1965. Una nota su Jackson Frank e la parola “Outsider”

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Una riflessione sulla figura retorica dell`Outsider e sulla vita e la musica di Jackson Frank

Scrivere di cinema: Chiamami col tuo nome

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di Lorenzo Ciofani

Sui titoli di testa, immagini di reperti archeologici. In una parentesi di grazia, il professore fa vedere ad Oliver, lo studente americano accolto in casa per motivi di studio, diapositive di sculture greche appena riapparse dal passato. Ai suoi occhi, il motivo per cui il ragazzo ne rimanga incantato non è indecifrabile: in quelle statue ci sono l’armonia e la sinuosità di Prassitele, uno dei maestri della classicità.

L’America di Ebbing, Missouri

Swing and a Diss: Mildred (Frances McDormand) and Willoughby (Woody Harrelson) discuss Mildred's Burma-Shave-inspired quest for justice in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

di Simone Bachechi (Questo pezzo contiene spoiler.)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è film dalle atmosfere coeniane, i cineasti che hanno diretto la (bravissima) Frances McDormand in opere come Fargo, dove la stessa interpreta il ruolo dello sceriffo.

Ma qui, è lei a chiedere giustizia. Perché in questo film dallo humour nero, tra i favoriti nella corsa agli Oscar, firmato da Martin McDonagh, la protagonista Mildred (Frances McDormand, appunto), interpreta una madre divorata dai sensi di colpa, alla quale è stata brutalmente uccisa la figlia.

Scrivere di cinema: “L’ora più buia”

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di Alice De Luca
Kazuhiro Tsuji e Gary Oldman costruiscono un Churchill ossimorico. Il primo, allievo di Rick Baker, colui per cui l’ Academy nel 1982 ha dovuto introdurre una categoria per premiare il trucco, si occupa di disegnare il passare degli anni sul volto dello statista. Le rughe e il capo quasi calvo testimoniano il tempo trascorso soltanto per vivere quel momento cui la sua intera esistenza sembrava essere destinata.

Fabrizio De André – Principe libero: Una nota degli sceneggiatori

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Fabrizio De André – Principe libero sarà nelle sale di trecento cinema italiani il 23 e 24 gennaio; quindi verrà trasmesso da RaiUno il 13 e 14 febbraio. Di seguito pubblichiamo una nota degli sceneggiatori della miniserie, Giordano Meacci e Francesca Serafini, che ringraziamo.

di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Nel novembre del 1992, dopo aver letto un nostro studio linguistico delle sue canzoni, Fabrizio De André decide d’incontrarci. E nella circostanza, per renderla definitivamente memorabile, accetta anche di regalarci una sua testimonianza da pubblicare nel libro (La lingua cantata) in cui poi sarebbe confluito il nostro saggio universitario. In quel contesto, Fabrizio ci raccontò di come le persone incontrate nella realtà, rielaborate in base alle sue esigenze artistiche, nelle canzoni diventavano personaggi: “Una memoria che mi arrivava già distorta quindi, proprio come la volevo, altrimenti mi sarebbe servita tutt’al più per la stesura di un articolo di cronaca”.

Scrivere di cinema: “The Square”

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di Mariangela Carbone

«Il quadrato è un santuario di fiducia e amore, al cui interno abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri». Così recita la targa dell’opera The Square, un quadrato dal perimetro illuminato, tracciato sul pavimento di fronte all’ingresso del Museo di arte contemporanea di Stoccolma. Partendo dal racconto delle vicende private del curatore del museo, l’affascinante quarantenne Christian, nel suo ultimo lavoro intitolato, appunto, The Square, il regista Ruben Östlund sembra interessato a parlare proprio di fiducia ed altruismo e di rapporti tra esseri umani.

Un’interpretazione di Synecdoche, New York

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di F. Fred Palakon; a cura di Mauro Maraschi

PREMESSA di M.M.

Quella che state per leggere non è una recensione di Synecdoche, New York, prima regia di Charlie Kaufman, già sceneggiatore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, ma una delle possibili interpretazioni di un film “complesso”. L’autore si firma “F. Fred Palakon” (come un personaggio di Glamorama di B. E. Ellis), non è un critico né esprime un giudizio di valore: l’unico intento della sua analisi è quello di dimostrare una tesi attraverso una minuziosa ricerca di prove all’interno del testo cinematografico. Si tratta di una pratica tipica del fandom investigativo, quel comparto di fan che tende a creare “paratesti” non ufficiali quali video, fanfiction, pagine wiki dedicate e, appunto, lunghe analisi come quella che segue.

“La storia del cinema”: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro La storia del cinema (Utet), di Mark Cousins.

di Mark Cousins

Il medium del cinema si è schiantato contro le vite degli occidentali al termine del XIX secolo come un bambino precoce, capriccioso e insaziabile. Aveva la struggente e bellissima fiducia di un oggetto senza storia. Poi, con il passare dei tardi anni Dieci, degli anni Venti e degli anni Trenta, con tentativi e fallimenti, intuizioni accettate o dimenticate, il cinema iniziò a sviluppare la propria storia, di cui è fatto questo libro. Guardandosi alle spalle scoprì di avere pionieri e figure leggendarie, e divenne ambivalente rispetto al proprio passato. Alcuni registi vi si affezionarono troppo e si affidarono a ciò che conoscevano. Altri – ad esempio negli anni Sessanta e Novanta – sentirono che il medium che attraversava la macchina da presa a ventiquattro fotogrammi al secondo iniziava a sembrare vecchio.

Seneca a Parigi. Il Brady e alcune affinità tra il cinema degenerato e la tragedia

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Le mappe urbane durano la vita di una falena. Le metropoli si sfaldano, le correnti umane che le attraversano esondano, deviando dai corsi sedimentati nel tempo. Quartieri senza nome si ossidano all’aria del quotidiano. Strati secolari vengono polverizzati, oppure sopravvivono in forma di residuato, templi sacri al dio della Immobilità in cui ripararsi da un perpetuo mutare.

Accade così che nel X arrondissement di Parigi, al 39 di boulevard de Strasbourg, nel mezzo della bestiale metamorfosi che ha interessato la metropoli nel secondo Dopoguerra, abbia resistito a lungo uno di questi edifici di culto. Un ‘cinema di quartiere’, uno di quei luoghi in cui rivedere film condannati dalla dittatura del decoro, ritrovando – magari solo un po’ consunti – i simulacri di un’industria cinematografica che fu. Un varco sull’altrove, un alibi, alius et ibi, continente dell’immaginario dove si trovano i colpevoli che non vogliono o non sanno di esserlo. Tutta la materia urbana rinchiusa dalla diga di quel boulevard era – ed è ancora oggi – all’insegna dell’alibi.

Scrivere di cinema: Una questione privata

una questione privata

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

Milton deve morire?

di Marco Castelli

Il “nebbione” sale, coprendo le colline più basse ed i tetti dei casolari, nascondendo tanto le strade quanto le ragioni e le follie dei personaggi in uno stesso candido “mare di latte”. I colori risaltano come le gocce di rugiada sugli steli montani in questo film dalle parole centellinate, dai silenzi che si perdono tra un colpo di tosse ed una raffica di mitra, dai visi che scompaiono tra il basso bosco od il fumo di sigaretta.