I signori del cibo di Stefano Liberti: un estratto

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È in libreria per minimum fax I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, un’inchiesta di Stefano Liberti che segue la filiera di quattro prodotti alimentari: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. Pubblichiamo un estratto dal capitolo dedicato alla carne di maiale e vi segnaliamo che domani, giovedì 6 ottobre, alle 18 Stefano Liberti presenta il libro da Ibs-Libraccio a Roma con Giorgio Zanchini. (Foto di Stefano Liberti)

Il mattatoio più grande del mondo

I movimenti sono cadenzati, meccanici, ripetitivi. I maiali sono appesi a un gancio, che scorre lungo un nastro a velocità regolare. Gli uomini sono disposti lungo il nastro, a distanza fissa l’uno dall’altro. Hanno tute bianche, stivali di gomma, guanti, mascherine, cuffiette per i capelli. Tra loro sono indistinguibili: non fosse per le differenze di altezza, si direbbe un esercito di robot. In mano hanno gli strumenti di lavoro: chi un coltello, chi una mannaia, chi un gancio.

Nella Milano di “Teneri violenti”

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È uscito il 12 settembre per Einaudi Stile Libero Teneri violenti. Il libro racconta la storia di un redattore televisivo e della sua ossessione nostalgica, nata giorno per giorno all’interno di un programma per il quale si occupa di recuperare notizie da un archivio stampa. La vicenda è ambientata nella Milano di questi anni: ecco come il protagonista, uscito dal lavoro, attraversa la città, la descrive, per poi entrare ed uscire dalla quotidiana cerimonia dell’aperitivo.

di Ivan Carozzi

L’avevamo messa in cascina, l’avevamo portata a casa, come diceva Franco, un collega di redazione: un’altra settimana se n’era andata, insomma. La quinta da quando ero sotto contratto. E il week-end potevamo entrare in stand by, come diceva sempre Franco. Yes, week-end. L’arbitro ha fischiato. Ora di staccare, basta. Di staccare il cervello o la spina.

Avevo salvato un’ultima foto e me n’ero uscito. Relax. Via, per un aperitivo in piazzale Lavater. Mi aspettava una decina di ex compagni di lavoro, conosciuti in una produzione chiusa a maggio. Un po’ spietatamente, per verificare un mal comune mezzo gaudio, con impazienza ci saremmo chiesti di fronte a uno spritz: «E tu che fai ora? Stai lavorando?» Un traffico frequente di vecchi colleghi che si riproponevano per serate in pizzeria, rimpatriate, fino a quando i rapporti non si sfilacciavano del tutto: ci si perdeva di vista e capitava d’incontrarsi solo per caso.

87 ore di misericordia

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Questo pezzo è uscito su Misericordia, l’ultimo numero di Nuovi Argomenti. Tra i testi presenti, il diario di Enzo Bianchi e la sezione tematica curata da Chiara Valerio e Leonardo Colombati.

di Costanza Quatriglio

C’è una componente istintiva nel trovare il proprio posto, nel sapere dove mettersi, da quale punto di vista sciogliere ogni sforzo d’attenzione. Quando poi l’istinto si fa scelta, l’osservazione svela il suo aspetto politico, perché riguarda questo mondo e non un altro in cui la misericordia avvicina l’uomo a Dio. La misericordia avvicina l’uomo all’uomo, chi non soffre a chi soffre. Ecco perché Francesco Mastrogiovanni, nelle immagini delle videocamere di sorveglianza, è la massima espressione dell’altro che soffre; ecco perché la sua morte è connaturata allo sguardo di quelle videocamere. Ecco perché, più semplicemente, se Mastrogiovanni fosse stato guardato diversamente, oggi sarebbe vivo.

La sfida, nella realizzazione di 87 ore (1), è stata quella di assumere un punto di vista che allontani anziché avvicinare, che esprima, attraverso l’allontanamento, l’impossibilità di uno sguardo alternativo, costringendoci a stare dentro una realtà che esiste solo in quanto rappresentata attraverso un occhio che reifica ciò che filma al pari della contenzione meccanica effettuata ininterrottamente sul corpo di Francesco.

Un inedito di Arno Schmidt

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di Dario Borso

I profughi è un romanzo breve scritto da Arno Schmidt nel 1952 e ora da me tradotto per Quodlibet. Insieme a Paesaggio lacustre con Pocahontas (tradotto per Zandonai), di cui anticipa le soluzioni stilistiche mantenendo però un andamento più piano, esso chiude il ciclo aperto col Leviatano (tradotto per Mimesis), che aveva valso all’autore un prestigioso premio consegnatogli da Alfred Döblin.

Appunti da un bordello turco

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Dal nostro archivio, ripubblichiamo il racconto Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh, che dà il titolo alla raccolta con cui esordisce Racconti, casa editrice votata alla short story. La traduzione è di Stefano Friani (fonte immagine).

di Philip Ó Ceallaigh

Riuscii a portarla indietro nella mia stanza. Lei era bellissima. Non vedevo l’ora di darci dentro. «Quaranta milioni.» «Trenta.» «Ok. Subito.» «Dopo.» «Subito.» Nei film pagano sempre dopo. Ma quelli sono i film. Le diedi i suoi venti dollari, all’incirca trenta milioni di lire turche. Lei si fece un calcolo, poi mi fece segno che aveva bisogno di farsi una passeggiata per controllare che fossero soldi veri; per controllare se fossi nato ieri.

«Va bene, se non ti piacciono ridammeli» dissi io. Decise che le piacevano. Era tutto un giochetto da mimi – l’unica parola d’inglese che conosceva era money – finché non pronunciai il nome della città in cui stavamo e la indicai con il dito. «Azerbaigian» disse lei.Al che ci mettemmo a parlare in russo. Io parlo sette lingue. Sei male. Stando fuori casa s’imparano un sacco di cose. Con le puttane in Turchia ti serve il russo. Vengono tutte dai paesi ex-sovietici. Domanda e offerta.

Possibilmente il più innocente. Una lettera di Anna Maria Ortese

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Franz Haas, giovane studioso austriaco, approda a Napoli nell’autunno  1986 per insegnare all’Istituto Universitario Orientale. Porta con sé,  come guida spirituale per l’ingresso nella città Il mare non bagna Napoli. Poco prima, in un negozio della capitale aveva scoperto Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, che leggeva estasiato, ritenendolo giustamente un capolavoro, “un’opera d’arte di tale bellezza  come di rado mi è capitato (con Kafka forse)”. Una sera Haas – che  condivideva un appartamento con Andreas. F. Muller (coautore del libro Dadapolis) – invitò a cena Fabrizia Ramondino e la scrittrice raccontò che ad Anna Maria Ortese occorrevano alcune fotografie di una zona di Napoli, il Pallonetto di Santa Lucia, per la stesura di quello che sarebbe stato poi Il Cardillo addolorato.

Franz Haas si assume il compito di scattare le foto e scrive una lettera all’anziana scrittrice, offrendosi di consegnarle di persona, esprimendo al contempo la sua grande ammirazione per “Il porto di Toledo”, il romanzo per certi versi più sfortunato della Ortese. Lo studioso austriaco raggiunge i vicoli del Pallonetto e scatta le foto con una piccola Contax e intanto aspetta la risposta da Rapallo che non tarda di molto. Prende avvio così un rapporto di amicizia fraterna testimoniato da un libro di recente pubblicazione: Anna Maria Ortese, Possibilmente il più innocente, Lettere a Franz Haas (1990-1998), a cura di Francesco Rognoni e del destinatario, Sedizioni, pp. 191, euro 25.00.

di Anna Maria Ortese

Rapallo, 21 marzo 1990

Gentile Signor Haas, ho ricevuto la Sua lettera e La ringrazio molto della Sua stima e della Sua cortesia. Ma ringraziare è una parola povera, che adopero perché necessario così. In realtà, la Sua lettera mi  ha portato una emozione felice e infelice insieme, che non conosco più da tempo.

La vita felice di Elena Varvello: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Elena Varvello La vita felice, uscito per Einaudi. Ringraziamo l’autrice e la casa editrice.

Il momento giusto

di Elena Varvello

Quella notte mio padre aprí la porta della mia camera, si avvicinò e si chinò, toccandomi una spalla.
– In piedi, – disse sottovoce.
Rimasi immobile, con gli occhi chiusi.
– Ho detto in piedi.
– Che c’è, papà?
Lui sussurrò: – Devi venire.
Scostò il lenzuolo, mi cinse un polso, mi trascinò in cucina e poi fuori di casa. Provai a protestare, ma lui mi strattonò.
– Sta’ zitto e muoviti.

Attraversammo il prato, diretti verso il bosco. Nel cielo c’era soltanto un debole chiarore. Mio padre respirava a bocca aperta.

Disse qualcosa tra sé e sé. A un certo punto si fermò, schioccò la lingua due o tre volte, come un segnale, poi balbettò: – Adesso guardati un po’ intorno. Chi è stato a fare tutto questo?

I muscoli del capitano: avvistamenti

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Gli studenti dell’ottava edizione del master Il lavoro editoriale, organizzato dalla Scuola del libro, hanno concluso il loro percorso formativo con la diffusione di una antologia di racconti di giovani autori, selezionati in rete. Pubblichiamo di seguito la prefazione al libro, disponibile qui in formato elettronico.

Le navi hanno un loro linguaggio privato, condiviso con chi le abita e chi le avvista. Solo in seguito elargito, ma senza troppa confidenza, a chi le costruisce. O agli armatori da soggiorno, che le riproducono per infilarle in una bottiglia.

È un linguaggio intimo, di legno e sopravvivenza, pensato per definire nella confusione: le prime vele, tirate sull’asta di prua, si chiamano fiocco, contro fiocco, gran fiocco e trinchettina; l’albero Maestro ha invece un velaccio, un contro velaccio, una gabbia volante, una gabbia fissa e una vela Maestra, la più bassa.

Andrea Pazienza, Amore mio

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Questo testo è la prefazione al libro di storie brevi di Andrea Pazienza Amore mio, ottavo volume della nuova collana curata da Repubblica/Fandango(fonte immagine).

A un certo punto c’è Mario che viene mollato dalla fidanzata Cia per un musicista di nome Benka e allora chiama la madre (di Cia) e le dice: “Sua figlia va a letto con un drogato”. La madre gli risponde: “Mario, sei tu?” E Mario: “Sì, cioè no. Questa è una telefonata anonima. Sua figlia torna tardi la sera perché si droga e va con i drogati”. La storia si chiama Suite for Benka, l’ha disegnata Andrea Pazienza. È una delle decine di storie brevi che negli anni Ottanta pubblicava su Frigidaire, Il Male, Linus, Alter alter, Corto Maltese, Orient Express, forse qualche altra. Poi negli anni Novanta quasi tutte quelle riviste già non c’erano più. Nemmeno Andrea Pazienza c’era più. Per fortuna le storie sono rimaste.

Processo agli scorpioni

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Un anno fa ci lasciava Luca Rastello, giornalista e scrittore italiano tra i più decisivi e incisivi degli ultimi tempi. Di seguito pubblichiamo un capitolo dal libro Il presente come storia, uscito per le Edizioni dell’Asino, che ringraziamo (fonte immagine).

di Luca Rastello

Sarebbe bello se ogni catastrofe si annunciasse tra fiamme e squilli di tromba, con i segni distintivi dell’eccezionalità e dell’unicità. Ma non è così. Quando arriva, la catastofe, di solito si insinua senza farsi notare fra le pieghe della vita quotidiana, fra un battibecco sull’adeguatezza o meno degli abiti che indossi e il disagio per una battuta infelice pronunciata da una persona di cui avevi fiducia.

Così è la guerra: una cosa che scoppia mentre vai al mercato, mentre pensi a un datore di lavoro insensibile o a una frase memorabile da dire a un partner in amore, una cosa che cambierà la tua vita, l’idea stessa che hai di te stesso, i concetti fondamentali su cui hai basato la tua esistenza: cittadinanza, diritti, o cose più assurde come “Europa” o “Giustizia”, cambierà magari anche la geografia, le mappe del tuo continente, cancellerà città e vite umane, ma intanto si annuncia mimetizzata in un groviglio di eventi quotidiani e banali da cui è così difficile distinguerla. Eppure in quel momento inavvertito è segnato un punto di non ritorno per un’intera civiltà.