Scrivere di cinema: Elle

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di Elena Magnani

Diceva Bertolucci che un regista è come un voyeur: che fare cinema è come spiare dal buco della serratura, quello della porta dei tuoi genitori. “E tu li spii, e sei disgustato… e ti senti in colpa… ma non puoi fare a meno di guardare”. A vedere Elle ci si sente così: un po’ perversi, un po’ a disagio, combattuti tra la voglia di seguire e quella di distogliere lo sguardo. Paul Verhoeven mette in scena un racconto amorale e conturbante, che costringe i suoi spettatori – e i suoi personaggi – a misurarsi con il cuore della propria ipocrisia: la vergogna.

Scrivere di cinema: In Between

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Mariangela Carbone

Il primo lungometraggio di Maysaloun Hamoud, prodotto da Francia e Israele e distribuito in Italia da Tucker Film, si fa spazio nella complessità dello scenario mediorientale per portare sul grande schermo la vita quotidiana di tre giovani donne.

Le palestinesi Leila (Mouna Hawa), avvocatessa affermata, Salma (Sana Jammelieh), barista e dj, e Nour (Shaden Kanboura), studentessa di informatica, condividono un appartamento a Tel Aviv, in una convivenza che diventerà anche legame affettivo, nonostante le differenze di origini, culture e stili di vita.

Il Brady a Parigi, il cinema dei dannati

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C’è un’umanità scalcagnata e fiera che si raduna al Brady, nel X arrondissement, a Parigi, dove basta cambiare viale per ritrovarsi in un’altra fetta di mondo; di lì gli afghani e di qua i camerunensi, i buttadentro africani per i tanti parrucchieri in zona: più sotto gli indiani e poi botteghe di ogni sorta. Il Brady è un cinema; è un cineclub di quartiere, a modo suo d’essai.

Una sala che proietta “i bassifondi della cinematografia mondiale”, di proprietà di Jean-Pierre Mocky, eroe dalla filmografia anarcoide, già esponente della Novelle vague, un James Incandenza senza l’ossessione per le lenti ottiche ma ugualmente capace di sfornare tre pellicole all’anno, un artista pazzo per il cinema. Tant’è che dopo aver acquistato il Brady, ha pensato bene di aggiungerci una sala per far proiettare solo i suoi film.

Quel misterioso Amleto cubano: intervista a Tomas Milian

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Questo pezzo è apparso su alias – il manifesto.

“Tomas, non hai mai avuto il sospetto che Fellini pensasse a te, quando girò Toby Dammit?”
La mia domanda estemporanea lascia Milian interdetto.

Corpi neri menti bianche

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Uno dei libri più belli letti nel 2016, forse il più bello, è stato “Tra me e il mondo”, di Ta -Nehisi Coates. Mi è stato consigliato dopo una chiacchierata su The Birth of a Nation, il film di Nate Parker che racconta la vera storia di Nat Turner, uno schiavo nero, profondo conoscitore della Bibbia e fervente predicatore, che nella Virginia del 1831 guidò una rivolta sanguinosa e nel sangue soffocata.

Scrivere di cinema: Moonlight

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Jacopo Barbero

Il 26 febbraio scorso Moonlight ha vinto tre Oscar, incluso l’ambito premio per il miglior film, la cui consegna è stata però turbata da un erroneo scambio di buste, ormai già passato alla storia. Il regista Barry Jenkins, nei giorni successivi alla cerimonia, ha rivelato una parte del discorso che avrebbe recitato in caso la premiazione si fosse svolta in condizioni regolari: “Io e Tarell Alvin McCraney [l’autore dell’opera teatrale da cui il film è tratto, ndr] siamo questo ragazzo. Siamo Chiron.”

Ugo Tognazzi: il comico fisiologico

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Il 23 marzo 1922 nasceva a Cremona Ugo Tognazzi. Riproponiamo l’estratto da Hollywood sul Tevere. Storie scellerate di Giuseppe Sansonna a lui dedicato, ringraziando autore e editore.

Un giorno non meglio precisato del 1965, un trafelato Antonio Pietrangeli irrompe a casa di Ugo Tognazzi. Ha bisogno, in tempi brevissimi, di un suo cameo, a qualsiasi costo. Sta girando Io la conoscevo bene: la protagonista è una giovanissima Stefania Sandrelli, non ancora vedette, e i produttori gli hanno imposto la presenza nel cast di una star affermata. Qualcuno del calibro di Tognazzi. Che, però, è ormai così richiesto da essere già impegnato, in contemporanea, su ben due set. Non ha un minuto libero ma, da istintivo conoscitore di uomini, è affascinato da Pietrangeli. Gli riconosce uno sguardo sottile, capace di non cadere mai nella costruzione di facili macchiette, abbondanti invece anche dalle parti nobili della commedia all’italiana.

Essere diretto da lui, poco tempo prima, nel Magnifico cornuto lo ha esaltato e traumatizzato. Ripetere una scena anche quindici volte, perché ogni dettaglio sia perfetto, anche nei movimenti delle comparse sullo sfondo, è un metodo di lavoro deleterio per il temperamento dell’attore cremonese, per quanto gratificante possa rivelarsi il risultato finale.

Scrivere di cinema: Manchester by the sea

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di Marco Castelli

“I figure it’s okay” è una frase che fa parte dell’esperienza quotidiana: quando ci si allontana dall’auto nel dubbio se si abbia tirato il freno a mano, quando uscendo di casa ci si domanda se si siano spenti i fornelli. La società del rischio chiede di accettare questo compromesso delle probabilità, e si preferisce non pensare a quello che potrebbe capitare nel caso si formulasse una supposizione sbagliata. Manchester by the sea, sei candidature agli Oscar, vincitore di due statuette (migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista: stesse categorie vinte ai BAFTA) e prima grande distribuzione di una piattaforma di streaming (Amazon) ad arrivare sul tappeto rosso, prova invece a mettere a nudo questa fragilità con una raffigurazione sconcertante delle nostre debolezze.

La storia è quella d’un Giobbe moderno – Lee (Casey Affleck) – che rientra d’urgenza al suo villaggio natale dopo la morte del fratello Joe (Kyle Chandler), da tempo malato di cuore, per sistemare gli affari pendenti e cercare una sistemazione al nipote Patrick (Lucas Hedges), la cui madre Elise (Gretchen Mol) è stata allontanata dal figlio in quanto tossicomane. Da questo quadro tragico appare soprattutto un mondo congelato di relazioni e d’instabili equilibri ottenuti per sottrazione nel quale ogni personaggio prova a difendersi come può, tra la tensione del cambiamento – realizzato positivamente solo da Randi (Michelle Williams), ex-moglie del protagonista – ed i tentativi di resilienza al presente.

“Il padre d’Italia” di Fabio Mollo: la recensione

il padre d'italia fabio mollo

Da oggi è al cinema Il padre d’Italia di Fabio Mollo, con Isabella Ragonese e Luca Marinelli. Pubblichiamo la recensione di Giordano Meacci.

Il padre d’Italia di Fabio Mollo ci riguarda. Così come ci riguardano tutte le opere d’arte nel momento in cui si raccontano parlandoci di noi e del presente che stiamo vivendo.

Scrivere di cinema: Lion

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017 (fonte immagine). 

di Mariangela Carbone

 Con il suo esordio cinematografico Lion, il regista australiano Garth Davis decide di puntare in alto, cimentandosi nel racconto di una vicenda travagliata, ai limiti del (moderno) poema epico, tratta dall’autobiografia di Saroo Brierley, per ricordarci quanto le radici e la memoria siano importanti per formare la propria identità, perché – citando il nostro Pavese – nella terra in cui nasci c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Nel 1986 Saroo (Sunny Pawar) ha cinque anni e vive in un villaggio ai margini della società indiana con la madre, la sorellina ed il fratello Guddu, che adora e segue come un’ombra. Addormentatosi per sbaglio su un treno, viene catapultato a 1600 km da casa ed inghiottito dalla folla di Calcutta, dove nessuno parla la sua lingua.