Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray

GRAY

La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1 […]

Il resto della tigre: un racconto di Raffaella R. Ferré

orlova-maria

di Raffaella R. Ferré

Molti anni fa è successa una cosa per cui si è sempre detto: mi ricordo che. Ma se il tempo si confonde è forse colpa del caldo, il trucco di tenere le cose vicino agli occhi mi riesce ancora: per questo tengo il passato nelle dita di una mano chiuse a pugno e nell’altra, ben aperta, le cinque soluzioni. Metterle in pratica resta una difficoltà, ma tant’è.

Questo è un modo: raccontarlo.
Questa è una storia: quella di Irene.
Che poi è la mia, ma alle volte funziona meglio darsi un altro nome, tra quelli che ti piacciono.

La stanza profonda

grimrock-2012-04-10-22-49-44-82

È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

~

… In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma…
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?

Quali cubi?

tubi

Questo racconto è apparso su Cattedrale.

di Elena Marinelli

Girai la chiave nel portone cinque o sei volte: scattava, ma non si apriva. Mentre premevo forte, sperando di riuscire a sbloccarla, evitare di rovistare nella borsa e incappare nei documenti freschi del divorzio, notai sotto la porta, ben incastrato, un numero vecchio di due settimane di Famiglia Cristiana con allegato il cedolino di rinnovo. Controllai il numero civico: era il 24, il mio. Mi piegai carponi, chiusi un occhio per prendere la mira e provai a infilare il tappo di una penna.

«Volete un coltello?», mi interruppe una voce stridula e un po’ rauca, graffiata sul fondo, come di chi non parla da ore. Una signora anziana, con le mani nelle tasche, mi guardava fisso, pulendosi la bocca da qualche briciola di pane. Aveva gli occhi chiari e i capelli bianchi e soffici, una piega sulla fronte nascondeva le rughe più alte. Ci mise qualche secondo per farmi un sorriso.

«È mia. Il postino è nuovo. Lo cambiano ogni sei mesi, ormai. Deve essere questo fatto dei giovani.

La dieta, un racconto

giacometti

di Francesca Serafini

Quando, più o meno un anno fa, i ragazzi del Collettivo Famelico di Andria mi chiesero un racconto per un’antologia sul tema della fame (che sarebbe poi uscita con l’editore Esemble col titolo Racconti famelici e la curatela di Micaela Di Trani) il mio pensiero costante – così come quello di Giordano Meacci e degli altri della Banda Caligari – era sostenere l’impegno di Valerio Mastandrea, almeno nella vicinanza affettiva, nel trovare le risorse per produrre Non essere cattivo. In quei giorni i medici che seguivano Claudio Caligari avevano ridotto a pochi mesi le sue speranze di vita, e questo lo aveva reso ancora più affamato, appunto, nel desiderio di realizzare il suo film. Ogni tanto tra noi si parlava con le battute di Cesare e di Vittorio, lasciando che la vitalità dei due amici ci contagiasse: era così che bisognava combattere la malattia. Quei due ci abitavano, erano sempre con noi in tutte le cose che intanto continuavamo a fare. E allora, quando al dunque si trattò di scrivere questo racconto, non sapevo come muovermi.

Per tutti quelli che ci hanno lavorato, Non essere cattivo stabilisce un prima e un dopo. Qualcosa che segna. E io sapevo che era necessario spostarmi lontanissimo. Alle prese con una specie di nuova alfabetizzazione letteraria in cui dovevo dimostrarmi di poter vivere anche senza Cesare e Vittorio: senza la lingua di quei due fratelli di vita, che poi avrebbero conosciuto tutti nelle immagini del Maestro e la carne e il sangue di Luca Marinelli e di Alessandro Borghi. Sono nati così i personaggi di “La dieta”: per contrasto. E la sua protagonista ellittica. Anche lei – solo lei – in qualche modo della Banda Caligari.

La dieta

C’era – nel modo in cui muoveva la testa, nell’ingranaggio delle scapole ad allungare il collo nella camminata – una fierezza che eravamo determinati a spezzare. Bisognava ricordarle da dove veniva. E quel compito spettava a noi: questo ci era apparso chiaro fin dal giorno in cui entrò in classe per la prima volta, anche se ancora non sapevamo come ci saremmo riusciti.

Beatrix Kiddo era un tipo coraggioso

3 (2)

Su un foglio scrive

– andare a comprare il latte

– andare a comprare i cereali integrali

– andare alla festa per l’anniversario

– cercare provviste tra le macerie di un disastro nucleare, essere costretta a sottrarre cibo a qualcuno un po’ meno svelto, magari non avere voglia di aiutare un vecchio. Dover decidere se finire o no qualcuno che agonizza sul marciapiede, qualcuno a cui sta venendo via la pelle dalle ossa a pezzettoni grossi

poi infila il cappotto, spinge il foglio giù per una tasca e va alla Coop. Tutto è ordinato sugli scaffali, entra, arraffa, paga ed esce in 7 minuti totali, ci sono molti vecchi ma per fortuna hanno le badanti. Esegue ogni operazione soltanto con una mano perché con l’altra stringe la pallina di carta nella tasca e, comunque, non è nemmeno del tutto infelice poiché si allena per quando perderà un braccio a causa delle esplosioni o delle le mine o del cancro alle ossa, e infatti lo fa alternando la destra e la sinistra, giacché non è possibile indovinare il destino: quel giorno sarà pronta e ambidestra. Anzi, per completezza avrebbe dovuto scrivere anche Cancro alle ossa.

Un racconto dal nuovo numero di effe

ADecristofaro

«Se raccogliessimo le storie e le intuizioni delle donne che scrivono oggi e in Italia, che cosa leggeremmo?».

Undici autrici italiane accompagnate da undici illustratrici della scena creativa internazionale hanno interpretato il quesito e dato la loro personale risposta con i propri racconti.

Susanna, di Costanza Masi, è uno di questi e lo trovate all’interno del quarto volume di effe – Periodico di Altre Narratività (da qualche giorno disponibile anche in eBook), il semestrale di narrativa inedita e illustrata ideato da Flanerí, in collaborazione con lo Studio editoriale 42Linee.

All’interno del volume anche Carla Vasio, Mari Accardi, Carolina Crespi, Francesca Romana D’Antuono, Margherita Ferrari, Maddalena Francavilla, Marzia Grillo, Alessandra Minervini, Giulia Orlando e Beatrice Serini.

Susanna

di Costanza Masi

illustrazione di Alessandra De Cristofaro

Lo scorso luglio ho ricevuto una telefonata: «Ciao, ho avuto il tuo recapito da Giorgio V., ti andrebbe di venire a fare un colloquio domani?»

«Certo» rispondo io, anche se non ho la minima idea di che cosa si tratti.

Succede ormai da circa due anni a questa parte: qualcuno gira il mio numero a qualcun altro che a sua volta lo gira a qualcun altro ancora. Mi chiamano più o meno ogni sei mesi, il tempo di una sostituzione di maternità.

Come Werner Herzog

ettore_mazza

Questo racconto di Tiziana Lo Porto è stato pubblicato nel blog Coccodrilli dal cilindro ideato e gestito da Silvia Cannarsa, Norma Rosso, Nicolas Lozito e Alessandro Lusitani, studenti della Scuola Holden di Torino. L’illustrazione è di Ettore Mazza.

C’è mia sorella che mi chiede: se potessi scegliere una persona, una tra tutte, chi intervisteresti? Werner Herzog dico subito. Dice ok e non mi chiede perché.

Qualche mese dopo leggo da qualche parte che Herzog verrà in Italia a passare quattro giorni nelle Langhe, a guardare i paesaggi e a fare una lezione sui paesaggi. Provo a sentire se lo posso intervistare. No, mi dicono, fa solo un’intervista ed è già concordata con un altro. E allora chiedo: posso stare lì a guardare i paesaggi con lui? Inaspettatamente mi dicono di sì. Così vado a guardare i paesaggi con Werner Herzog.

Tre milioni di CFU

9967315064_912f1acb75_o

di Marianna Crasto

Un giorno avevamo trent’anni e il giorno dopo ne abbiamo settantacinque, e quel giorno-dopo è oggi. Il contorno netto delle iridi si è sciolto nei bulbi grigiolatte e anche tu hai perso sguardi intensi in favore di un glaucoma non ancora invalidante. Tentiamo di mettere a fuoco, al meglio delle nostre possibilità, i ragazzi alle prese con il primo alloro accademico.
Siamo alla sedicesima cerimonia di laurea.
Nei gruppi di facoltà su Facebook scrivono che dovremmo abbandonare le corone dalle grandi foglie intrecciate e iniziare a considerare quelle da cerimonia funebre. A decine cliccano mi piace, poi arrivo io a scrivere LOL e spariscono.
Alla prima laurea non avevo sulle mani le macchie scure da accumulo di melanina. C’è una foto: mia madre e mio padre guardano in due direzioni diverse, le mie sorelle gesticolano a qualcuno fuori campo e sono sfocate, tu mi stringi la vita e guardi in camera, io bevo spumante da un calice di plastica col gomito alzato. Quel pomeriggio postai la foto su Instagram con la didascalia LOL, ma oggi me ne contestano l’uso.

Il B&B del raccapriccio

locataire

di Luca Ricci 

Ho aperto un B&B, come tutti.

Così, nell’estate in cui la Troika ha finito di demolire la chimera della casa comune europea, io apro il mio appartamento a una comitiva di americani, al solo scopo di spillare loro un po’ di soldi, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato, il più florido del paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Gli americani vogliono fare il giro della casa, valutare le stanze una per una, e io nel mio inglese un po’ arrangiato – arrangiato almeno quanto tutto il resto – cerco di illustrare, di spiegare (che dio benedica le dispense di Peter Sloan).