Lo and behold: Herzog nella rete

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di Michele Montanari

Alla Coop. Insacco, pronto a pagare. Adesso ho la tessera, mi identifico con la grande distribuzione amica.
“Prego”, passo carta socio e bancomat.
“Ci sono le nuove offerte del mese per i soci, le saranno inviate su WhatsApp entro domani.”
“Mi scusi, non ho what’s up, ho un telefono classico senza internet.”
“Ah! – si sorprende la cassiera – E cosa aspetta a prenderne uno come si deve? Se non ha WhatsApp non so come si possa fare. Inviamo la lista a domicilio solo per gli over 70. È la regola.”
“E uno che non ha what’s up e non è un vecchio resta fuori…” concludo.
“Purtroppo sì, adesso mi scusi, c’è un po’ di fila, vada al punto d’ascolto e chieda a loro.”

Ecco l’esclusione dal mondo se non si hanno App e social pronti a connetterci; niente offerte imperdibili, niente inviti a mostre ed eventi perdibili, esclusi da servizi telematici trasmessi da comuni, province, biblioteche, ministeri, enti vari e innumerevoli realtà che si rivelano utili ormai solo via internet. Ma una lista è impossibile, quasi nulla resta fuori dalle maglie della grande rete; anche un funerale, per ben riuscire, si avvale di servizi on line. È la rivoluzione digitale, il sogno di tutti, l’incubo di altrettanti.

Neruda, o dell’anno di Larraìn

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(fonte immagine)

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Nell’attesa dell’uscita di Jackie – che mettendo insieme la saga Kennedy e una diva engagé come Natalie Portman pare destinato a far strage di cuori in quel covo di liberal dell’Academy – la presenza nelle sale italiane di Neruda è un ottimo pretesto per iniziare a istruire il processo di canonizzazione del cileno Pablo Larraìn, uno dei registi emergenti più talentuosi e discussi degli ultimi anni.

Quarantenne di Santiago, figlio di politici conservatori (il padre è un ex candidato presidenziale, la madre è stata ministro all’urbanistica del Cile fino al 2011), partecipante abituale ai principali festival internazionali, Larraìn si presenta alle platee internazionali nel 2008 vincendo il Torino Film Festival con Tony Manero.

Depardieu o l’arte di sopravvivere

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Due donne e tre uomini sono a cena in una brasserie di Parigi. D’un tratto una delle donne, Marguerite Duras, si rivolge a uno degli uomini, Maurice Pialat, e gli chiede a bruciapelo se è vero che per girare una scena di La Gueule ouverte ha dissotterrato la bara di sua madre. E siccome il volto del cadavere era nascosto, se ha chiesto all’operatore di girarlo ficcandogli un cacciavite nell’occhio. Certo, risponde Pialat senza battere ciglio. «Lei è un mostro» gli fa la Duras. «Lei è mostruosa quanto me,» ribatte Pialat «per capirlo basta leggere i suoi libri». Pialat non amava gli attori, né la recitazione. Credeva solo nella vita. Come la Duras, d’altra parte.

A raccontare questo siparietto è uno degli altri commensali, Gérard Depardieu, nel suo chiacchierato memoir È andata così (Bompiani, pp 178, traduzione di Alberto Pezzotta). Seguito ora da Innocente, uscito lo scorso settembre per Edizioni Clichy (pp 136, traduzione di Paola Checcoli), dove Depardieu dedica una severa tirata d’orecchie – fra le tante – a Pierre Niney, uno degli interpreti più apprezzati dell’ultima generazione.

Fino a qui tutto bene. Intervista a Roan Johnson

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Piuma, in concorso all’ultimo Festival di Venezia, è uscito nelle sale il 20 ottobre ed è il terzo lungometraggio di Roan Johnson, dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene. Quest’ultimo ha vinto il premio del pubblico alla nona edizione della Festa del Cinema di Roma.

Io: Ho trovato che Piuma sia il tuo film più maturo, però forse è ovvio che ogni film sia più maturo del precedente.

Roan Johnson: Di solito sì, anche se sarebbe bello fare i film più maturi quando si è vecchi!

Io: In effetti avrebbe un senso. A ogni modo, dal punto di vista contenutistico e di immagini ho visto in Piuma grandi affinità col cinema indie statunitense – non sarò certo il primo che te lo dice. Eppure ho trovato anche una forte italianità. Penso che sia questo uno dei suoi punti di forza, l’essere italiano ma anche internazionale. Un po’ come te, no?

Roan Johnson: (Ride) Guarda, per me è sempre molto difficile vedere le mie diverse anime da un punto di vista consapevole, analitico. Cioè, come e quanto si è intrecciato il fatto che mio padre fosse inglese e io sono nato a Londra e ci ho vissuto per un periodo – non all’inizio ma a metà della mia vita – e quanto invece il fatto di essere cresciuto a Pisa, poi c’è mia madre che è materana… quindi il mix culturale è variegato ed è difficile da scindere in te stesso e nelle cose che fai. Non faccio mai operazioni dicendo: “Io voglio fare un film alla maniera di…”

I primi vent’anni di Trainspotting

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

Hollywood sul Tevere

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Giuseppe Sansonna è in libreria con Hollywood sul Tevere. Storie scellerate (minimum fax): pubblichiamo una galleria dei personaggi raccontati nel libro e vi segnaliamo che domani, domenica 23 ottobre, alle 17 l’autore presenta il libro alla Libreria Notebook all’Auditorium, all’interno della Festa del Cinema di Roma con Flavio Bucci, Gianluca Nicoletti e Francesco Zippel. (fonte immagine)

Castelvolturno, Italia. Su “Indivisibili” di Edoardo De Angelis

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di Valerio Valentini

C’è qualcosa di fastidioso e di sospetto nella ricorrenza sempre più compulsiva con cui i registi italiani – anche i bravi registi italiani – utilizzano, per presentare le loro opere, l’espressione “ho fatto un film su”, aggiungendo poi, con più o meno originalità, qualcuno dei sostantivi pescati nel Vocabolario dei Grandi Sentimenti.

L’amore, la sofferenza, la paura della morte, l’angoscia dell’essere vecchio, dell’essere giovane, dell’essere mamma, figlio, emigrato, centralinista con contratto a scadenza mensile. Il fastidio e il sospetto non diminuiscono – o diminuiscono solo in minima parte – quando, per dare corpo a quei sentimenti, si trovano delle immagini potenti, delle storie ancorate ad una realtà concreta: quando cioè il tutto non si riduce per forza a una parabola velleitaria.

Su “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni

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di Valerio Valentini

Un attimo dopo a quello in cui nell’animo di Adria il sospetto sul malessere di sua figlia Liliana matura in modo improvviso e feroce, dei volti di donne goffi e ridicoli, con in testa retine bigodini e messe in piega lasciate a metà, colorano il pathos con tinte di grottesco felliniano. La tensione che s’accumula nella scena in cui Liliana e Caterina litigano e piangono in una squallida stanza d’ospedale si scioglie in un sorriso di fronte alla tenerezza impacciata di una delle due ragazze («Mangia un po’ di crostata» «Non posso, se prima non mi lasci le mani»).

Nei momenti più tragici di Questi giorni, si ride. E già questo basterebbe a suggerire che quello di Giuseppe Piccioni è stato un buon lavoro. Ma che il regista ascolano avesse una notevole capacità di governare vari registri, toni diversi, modulandoli in maniera tutt’altro che scontata, in fondo lo si sapeva già: lo dimostravano le sue opere precedenti. Quanto a Questi giorni, presentato in concorso alla 73sima edizione del Festival di Venezia, come giudicarlo?

Spira Mirabilis, ispirata celebrazione del genere umano

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In Spira Mirabilis Massimo D’Anolfi e Martina Parenti propongono una forma-documentario di dichiarata matrice filosofica. Quattro variazioni su un tema: l’immortalità. Il tema sottende le storie, stabilisce un ponte narrativo, ma ad affiorare con forza, in questa spirale di pensiero, è la magia di un umanesimo resistente ed esemplare.

Presentato in anteprima al festival di Venezia, dove è stato in corsa per il Leone d’oro, Spira Mirabilis esce oggi, 22 settembre, nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.

D’Anolfi e Parenti adottano un metodo induttivo: partono dall’esperienza sensibile, dal singolo caso particolare, dalla materia grezza: una zolla di terra, una lastra di pietra, una lamina di metallo, la lente di un microscopio per ampliare ed elevare progressivamente la visione. Addizionando gradualmente nuclei narrativi scolpiscono l’opera. Un passo alla volta, un tassello alla volta scopriamo l’universalità di ogni “ciclo operativo”, fino a ottenere un affresco completo, che attesta e giustifica la funzionalità di ciascun quadro all’interno dell’insieme.

Eight days a week, i giorni felici dei Beatles

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“Siamo ragazzacci come voi!”, urla John Lennon a una folla che lo sta travolgendo, mentre cerca di salire su un’auto blindata; George, Paul e Ringo, dentro, sorridono, ma hanno l’aria sfatta di chi ha lavorato più di sette giorni a settimana, otto, per l’esattezza, come recita una famosa canzone dei Beatles, che dà il titolo al documentario di Ron Howard.

Un film in cui il regista di Cocoon e Apollo 13 lascia il posto a Richie Cunningham, al ragazzino appassionato di rock’n’roll, protagonista del telefilm Happy Days. Solo un amante sincero dei quattro di Liverpool avrebbe potuto affrontare una storia del genere così, sovrapponendo lo spasmo al divertimento.