La mafia garganica non è solo un film

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

In quest’epoca di sovresposizione drammaturgica della malavita, tra Gomorre e Suburre fin troppo glamour, allignava da tempo, nella penombra garganica, una mafia quasi ignorata dai media. Il sangue innocente, versato all’improvviso, ha spianato i riflettori sull’efferatezza di questa congrega di ex allevatori, assurti a trafficanti internazionali. Arcaicamente dediti a smaltire i cadaveri dei nemici nei trogoli dei maiali, o sul fondo delle locali gole carsiche.

Blade Runner 2049: Casa ricordi

Blade Runner 2049

di Rosario Sparti

“We look at the world once in childhood.
The restismemory.”
Louise Glück

Piove. Io e mia madre ci stiamo tenendo per mano. Scendiamo una scalinata che porta verso il centro storico di una città dell’ex Jugoslavia; precipitosamente stiamo cercando di tornare al nostro albergo. Un’anziana signora ci osserva affacciata a un balcone, poi tutto di un tratto appare davanti a noi e offre il suo ombrello per ripararci dalla pioggia. Mia madre accetta di buon grado. Sta piovendo intensamente, una pioggia talmente fitta da rendere invisibile ciò che ci circonda. Eppure, scalino dopo scalino, continuiamo a scendere. La scalinata sembra infinita ma siamo contenti: ci guardiamo negli occhi e sorridiamo.

Scrivere di cinema: Dunkirk

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Jacopo Barbero

Rumore di fogli che cadono dal cielo. Il fruscio delle pagine trasportate dall’aria produce quella che pare una soave melodia, ma che ha già in sé un che di mostruoso. È l’ombra della morte che si staglia sulle vite di un gruppo di soldati inglesi, che si aggirano per le deserte strade di Dunkerque, piccola cittadina francese ai confini con il Belgio. Poi una pioggia assordante di pallottole travolge la brigata.

Scrivere di cinema: “Il colore nascosto delle cose”

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017

di Mariangela Carbone

Schermo totalmente nero, accompagnato da un alternarsi di voci: così si apre e, circolarmente, si chiude l’ultimo film di Silvio Soldini, che torna a raccontare l’universo dei non vedenti, indagato già nel documentario Per altri occhi, stavolta attraverso il filtro della fiction.

L’allucinazione perversa di Darren Aronofsky si chiama “madre!”

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«La relazione di una coppia viene messa a dura prova quando alcuni inattesi ospiti si presentano a casa loro, gettando nello scompiglio la loro tranquilla esistenza». Questa la sinossi del film riportata sul sito di Venezia 74.

E ora facciamo un gioco.

Step 1, provate a immaginare il peggiore dei vostri incubi.

Non occorre pensiate al più violento, truculento e devastante che vi sia capitato. Può essere un incubo di ordinario terrore. Però, è importante che sia persistente. Intimo e apocalittico ad un tempo.

Dunkirk è già un classico hollywoodiano

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Christopher Nolan è ormai da quasi un decennio (per la precisione dal 2008, quando ha inventato il cinecomic d’autore e girato il miglior action/thriller à la Michael Mann del nuovo millennio, tutto in un solo film, Il Cavaliere Oscuro) quel genere di mostro sacro che può permettersi di fare ad ogni film cose che normalmente farebbero scappare a gambe levate spettatori e produttori, tipo creare multimondi talmente complessi e formalizzati che praticamente richiedono allo spettatore di entrare in sala con un blocchetto per gli appunti, oppure adescare il pubblico con McConaughey/Hathaway nello spazio e poi rifilargli tre ore di meditazioni non troppo filtrate su tempo, morte e libero arbitrio, continuando però a sbancare il botteghino ed estasiare i critici con la puntualità di un orologio svizzero.

Suburbicon. L’America noir di George Clooney

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Suburbicon è una città immaginaria, che riconosciamo da subito come molto familiare. Ci sono le villette a schiera, le strade simmetriche, i giardini ben curati, i porticati. Siamo negli anni ’50 e la comunità che vi abita, a prima vista perfetta, nasconde risvolti loschi, pieghe marcie, una morale grottescamente “rattoppata”, come gli occhiali del protagonista del film, Gardner (Matt Damon).

La traccia narrativa principale racconta l’infanzia di Nicky (Noah Jupe), a partire da un traumatico episodio di sopraffazione che colpisce lui e la sua famiglia – il padre Gardner, la madre Nancy (Julianne Moore) e la zia Margaret, sorella gemella della madre (sempre la Moore) – all’interno delle mura domestiche. Vengono sequestrati e narcotizzati da due malviventi… ci scapperà un morto.

Scrivere di cinema: Prima di domani

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Elena Magnani

Per Sam questo San Valentino sarà un giorno speciale. Sarà il coronamento di tutti i suoi successi al liceo: la sua amicizia con le ragazze più popolari, la sua relazione con l’atleta più desiderato, il suo tanto atteso approdo all’età adulta con la perdita della verginità. Ma dopo un brutale episodio di bullismo e un incidente in macchina la giornata diventerà in fretta un incubo, che Sam rivivrà giorno dopo giorno scoprendo la violenza e gli errori che si nascondevano dietro la sua vita apparentemente perfetta.

Venezia: diario di un selezionatore

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Si inaugura oggi la 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Pubblichiamo un articolo di Nicola Lagioia apparso su Robinson – la Repubblica, ringraziando la testata.

Il 2 marzo del 2014, al Dolby Theatre di Los Angeles, Gravity di Alfonso Cuarón vinse 7 premi Oscar. Mentre il regista messicano parlava emozionato in diretta planetaria, in Italia sei individui si scambiavano sms entusiastici nel cuore della notte. Ognuno si domandava se fosse lecito telefonare a una settima persona, il capitano della squadra di cui facevano parte. Magari lui stava dormendo. Ma come poteva dormire chi aveva propiziato la prima uscita pubblica del film più celebrato della stagione?

Chi ha paura di Quentin Tarantino?

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Dal nostro archivio, un pezzo di Antonia Conti apparso su minima&moralia il 6 febbraio 2016.

L’ottavo film esce con un numero nel titolo a contrassegnarne l’evidenza: The Hateful Eight. Sono 888 i posti a sedere messi a disposizione nello studio 5 di Cinecittà a Roma, dove il film è stato presentato in anteprima e resterà in programmazione per tutto il mese di febbraio, nella durata e nel formato (Ultra Panavision 70) voluti dal regista, Quentin Tarantino, l’unico a Hollywood a cui ogni vezzo – se solo di un vezzo si trattasse – è concesso. Solo al regista di Pulp Fiction è permessa la credibilità e accordato l’arrischio di un western di oltre tre ore, che senza avere il baricentro dritto e l’incedere epico di Django Unchained, riesce a imporsi in tutta la sua consapevolezza e magniloquenza cinematografica.