Scrivere di cinema: Benvenuti a Marwen

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di Alessandro Castellino

Mark Hogancamp è un artista e fotografo che, in seguito alla perdita quasi totale della memoria, dovuta a un pestaggio di natura omofoba (Mark aveva confessato la sua abitudine a vestirsi da donna) subito da un gruppo di neo-fascisti, inscena nel giardino di casa sua vicende fittizie, ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Qui, Mark ha infatti costruito un microcosmo parallelo alla realtà, nel quale il Capitano Hogie (suo alter ego in questo “mondo delle bambole”) combatte le forze naziste in un villaggio belga, traviato da una seduttiva strega ma affiancato da cinque fidate amiche, anch’esse rappresentazioni di persone reali (in questo caso, le ragazze che lo hanno aiutato nel percorso di riabilitazione, dopo il linciaggio). Nicol (rigorosamente “senza e alla fine del nome”) , capelli rosso fuoco e sistematicamente scarpe coi tacchi ai piedi, trasferitasi recentemente di fronte a Mark, provocherà un forte terremoto emotivo in entrambi i mondi

“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

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Questo articolo è uscito su “Il Sole 24 Ore”, che ringraziamo. di Gianluigi Simonetti È proprio vero: per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Sconnessa perché dis-connessa, letteralmente scollegata dal flusso delle informazioni digitali; ma anche perché disunita, o meglio unita solo in […]

Suspiria di Guadagnino: non un horror ma un saggio sul male

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Confesso che, fin dall’inizio, avevo nutrito una forte perplessità sull’idea di Suspiria diretto da Luca Guadagnino.

Che senso poteva avere un’operazione (in un’epoca di reboot, remake, cover, ologrammi di cantanti morti, edizioni deluxe) rifare il film concettualmente più irripetibile di Dario Argento (per mera questione tecnica, visto la scelta magistrale del Technicolor di Luciano Tovoli), unicum estetico non solo nel cinema italiano o nel genere horror ma della storia cinematografica tout court?

Una visione di Bohemian Rapsody

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Freak sensuale e diabolico, infantile e spietato.

Dentoni da cartoon e sguardo da fauno assassino, trangugiatore postmoderno dei fratelli Marx e del melodramma, del metrosexual Rodolfo Valentino, e della sua distorsione parodica.

Straniero sempre, soprattutto a se stesso, dall’adolescenza da Little Richard zoroastriano di Zanzibar, alla metamorfosi in elfo di Kensigton dalle orecchie puntute, evocato da chissà quale druido.

Per assurgere poi a Regina baffuta e incoronata, mantello lucente e pantaloni da olimpionico, al cospetto di masse adoranti.

Spider-Man: un nuovo, stupefacente universo

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Un gruppo di giovani studenti si prepara per il ballo di fine anno. “Ehi gente, ce ne serve un altro” fa notare uno dei fustacchioni della comitiva. Indica un ragazzetto in disparte, l’aria timida e sconsolata, alle cui spalle è proiettata l’ombra di un ragno: “Che ne dite di Peter Parker?” “Stai scherzando?” risponde un […]

Scrivere di cinema: La donna dello scrittore

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di Marco Castelli

Georg scappa, dai fascisti che si allungano sull’Europa e sulla Francia. Scappa da Parigi, verso Marsiglia, destinazione scelta più dal caso che da un disegno razionale, con nello zaino solo delle lettere ed il manoscritto d’uno scrittore che ha deciso di terminare la sua fuga con il suicidio. Nella città focea, punto di raccolta dei rifugiati pronti alla fuga verso le Americhe, dove i consolati lavorano incessantemente per vagliare le domande di visti e transiti, la confusa situazione giuridica dei rifugiati si riflette sulla loro confusione identitaria ed affettiva: vengono tratteggiate delle identità alla deriva, divise tra la difesa della loro umanità e l’adattamento alla situazione circostante. In questo contesto il protagonista si muove con uno sguardo spento e disincantato, simile per certi versi a quello del protagonista de “Il Figlio di Saul” (László Nemes, 2015), nella snervante attesa dell’incerta partenza della sua nave.

Al cuore, Cuarón! Su Roma, con spoiler

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Parte molto lento, Roma, soffermandosi a lungo sui fatterelli quotidiani di una famiglia borghese del quartiere Colonia Roma, Città del Messico, negli anni ’70. All’inizio seguiamo soprattutto le faccende di Adela e Cleo, domestiche indie della famiglia, e il rapporto tra le due: Adela è quella più esperta, Cleo invece sta ancora provando a farsi una vita fuori dal lavoro. Per il resto: attenta al cane Borras, lava a terra, cucina, occhio alle quattro pesti che gironzolano per casa, il tè per padron Antonio è pronto?, donna Sofia è rientrata?

Le fragilità del nostro narcisismo. Appunti a margine del film “Il ragazzo più felice del mondo” di Gipi

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di Francesco Campana

Nel suo secondo romanzo, L’Uomo Autografo, Zadie Smith racconta la storia di Alex-Li Tandem, inglese di padre cinese e di madre di religione ebraica, che di lavoro fa il collezionista, commerciante e autenticatore di autografi. L’Uomo Autografo, appunto. Disilluso dalla vita e preda di un vuoto profondo che lo porta a drogarsi in continuazione, a fare un grave incidente in automobile e a tradire la sua amata Esther, ha una sola vera autentica passione: Katherine (detta Kitty) Alexander, attrice degli anni Quaranta a cui, da tredici anni, spedisce una lettera alla settimana, nella speranza di ricevere una risposta contenente il suo rarissimo autografo.

I Villani: il Sapere nelle mani raccontato da Don Pasta

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di Chiara Babuin

Continua ad essere proiettata, meritatamente e in varie città, la prima opera filmica di Don Pasta: I Villani, dopo il passaggio a Venezia 75.

Ma troppo è il rispetto per il tema trattato, per firmare la pellicola con il nome d’arte, da personaggio. Don Pasta fa dunque cadere la maschera – pur sempre onesta e umanamente godibile – di cuoco-dj e si presenta “solo” come persona: Daniele de Michele. Perchè è di persone che questo film parla.

I Villani, etimologicamente, sono gli abitanti della villa, ovvero di un appezzamento terriero, al di fuori del castello e del borgo, cioè in aperta campagna. I villani sono dunque i contadini, coloro che quella “villa” la lavorano.

Il cinema è una magia collettiva: Corto Dorico in scena ad Ancona

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di Valerio Cuccaroni

Ogni anno organizzare Corto Dorico, a dispetto del nome, è una impresa lunga e difficile, che ci impegna per mesi, oltre i nostri orari d’ufficio, durante le ferie, di sera e di notte. Nessuno di noi ci lavora a tempo pieno, perché per lo più siamo volontari e attivisti dell’associazione organizzatrice, Nie Wiem: questo ci affatica molto, ci spreme fino allo stremo, imponendoci uno sforzo che ci costringe ad  andare aldilà di noi stessi, oltre i nostri limiti caratteriali e in alcuni casi anche fisici, obbligandoci a cooperare, dividerci il lavoro, mettendoci in discussione, come individui e come organizzazione, per ritrovarci uniti nell’impresa comune.