Mario Monicelli, ultimo socialista

di Goffredo Fofi

La morte di Mario Monicelli ha segnato davvero la fine del grande cinema italiano “per tutti”, nostra arte centrale negli anni che vanno dal 1943 di Ossessione al 1977 di Un borghese piccolo piccolo, e forse al 1990 di La voce della luna, che era già una sopravvivenza e non più una presenza. Monicelli ha scelto, a 96 anni, di darsi la morte in modo lucido, cosciente, profondamente rispettabile: malato da tempo di cancro, non vedeva quasi più, ed era costretto, irritandosene, a occuparsi ossessivamente del proprio corpo malandato.

Nuovo cinema paraculo. Superscialla (stai molto sereno, la tua rendita di posizione non te la tocca nessuno)

di Christian Raimo Quando fra qualche lustro vorremmo capire qualcosa del periodo che stiamo attraversando potremmo forse trovare, in piccoli segnali laterali ai bordi delle grandi notizie, i sintomi più eloquenti. Alle volte faccio anche io così, mi vado a rivedere il giornale del 9 maggio 1978 e accanto alla notizia di Moro ammazzato, c’è […]

Bronx & Poetry

di Tiziana Lo Porto Si chiama To Be Heard (www.tobeheard.org) ed è un documentario girato nel Bronx che racconta le storie (vere) di tre adolescenti a cui la poesia ha cambiato la vita. Girato in quattro anni, e presentato nei mesi scorsi a festival del cinema e del documentario di mezza America (incassando anche parecchi premi e […]

Drive: “One percent of everything is not crap”

Christian Caliandro e Giulia Pezzoli

1. Come costruire un capolavoro, e incastonarlo nel mainstream contemporaneo.
Nicolas Winding Refn ha sfruttato in Drive i limiti propri del cinema hollywoodiano contemporaneo, lavorando negli interstizi e sulle atmosfere. La struttura del film è quella di un noir attuale, ben costruito e modellato, ma i muscoli e la carne di questo film sono corpi pressoché estranei per il codice mainstream di questi tempi.

L’infinita vanità del tutto

di Daniele Manusia In contemplazione del proprio giardino, Giacomo Leopardi rifletteva: “Ma in verità questa vita è trista e infelice”; e a conclusione del canto A Se Stesso invitava il proprio cuore sofferente a disprezzare quella che lui chiamava “l’infinita vanità del tutto”. Due secoli dopo, quello stesso vuoto sembra essere tornato di moda. Almeno […]

Here and After

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«Hereafter» significa «aldilà». Ma in inglese la parola composta mantiene nel primo elemento (here) quel rapporto diretto con la realtà terrena che nel termine italiano – tutto sbilanciato nelle regioni impervie dell’escatologia – rimane imprudentemente sottinteso. Mi sembra dunque indovinata la scelta di non tradurre il titolo dell’ultima pellicola di Clint Eastwood, che a ben vedere ha molti più punti di contatto con la vita di quanti non ne abbia con la morte. Le tre storie che vanno a confluire nel finale del film hanno per protagonisti tre personaggi che loro malgrado si ritrovano ad affrontare – da diverse angolazioni – il rapporto morte-vita: Marie, una spigliata e attraente giornalista francese all’apice della sua vita privata e professionale; George, un sensitivo di San Francisco dalle sorprendenti capacità medianiche; e Marcus, un bambino londinese figlio di una madre tossicodipendente e alcolizzata.

Tra la Terraferma e Lampedusa: attimi di horror nel film di Crialese

C’è una scena, nell’ultimo film di Emanuele Crialese (che è, come tutti i film di Crialese, un film di scene: scene memorabili, alcune. Prima di essere un eccellente regista quest’uomo è probabilmente un pittore mancato), c’è questa scena dove il giovane protagonista, un ventenne dell’isola di Linosa, si trova in mezzo al mare, di notte, sopra una barca da pesca insieme a una coetanea turista milanese. I ragazzi accendono la lampara e la milanese si butta nell’acqua verde illuminata. Ci si aspetterebbe che succeda qualcosa tra i due, invece un rumore strano, inquietante, distoglie l’attenzione del giovane dalla sua amica: la lampara viene rivolta verso il largo e si materializza una visione degna di un film dell’orrore.

Un’intervista ad Akira Kurosawa

L’intervista fu realizzata nel 1993

di Frank Marshall

Perché la chiamano “Imperatore”?
È un soprannome che mi diede un giornalista, alla gente piace.

Perché non ha fatto il pittore?
Non ho superato gli esami.

Notizie dalla Grecia

“Volete capire la crisi finanziaria greca? Facilissimo. La fanno complicata perché uno non possa giudicare, ma avete presente le carte di credito?” Giorgos ha quasi cinquant’anni e parla velocissimo. Racconta di quando, ai tempi del presunto boom greco, ossia una decina di anni fa, mentre si cominciava a correre verso le Olimpiadi (“una bolla su cui tutte le Cassandre di oggi scommettevano senza indugi”), le banche cominciarono a telefonare in casa per “regalarti carte di credito vantaggiosissime. Un tempo, me lo ricordo bene, ci volevano garanzie serie, pretendevano di vedere la tua busta paga. Improvvisamente nulla. Come se fosse un regalo. Sei greco? Scommettiamo su di te.

Le carte di credito arrivarono così: piovevano dal cielo”. Ci voleva un po’ di esperienza e capacità, per difendersi. Ci voleva semmai uno Stato capace di proteggere il suo cittadino. Ma come poteva farlo se stava cascando nello stesso gioco? “Ecco come funziona. La tua carta di credito ti domanda di ripagare ogni mese solo il 2 per cento di quanto spendi. Dunque, ho speso 800 euro? Se voglio, posso pagarne solo 16. A fine anno ho raggiunto il limite di indebitamento: 6400 euro. Pago più o meno 130 euro al mese, sì, ma intanto sono esposto e scattano gli interessi –,  altissimi: il 17 per cento –, dunque quasi 1.100 euro all’anno oltre a quello che ancora devo ridare, visto che magari mi sono limitato a restituire la minima, il 2 per cento. Immaginate che io abbia magari anche più di una carta di credito. Avete idea del debito che accumulo? Se, come capita a molti qui, ho uno stipendio di mille euro al mese, come ne esco? A un certo punto arriva la banca che mi ha strozzato e si prende quel che ho”. Giorgos si stringe nelle spalle. Sottolinea come i tassi d’interesse nei contratti siano scritti a caratteri minuscoli per ingannare meglio l’ignorante, poi fa: “Ho un amico giardiniere che è anche un po’ filosofo. Sai cosa dice? “Come cittadino ho il diritto di essere stupido e ignorante.

Visto da vicino: Stanley Kubrick

Nel 1960, un italiano, il giovane Emilio D’Alessandro, supera i confini nazionali per sfuggire al servizio militare. Dopo varie peripezie si ritrova a Londra, dove inizia a fare l’autista per un certo Mr. Kubrick. Rimarrà trent’anni accanto al grande regista, diventandone via via il segretario, il confidente, l’amico più fidato. La storia – pubblicata originariamente […]