Shakespeare 400. Ancora nella Tempesta

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(fonte immagine)

Nel quinto atto del «La Tempesta» il mago Prospero, giunto alla conclusione della sua macchinazione che lo porterà a suon di incantesimi a riottenere il ducato di Milano e far sposare la sua Miranda con il figlio del Re di Napoli, decide di abbandonare la magia. Spezza la verga con cui dà ordini agli spiriti e sotterra il suo amato libro degli incantesimi.

Con un’assonanza abbastanza semplice, diversi studiosi hanno voluto vedere in questo monologo l’addio di William Shakespeare al teatro. «La Tempesta» è infatti l’ultima opera del drammaturgo inglese, andata in scena per la prima volta la notte di Ognissanti del 1611, cinque anni prima della sua morte, il 23 aprile del 1616.

Tamburo

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Altri lo faranno meglio di me, con più competenza. Soprattutto chi l’ha conosciuto. Era solo per ricordare anche in questa sede Stefano Tamburini. Se ne andò trent’anni fa, in un imprecisato giorno di aprile del 1986. Spero di fare cosa gradita segnalando qualche link. Il primo – da Radio Radicale – è l’audio della trasmissione televisiva andata […]

Fidarsi del proprio istinto. Intervista a Luca Marinelli

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Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Rosario Sparti

Viso scavato, naso importante, grandi occhi luminosi. A guardarlo bene il volto di Luca Marinelli ha qualcosa di cartoonesco. Del resto il suo Cesare, corpo dolente di Non essere cattivo, richiamava alla mente certi personaggi di Andrea Pazienza. Ma con Lo chiamavano Jeeg Robot, film d’esordio di Gabriele Mainetti, l’attore può davvero indossare i panni del cattivo da fumetto, interpretando il ruolo dello Zingaro: un Joker di borgata, ossessionato dall’idea di diventare famoso su YouTube, che trascorre le giornate tra una rapina e il ricordo della sua partecipazione a “Buona Domenica”, finché non incappa in un ladruncolo dai misteriosi superpoteri che mette i bastoni tra le ruote alla sua resistibile ascesa al comando della mala capitolina.

Marinelli, classe 1984, gli regala follia, intensità e talento vocale, con un’interpretazione elettrizzante, pari a quelle che l’hanno imposto come uno degli attori italiani più camaleontici e completi della sua generazione.

Le sottoculture come modello per un futuro di comunità

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Questo pezzo è uscito su Che-Fare.

How a culture comes again, it was all here yesterday
And you swear it’s not a trend, doesn’t matter anyway

Nirvana, Aero Zeppelin, 1988

un addio con il rock
la foto di un cuore di carta un cuore fatto con un
manifesto per concerto appallottolato
sarebbe ora di mettersi il cuore in pace
con grande dispiacere di molti siamo di nuovo all’anno zero

Nanni Balestrini, Blackout (1979)

 

I.

Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per far sì che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Senza filtro

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Oggi, giovedì 10 marzo, alle 16 Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio3) e alle 21.30 presenta Senza filtro. Chi controlla l’informazione da Verso libri a Milano con Luca Sofri. Domani, venerdì 11 marzo, alle 17.30 presenta il libro alla Nuova Libreria Il Delfino di Pavia con Emmanuela Carbé. (Fonte immagine)

Diversi mesi fa un redattore di minima&moralia mi proponeva di contribuire a questo blog di approfondimento culturale con un articolo sull’informazione. Ne leggevo la mail sullo smartphone ma aspettavo di arrivare a casa per scrivergli bene da pc. Questa preferenza è uno degli indicatori più affidabili per datare la mia età digitale e insieme ad altre righe dello spettro elettromagnetico segnala la mia origine in un’Internet vicina nella cronologia ma ormai lontanissima negli usi e nella percezione.

La cultura della differenza come scusa per l’indifferenza

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica C’è stato un tempo in cui la cultura era uno strumento di emancipazione e di trasformazione sociale. Giuseppe Di Vittorio a quindici anni era ancora analfabeta. Quando capì che guidare una lega bracciantile in quelle condizioni significava brandire un’arma senza punta, si procurò un vocabolario. Oggi, possedere una cultura […]

Umberto Eco, un grande italiano

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È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero di Nicola Lagioia Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa? È questa una delle domande che più risuona nella testa dopo aver visto Francofonia di Aleksandr Sokurov, uscito in quel 2015 che (tra crisi greca, populismi, emergenza migranti, terrorismo, deficit democratico, mancanza di una seria leadership) ha mostrato più […]

Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico”

elio vittorini

Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Storia di un esercente d’essai

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di Gianmarco Di Traglia (fonte immagine)

“Gestire un monosala oggi è entusiasmante”.

Il 31 Gennaio scorso il cinema Alcazar di Roma ha chiuso i battenti, lasciando al Nuovo Sacher di Moretti il posto di unico monosala attivo. La città che un tempo era considerata “madre dei cinema”, la quale ha ospitato la prima sala cinematografica d’Italia, sembra non esser più all’altezza (negli ultimi anni sono stati chiusi circa 42 sale cinematografiche tra centro e periferia), sembra non reggere più il confronto con il glorioso passato.