La Magna Grecia in Campania, terza parte

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Matteo Nucci scritto per il Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima e qui la seconda parte.

VELIA. “Senza nascita è l’Essere e senza morte, / tutto intero, unigenito, immobile. E incompiuto / mai è stato o sarà, perché è tutto insieme adesso, / uno, continuo.” Oltre Acciaroli e Pioppi, paesi marinari amati da scrittori e poeti, la statale corre parallela al mare ma del mare si sente solo l’odore. Velia, l’antica Elea, è vicina e i versi di Parmenide, uno dei più grandi poeti filosofi dell’antichità, risuonano pieni di mistero, complessità, echi delle innumerevoli interpretazioni che i secoli hanno generato sul “filosofo dell’essere”.

La Magna Grecia in Campania, seconda parte

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(fonte immagine)

Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Matteo Nucci scritto per il Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte, nei prossimi giorni pubblicheremo la terza e ultima puntata.

PAESTUM. Basta costeggiare per un breve tratto il fiume Sele, l’antico Silarus. Nascoste dai canneti, piccole imbarcazioni di pescatori di anguille aspettano l’alba in un’atmosfera sospesa. I rumori dei campeggi nelle vicinanze scompaiono. Tra i campi bruciati, ronzio incessante e lontanissimi motori. In un attimo tutto è perduto. Tutto è come lo immaginarono sei secoli prima di Cristo. Raccontavano di Giasone e dei suoi compagni. Della celebre nave che prese il nome dal costruttore figlio di Arestore, Argo, e che dopo peripezie infinite tra il Mar Nero, l’Egeo, l’Adriatico, fiumi come il Danubio e l’Eridano (il Po), finì per ancorare proprio da queste parti. I cinquanta uomini di bordo, detti Argonauti, scesero a terra, lasciarono ben nascosto il vello d’oro (il sacro ariete alato) per cui erano partiti, e si misero a costruire un santuario in onore di Era Argiva.

La Magna Grecia in Campania, prima parte

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LACCO AMENO (Ischia). Arrivarono cantando i versi di Omero. Era il 770 a.C. e avevano navigato a lungo da Eretria e Calcide, le due principali città dell’Eubea, la lunga e sottile isola a est dell’Attica, ai greci oggi nota come Evia. L’isola in cui si fermarono, il primo insediamento di quella che sarebbe stata ribattezzata Megàle Hellàs, ossia Magna Grecia, la chiamarono Pitecussa e adesso è per tutti Ischia. Il ribollire di acque, fumi e fuochi sotterranei lì per lì non li spaventò. Li spinse piuttosto a celebrare. Del resto quel che desideravano, più di ogni altra cosa, era ricreare le abitudini della madrepatria. Unirsi a sedere attorno a un tavolo, assaporando a turno da una coppa la bevanda inventata da Dioniso, il nettare che sovvertiva la memoria e apriva lo spazio dell’eros. Dell’Iliade, infatti, cantavano soprattutto i versi magnifici ambientati nella tenda del vecchio Nestore in cui Patroclo entrò trafelato a chiedere notizie di un compagno ferito: “Prima l’ancella apparecchiò loro la tavola bella, ben levigata, coi piedi di smalto, quindi sopra ci mise un cesto di bronzo, con dentro cipolla, compagna del bere, e anche miele biondo, e farina d’orzo sacro, e una coppa bellissima, che il vecchio si portò da casa, tempestata di borchie d’oro; i manici della coppa erano quattro, e intorno a ciascuno saltabeccavano due colombe d’oro, e sotto c’era un duplice sostegno. La spostavano a fatica dalla tavola gli altri, quand’era piena, ma Nestore, il vecchio, senza sforzo l’alzava”.

Ho visto Marte e Venere sul treno

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Pubblichiamo un un racconto di Caterina Serra, autrice di Padreterno (Einaudi) ringraziando l’autrice e l’editore.

di Caterina Serra 

È mio e decido io, dice il bambino accanto a me sul treno che ci porta da Roma a Torino.

La bambina a cui si rivolge tiene all’orecchio la sua parte di auricolare, dividendola col fratello. Stessa musica, diversa possibilità di decisione. Quel DECIDO IO determina la scelta musicale, l’impossibilità di ascoltare insieme qualcosa che piaccia a tutti e due, l’adozione, o la naturale predisposizione – culturale, educativa, o genetica?, di un linguaggio che pone su due piani i due bellissimi bambini che, dio li benedica, avevano già capito tutto di come funziona. Funziona? La bambina, probabilmente abituata alla questione Io sono più forte di te, non val la pena discutere, meglio essere un po’ accomodante, cede la sua metà di auricolare, e si mette a giocare da sola.

Fai la brava, dice la mamma, sai che vuol sempre averla vinta lui. Si stanca subito, vedrai. Vuole solo farti vedere chi è più grande.

Se il Rex ci «parla» dei profughi

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Oggi, sabato 5 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia «prima» mondiale per la copia restaurata di «Amarcord» di Federico Fellini, che verrà proiettata a 40 anni dal premio Oscar vinto nel 1975. Pubblichiamo un intervento di Oscar Iarussi apparso su Tu non conosci il Sud – Gazzetta del Mezzogiorno

Il leggendario passaggio notturno del Rex al largo di Rimini in Amarcord (1973) di Federico Fellini conclude una sequenza iniziatasi in pieno giorno. È un’epifania «adriatica» della storia del cinema e dell’immaginario collettivo concepita sulla sponda del Tirreno. Il direttore della fotografia del film, Giuseppe Rotunno, ebbe a raccontare: «Il Rex fu girato dentro le piscine di Cinecittà. Invece l’imbarco per la serata del passaggio del Rex l’abbiamo girato a Fiumicino, stavamo girando un tramonto e gli ho detto: “Federico, abbiamo il sole dalla parte sbagliata! A Rimini non tramonta in mare” – “Sto qui per quello!”, mi ha risposto».

Musei, oltre la propaganda

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Questo articolo è apparso su la Repubblica (nella foto: il Parco Archeologico di Baratti e Populonia. Fonte).

Tutti parlano dei venti supermusei, e delle (per me assai discutibili) nomine dei superdirettori appena fatte. D’accordo: gli Uffizi, Brera, la Galleria Borghese o l’Archeologico di Napoli sono la punta di diamante del nostro patrimonio artistico: ma è bene ricordare che ne conservano una percentuale minima. Sono invece gli organi pregiati di un corpo le cui cellule sono le infinite, piccole istituzioni culturali che innervano la Penisola. E guardare alle microstorie del patrimonio significa trovare, lontano dai riflettori, storie di successo: buone pratiche del tutto trascurate dalla macchina politico-mediatica, ma non dai visitatori.

Non è vero che tutte le storie sono state raccontate

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All’inizio dell’estate, il Festival Letteraure di Roma mi ha chiesto di scrivere e leggere un testo a piazza del Campidoglio. Argomento: “cosa resta da fare alla letteratura”. Il reading si è svolto il 16 giugno del 2015 (insieme a me Edmund White, Daša Drndić, Lola Shoneyin). Condivido il testo del mio intervento con i lettori di m&m.

Che cosa resta da fare alla letteratura? È questa una domanda che sarebbe suonata forse meno urgente fino a venticinque anni fa, e che oggi accompagna i giorni di una nuova età dell’ansia. Il tempo in cui viviamo ci spiazza di continuo. Qualcuno si era illuso che il ventunesimo secolo sarebbe stato una crociera senza iceberg. Ci siamo fatti cogliere di sorpresa un’altra volta, distratti dall’orchestrina che suonava.

Il novecento aveva offerto delle lezioni anche terribili da cui credevamo di avere imparato molto, e si era chiuso lasciandoci in eredità delle promesse che alla prova dei fatti non hanno retto, e in certi casi si sono addirittura rivelate un rettilario per le solite uova fatali.

Catania: come cambia una città

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(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

Tra profilo pubblico e vita privata resta la letteratura

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Questo articolo è apparso su la Repubblica. (Fonte immagine)

Quando si parla di letteratura, spesso gli scrittori – soprattutto quelli dai trent’anni in su, gli immigrati digitali – tendono a essere nostalgici: vuoi mettere il piacere dell’odore della carta delle vecchie edizioni!, ah quel tempo in cui i dibattiti su un romanzo avevano un grande respiro!, e te lo ricordi quando si leggevano classici russi ad ogni angolo del parco…

Poi a un certo punto è arrivato internet – leggi: facebook – e niente è rimasto più lo stesso. Tutti hanno sempre in mano uno smartphone invece di un libro, bellissimi romanzi marciscono nei reparti polverosi di librerie sull’orlo del tracollo, nessuno riesce a concentrarsi per più di un paio di frasi di un racconto.

La moda in Galleria

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

(fonte immagine)

Tra i più miracolosi organismi artistici creati nella storia occidentale, la Galleria Borghese è scaturita dall’ispirata collaborazione tra arti, epoche e stili diversi. Il risultato è un contesto perfetto, in cui ogni aggiunta è una diminuzione. È per questo che – a Villa Borghese più che altrove – ogni mostra dev’essere necessaria.