Ho visto Marte e Venere sul treno

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Pubblichiamo un un racconto di Caterina Serra, autrice di Padreterno (Einaudi) ringraziando l’autrice e l’editore.

di Caterina Serra 

È mio e decido io, dice il bambino accanto a me sul treno che ci porta da Roma a Torino.

La bambina a cui si rivolge tiene all’orecchio la sua parte di auricolare, dividendola col fratello. Stessa musica, diversa possibilità di decisione. Quel DECIDO IO determina la scelta musicale, l’impossibilità di ascoltare insieme qualcosa che piaccia a tutti e due, l’adozione, o la naturale predisposizione – culturale, educativa, o genetica?, di un linguaggio che pone su due piani i due bellissimi bambini che, dio li benedica, avevano già capito tutto di come funziona. Funziona? La bambina, probabilmente abituata alla questione Io sono più forte di te, non val la pena discutere, meglio essere un po’ accomodante, cede la sua metà di auricolare, e si mette a giocare da sola.

Fai la brava, dice la mamma, sai che vuol sempre averla vinta lui. Si stanca subito, vedrai. Vuole solo farti vedere chi è più grande.

Se il Rex ci «parla» dei profughi

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Oggi, sabato 5 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia «prima» mondiale per la copia restaurata di «Amarcord» di Federico Fellini, che verrà proiettata a 40 anni dal premio Oscar vinto nel 1975. Pubblichiamo un intervento di Oscar Iarussi apparso su Tu non conosci il Sud – Gazzetta del Mezzogiorno

Il leggendario passaggio notturno del Rex al largo di Rimini in Amarcord (1973) di Federico Fellini conclude una sequenza iniziatasi in pieno giorno. È un’epifania «adriatica» della storia del cinema e dell’immaginario collettivo concepita sulla sponda del Tirreno. Il direttore della fotografia del film, Giuseppe Rotunno, ebbe a raccontare: «Il Rex fu girato dentro le piscine di Cinecittà. Invece l’imbarco per la serata del passaggio del Rex l’abbiamo girato a Fiumicino, stavamo girando un tramonto e gli ho detto: “Federico, abbiamo il sole dalla parte sbagliata! A Rimini non tramonta in mare” – “Sto qui per quello!”, mi ha risposto».

Musei, oltre la propaganda

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Questo articolo è apparso su la Repubblica (nella foto: il Parco Archeologico di Baratti e Populonia. Fonte).

Tutti parlano dei venti supermusei, e delle (per me assai discutibili) nomine dei superdirettori appena fatte. D’accordo: gli Uffizi, Brera, la Galleria Borghese o l’Archeologico di Napoli sono la punta di diamante del nostro patrimonio artistico: ma è bene ricordare che ne conservano una percentuale minima. Sono invece gli organi pregiati di un corpo le cui cellule sono le infinite, piccole istituzioni culturali che innervano la Penisola. E guardare alle microstorie del patrimonio significa trovare, lontano dai riflettori, storie di successo: buone pratiche del tutto trascurate dalla macchina politico-mediatica, ma non dai visitatori.

Non è vero che tutte le storie sono state raccontate

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All’inizio dell’estate, il Festival Letteraure di Roma mi ha chiesto di scrivere e leggere un testo a piazza del Campidoglio. Argomento: “cosa resta da fare alla letteratura”. Il reading si è svolto il 16 giugno del 2015 (insieme a me Edmund White, Daša Drndić, Lola Shoneyin). Condivido il testo del mio intervento con i lettori di m&m.

Che cosa resta da fare alla letteratura? È questa una domanda che sarebbe suonata forse meno urgente fino a venticinque anni fa, e che oggi accompagna i giorni di una nuova età dell’ansia. Il tempo in cui viviamo ci spiazza di continuo. Qualcuno si era illuso che il ventunesimo secolo sarebbe stato una crociera senza iceberg. Ci siamo fatti cogliere di sorpresa un’altra volta, distratti dall’orchestrina che suonava.

Il novecento aveva offerto delle lezioni anche terribili da cui credevamo di avere imparato molto, e si era chiuso lasciandoci in eredità delle promesse che alla prova dei fatti non hanno retto, e in certi casi si sono addirittura rivelate un rettilario per le solite uova fatali.

Catania: come cambia una città

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(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

Tra profilo pubblico e vita privata resta la letteratura

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Questo articolo è apparso su la Repubblica. (Fonte immagine)

Quando si parla di letteratura, spesso gli scrittori – soprattutto quelli dai trent’anni in su, gli immigrati digitali – tendono a essere nostalgici: vuoi mettere il piacere dell’odore della carta delle vecchie edizioni!, ah quel tempo in cui i dibattiti su un romanzo avevano un grande respiro!, e te lo ricordi quando si leggevano classici russi ad ogni angolo del parco…

Poi a un certo punto è arrivato internet – leggi: facebook – e niente è rimasto più lo stesso. Tutti hanno sempre in mano uno smartphone invece di un libro, bellissimi romanzi marciscono nei reparti polverosi di librerie sull’orlo del tracollo, nessuno riesce a concentrarsi per più di un paio di frasi di un racconto.

La moda in Galleria

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

(fonte immagine)

Tra i più miracolosi organismi artistici creati nella storia occidentale, la Galleria Borghese è scaturita dall’ispirata collaborazione tra arti, epoche e stili diversi. Il risultato è un contesto perfetto, in cui ogni aggiunta è una diminuzione. È per questo che – a Villa Borghese più che altrove – ogni mostra dev’essere necessaria.

La Questione Meridionale 2.0

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Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi […]

Come cucire un abito su misura per l’uomo invisibile?

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Non ero mai stato alla Milanesiana. E ringrazio Elisabetta Sgarbi per avermi invitato. Mi è stato chiesto di scrivere e leggere un breve testo sull’ossessione. Ho provato a farlo collegando il tema ai processi creativi. Condivido il testo con gli amici di minima&moralia. di Nicola Lagioia Nonostante il nostro mestiere sia lavorare con le parole, […]

La finestra sul mondo oggi pare una finestra sul cortile

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Questo articolo è uscito su Il Foglio. Ringraziamo la testata e l’autrice. (Fonte immagine)

di Mariarosa Mancuso

       Un censimento delle stranezze letterarie registra nel 2009 un libro di sole domande. Non un racconto, non una lista, 137 pagine fitte di interrogativi – andando a capo come si farebbe in un romanzo, quindi cercando l’effetto – sull’universo mondo. Lo aveva scritto un americano di nome Padgett Powell, per certificare la serietà dell’impresa si era messo sotto l’ala protettiva di Walt Whitman: ““Pensi che mi stupirei? Si stupisce la luce del giorno? o il codirosso mattiniero che cinguetta nel bosco? Mi stupisco io più di loro?” (i punti esclamativi di “O  Capitano! Mio Capitano!”, entrati nel pop con Robin Williams e “L’attimo fuggente” son niente al confronto).