurazione sconcertante delle nostre debolezze.

La storia è quella d’un Giobbe moderno – Lee (Casey Affleck) – che rientra d’urgenza al suo villaggio natale dopo la morte del fratello Joe (Kyle Chandler), da tempo malato di cuore, per sistemare gli affari pendenti e cercare una sistemazione al nipote Patrick (Lucas Hedges), la cui madre Elise (Gretchen Mol) è stata allontanata dal figlio in quanto tossicomane. Da questo quadro tragico appare soprattutto un mondo congelato di relazioni e d’instabili equilibri ottenuti per sottrazione nel quale ogni personaggio prova a difendersi come può, tra la tensione del cambiamento – realizzato positivamente solo da Randi (Michelle Williams), ex-moglie del protagonista – ed i tentativi di resilienza al presente.

“Il padre d’Italia” di Fabio Mollo: la recensione

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Da oggi è al cinema Il padre d’Italia di Fabio Mollo, con Isabella Ragonese e Luca Marinelli. Pubblichiamo la recensione di Giordano Meacci.

Il padre d’Italia di Fabio Mollo ci riguarda. Così come ci riguardano tutte le opere d’arte nel momento in cui si raccontano parlandoci di noi e del presente che stiamo vivendo.

Scrivere di cinema: Lion

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017 (fonte immagine). 

di Mariangela Carbone

 Con il suo esordio cinematografico Lion, il regista australiano Garth Davis decide di puntare in alto, cimentandosi nel racconto di una vicenda travagliata, ai limiti del (moderno) poema epico, tratta dall’autobiografia di Saroo Brierley, per ricordarci quanto le radici e la memoria siano importanti per formare la propria identità, perché – citando il nostro Pavese – nella terra in cui nasci c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Nel 1986 Saroo (Sunny Pawar) ha cinque anni e vive in un villaggio ai margini della società indiana con la madre, la sorellina ed il fratello Guddu, che adora e segue come un’ombra. Addormentatosi per sbaglio su un treno, viene catapultato a 1600 km da casa ed inghiottito dalla folla di Calcutta, dove nessuno parla la sua lingua.

Manchester By The Sea. Kenneth Lonergan e il punto di non ritorno

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Il cinema di Kenneth Lonergan racconta quel momento dell’esperienza in cui si diventa consapevoli che non potremo più tornare a essere le persone che eravamo. È il momento in cui perdiamo qualcosa, la cosa più importante, e in maniera inaspettata quel fatto lascia una frattura irreparabile. Il punto di non ritorno per Kenneth Lonergan coincide con un evento traumatico.

Era un incidente all’inizio di You Can Count On Me, il suo primo film. Un incidente ha reso orfani due bambini. Sammy e Terry (Laura Linney e Mark Ruffalo), due fratelli ormai adulti, si trovano a fare i conti con le mancanze generate da quel fatto: l’assenza di una guida e di un baricentro familiare, emotivo.

Era un incidente all’inizio di Margaret, il secondo film, ambientato a New York, che racconta la complicata adolescenza di Lisa (Anna Paquin). Nel tentativo di aggiustare una famiglia segnata dal divorzio dei genitori e di porre rimedio ai tormenti della sua età, la protagonista trasforma l’incidente stradale – evidente metafora del trauma collettivo: l’11 settembre 2001 – di cui è l’involontaria artefice e la principale testimone, in un’interminabile battaglia personale e legale.

Carver, Cassavetes, Castro. Intervista a Paolo Civati

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«Ora siamo fuori… Ora siamo tosti… Nessuno ci può fermare, oggi… Dài Claudio, credici, ci devi credere, quando stavi dentro ci credevi…» dice Claudio, attore e personaggio, a petto nudo davanti allo specchio. E poi via, in bici lungo le Mura Aureliane. E poi sulla spiaggia di Ostia con la sua ragazza, Deborah, che non l’ha lasciato quando era in carcere. È una delle sequenze più forti di Castro, opera prima di Paolo Civati, regista e attore nato a Como ma trapiantato da qualche lustro nella capitale. Un anno e mezzo di riprese, novanta ore di girato, ottantadue minuti di film «per rivelare il quotidiano di una comunità che vive una situazione straordinaria».

Il Castro è un palazzo di cinque piani nel quartiere San Giovanni, a Roma, «un rifugio per gli esclusi», «una torre di Babele» in cui hanno trovato alloggio temporaneo decine di famiglie senza casa. Un rifugio che ormai non c’è più. Castro, il film, restituisce un volto e un’identità ai suoi abitanti, mettendo in scena gli amori, le lotte, i sogni di Claudio e Deborah, due afro-romani di seconda generazione, di Robertino e del gatto Castro, di Luigi e della signora Assunta, di Franco il macellaio, della piccola Sara, di Khalil che canta il suo rap d’amore per il figlio Neder, che in tunisino vuol dire «libero». Castro è la storia di uno sgombero annunciato raccontata senza mai mostrare la violenza, senza concessioni alle formule dell’inchiesta o della denuncia, ma esplorando con una sola macchina da presa i territori meno frequentati, e più impervi, del «cinema del reale».

Scrivere di cinema: Arrival

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017. di Eugenio Radin  Un’ondata di generale e concorde entusiasmo ha accolto l’arrivo in sala dell’ultima fatica di Denis […]

Di cinema, luce e fotografia. Intervista a Luca Bigazzi

divo

Rosario Sparti intervista Luca Bigazzi, direttore della fotografia di Paolo Sorrentino e di alcuni dei film più celebri del cinema italiano. Questa intervista è uscita, in forma ridotta, sul Mucchio.

di Rosario Sparti

Sette David di Donatello e 6 Nastri d’Argento vinti in carriera, alter ego fotografico prima di Silvio Soldini, poi di Gianni Amelio e oggi di Paolo Sorrentino, Luca Bigazzi non ha bisogno di presentazioni: è semplicemente il direttore della fotografia più rilevante del cinema italiano contemporaneo.