La Classe Operaia va in Paradiso: Longhi porta Petri a teatro

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di Chiara Babuin

Nel 1971, Elio Petri partecipò al Festival di Cannes, vincendo la Palma d’Oro con La classe operaia va in Paradiso, film che voleva mostrare la condizione alienante operaia del “Miracolo Italiano”.
Nel 2018, Claudio Longhi lo porta in scena nei maggiori teatri italiani. Non si tratta, però, di un mero adattamento teatrale di un’opera cinematografica, bensì  di una grandissima opera filologica del film di Petri a cui si aggiunge una profonda riflessione sul  concetto stesso di lavoro.

Dieci anni da “Il Divo”: quello che funzionava nel cinema di Sorrentino

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di Chiara Babuin e Adriano Ercolani

Se l’uscita di Loro 2 ha coinciso, imprevedibile coup de theatre, con la clamorosa riabilitazione di Silvio Berlusconi, nei giorni scorsi, segnati da un caos politico sfociato a tratti in una crisi istituzionale, sono scoccati esattamente dieci anni dall’uscita de Il Divo. E tutto quello a cui abbiamo assistito ha illuminato ancor di più l’intelligenza dell’opera di Sorrentino.

Innanzitutto, rivelatore è il sottotitolo: la spettacolare vita di Giulio Andreotti.

Qui c’è tutto l’acume di Sorrentino: la vita di Andreotti, esteriormente, è tra le più grigie e monotone ipotizzabili, consumata in un’ascesi quasi monacale, nel ligio adempimento di perenni impegni istituzionali alternati alla quotidianità di una vita matrimoniale solidissima, ritmata da una salda ritualità cattolica.

Scrivere di cinema: Ultimo Tango a Parigi

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di Elvira Del Guercio

Negli anni ’70 la grande novità di cineasti come Ferreri, Pasolini e Bertolucci, solo per citarne alcuni, era quella di leggere la vita dell’individuo a partire dal ruolo che l’erotismo investiva nella definizione, o meglio, nella rivelazione della sessualità di ciascuno.

Era l’ombra lunga del Sessantotto, «trasgredire era importante», come afferma Bertolucci in una recente intervista; infatti, in un momento storico e culturale in cui la trasgressione era diventata la conditio sine qua non per la maggior parte delle rappresentazioni artistiche, unita al bisogno di risvegliare una sotto-umanità plagiata dai miti superomistici dei media, il cinema osava, squarciando senza remore i veli del pudore e della moralità. Il cinema scandalizzava. Si potrebbe dire lo stesso per gli autori di oggi? È da vedere.

Dogman, il western eretico di Matteo Garrone

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In congedo temporaneo dalla laboriosa costruzione del suo Pinocchio, Matteo Garrone si è concesso una magnifica geminazione laterale.

Il Dogman incarnato da Marcello Fonte sembra infatti una curiosa variante del burattino collodiano.

Fragile, ossuto, dal mansueto cuore di cane che traspare nel languore degli occhi enormi, smarriti nell’osservazione di un consesso umano piccolo e feroce.

Loro 1 e 2: la fascinazione ambigua di un Sorrentino innamorato

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di Chiara BabuinAdriano Ercolani 

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Innanzitutto, il titolo: non “Silvio Berlusconi”, non “Il Cavaliere di Arcore”, ma “Loro”. Già da qui si percepisce l’ambizioso piano dell’opera: non limitarsi a raccontare il politico-impreditore più discusso d’Europa (del Mondo?), ma tutto il sistema che si è creato e ha gravitato attorno alla sua figura.

Berlusconi, nel suo essere incarnazione definitiva e vittoriosa dei difetti tradizionali del carattere italiano, è la summa di tutte le ossessioni di Paolo Sorrentino: la solitudine del Potere nella sua decadenza (Il Divo, The Young Pope), la vecchiezza dilaniata tra rassegnata saggezza e puro desiderio di nuova vita da parte di un uomo che ha tutto, unita alla fascinazione per vite scintillanti ma piene di vuoto (Youth, La Grande Bellezza), l’ossessione erotica mai risolta (Le conseguenze dell’amore), il recupero di un’identità immaginaria (This must be the place). “Abbiamo una gamma limitata di cose che che sappiamo fare, quindi facciamo sempre un unico film con delle variazioni sul tema”, afferma infatti lo stesso regista.

Michael Glawogger, l’uomo con la macchina da presa

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Nel racconto L’avventura di un fotografo, Calvino offre due possibilità a chi è stato contagiato dalla mania di fotografare tutto e teme che anche il più insignificante dei dettagli possa andare perduto: «O vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita». La prima via, dice, porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.

Benché la dicotomia calviniana si adatti alla perfezione ai nostritempi, con i selfie, Instagram e tutto il resto, esiste almeno una terza via che è possibile percorrere, anche se assai impervia.

Milano ’83: il capolavoro dimenticato di Ermanno Olmi

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di Giulia Cavaliere

Un’ora per 1.500 inquadrature in totale, mantenendo una media di 23 al minuto. Milano ’83 è il documentario senza voci realizzato da Ermanno Olmi all’interno del progetto “Le capitali culturali d’Europa”, che incluse – oltre al ritratto di Milano – anche quello della Lisbona di Manoel de Oliveira, di Atene vista con gli occhi di Theo Angelopoulos e della Varsavia di Krzysztof Zanussi. Il soggetto di Olmi è la Milano a cavallo tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983, vista nell’arco di due giornate ideali che comprimono la quotidianità della città e dei suoi abitanti osservati da mattina a sera.

Quello che so di Bernardo Bertolucci

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La Cineteca Nazionale e la Cineteca di Bologna omaggiano Bernardo Bertolucci con le proiezioni nelle sale italiane di Novecento (a partire dal 16 aprile) e Ultimo tango a Parigi (più avanti, a maggio), in versione restaurata. Pubblichiamo la postfazione di Tiziana Lo Porto al libro Cinema la prima volta, una raccolta di interviste a Bertolucci uscita per minimum fax: ringraziamo autrice e editore.

Scrivere di cinema: “Oltre la notte”

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di Bianca Delpiano

Un’esplosione, due vittime, una donna che in quel momento era lontana dal luogo della detonazione; donna che è madre di uno dei cadaveri, che “di umano ormai non hanno nulla” (come le dice la polizia) e moglie dell’altro; donna che si lascia trascinare giù per le vie dell’oblio allucinogeno e affronta inizialmente il lutto con una resa disarmata, incredula, stremata; che poi però afferma con certezza di sapere chi sono gli attentatori, e con la stessa certezza predice che non rimarranno impuniti.

Il filo nascosto tra amore e potere. Sul film di Paul Thomas Anderson

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For the hungry boy, my name is Alma. Per il ragazzo affamato. Il mio nome è Alma.
Comincia così la loro storia. Lui ha fame e lei è Alma, il suo cibo. Per via del suo nome, Alma vuole dire nutrimento. Alma è la cameriera che il grande sarto, il genio della moda Reynolds Woodcock nota mentre inciampa portando un vassoio, una giovane donna che lui crede di poter rivestire della classe che non ha, o semplicemente di una nuova pelle, quella che lui vuole per lei, per come la vede lui, per come la vuole lui.

La prima cosa che fa quando la invita a cena è levarle il rossetto dalle labbra, per vedere, dice, con chi sta parlando. Una richiesta di verità, si direbbe, mentre così inaugura il suo primo atto di potere su di lei. Lei deve essere come la vede, la vuole, lui. Il secondo atto sarà prenderle le misure, dimensioni, centimetri di corpo, il seno che non ha e che rimpolperà come e se lo vorrà lui, quel po’ di pancia che menomale gli piace e quei difetti che solo lui sa come nascondere sotto i suoi vestiti. Lui è il demiurgo, quello che la sa esaltare, che la rende bella agli occhi suoi e del mondo, l’unico che le dà quel che le manca. Lei è la sua creatura, grata, e a suo agio, con la sua vanità, un po’ arrivista e provinciale, ma sincera. Lei sembra subire, sembra assecondarlo, sottomessa, dedicata, geisha dolcissima, pronta a svegliarsi all’alba e stare in piedi all’infinito per soddisfare la fame di lui che insieme ai tessuti le cuce addosso il ruolo di donna rispettosa del suo metro, delle regole di un gioco che conduce da sempre con l’aiuto e la maestria del suo alter ego, Cyril.