Il Sogno di Nietzsche: il capolavoro messo in scena dai Coltorti

nietz

di Chiara Babuin e Adriano Ercolani

Il Sogno di Nietzsche: il capolavoro messo in scena dai Coltorti.
Non esiste figura più indegna di rispetto di chi manipola il pensiero di Friedrich Nietzsche, una delle menti più alte e abissali della storia della filosofia, forzandolo a letture biecamente fascistoidi.

O meglio, a ben pensarci, qualcosa di peggio esiste: coloro che ne fanno un fautore dell’immoralismo tout court, che lo erigono a emblema di una visione egotica e rapace dell’esistenza, quasi fosse un profeta dell’edonismo pseudolibertario che domina e intorpidisce le coscienze in questa fase decadente del capitalismo.

Simone Weil in due nuovi libri

1simone

La matematica costituì un campo di riflessione importante per Simone Weil. La filosofa è cresciuta con il fratello André, di tre anni più grande, che fin da ragazzo dimostrò una stupefacente familiarità con la matematica, tanto che diventò uno dei grandi di questa scienza (si veda il vertiginoso Teoria dei numeri o il più personale Ricordi di un apprendistato), e tale legame fraterno rimase intatto per tutta la vita perché, seppure ovviamente dissimili per personalità e impressioni sul mondo, i due restarono uniti sino alla tragica morte della sorella.

Le relazioni tra gli uomini. Esquirol e Byung Chul-Han

cristian-newman-85107-unsplash

(fonte immagine)

«Il vuoto o il nulla del buddhismo zen non è dunque una semplice negazione dei fenomeni, o una forma di nichilismo o di scetticismo. Rappresenta piuttosto un’estrema affermazione dell’essere. Soltanto la delimitazione propria della sostanza, che crea tensioni oppositive, è negata. L’apertura, la gentilezza del vuoto significa anche che l’ente di volta in volta presente non solo è “nel” mondo, ma che nel suo fondo è il mondo, che nel suo strato profondo respira le altre cose o procura loro lo spazio di soggiorno. Così in una cosa abita il mondo intero». Questo scrive Byung Chul-Han in un passaggio particolarmente illuminante del suo nuovo libro tradotto in italiano da Vittorio Tamaro ed edito sempre da Nottetempo Filosofia del buddhismo zen: sembra che il fine del filosofo coreano in questa sua nuova riflessione, sia quello di mostrare, attraverso un confronto con la tradizione filosofica occidentale, le peculiarità e lo spessore del buddismo zen come chiave di lettura per la nostra contemporaneità.

1965. Una nota su Jackson Frank e la parola “Outsider”

watch it

Una riflessione sulla figura retorica dell`Outsider e sulla vita e la musica di Jackson Frank

L’angelo della storia: Walter Benjamin e Hannah Arendt

hannah-arendt

Proseguiamo questa giornata dedicata a Walter Benjamin con un pezzo di Matteo Moca: una recensione di L’angelo della storia, uscito per La Giuntina, di Benjamin – Arendt.

L’esistenza di Walter Benjamin è sempre stata segnata dalla sofferenza; nacque da una famiglia ricca ma fu costretto a guadagnarsi da vivere sempre con più difficoltà, tentò di accedere al mondo accademico (con una strepitosa dissertazione che è diventato poi il volume Il dramma barocco tedesco) ma da esso fu respinto perché non adatto (già allora si commettevano grossi errori) e infine morì suicida in maniera amaramente rocambolesca a Port Bou durante la fuga dalle persecuzioni naziste, quando il giorno dopo arrivò ai suoi compagni di viaggio il lasciapassare per continuare il viaggio. Giulio Busi su Il Sole 24 Ore lo ha definito con una formula particolarmente calzante «spiritello maligno», un uomo che nella sua vita è riuscito a «ingarbugliare anche le situazione più semplici», mosso da una «umana inadeguatezza».

Tecniche di esposizione. L’attualità di Walter Benjamin

walter_benjamin

Se c’è un saggio novecentesco dalla attualità impressionante sul quale continuare a interrogarsi con urgenza è senza dubbio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin.

Un testo relativamente breve ma densissimo di riflessioni tuttora illuminanti, dalla vita editoriale complessa e frastagliata: ne esistono cinque versioni(dal settembre 1935 all’agosto 1936, poi corrette e integrate fino al 1939-40) delle quali quattro in tedesco e una in francese, l’unica pubblicata in vita dell’autore sulla rivista della Scuola di Francoforte, tradotta dal giovane Pierre Klossowski, ma rinnegata da Benjamin per i tagli operati sul testo, senza il suo consenso, da Max Horkheimer.

A Cover Story. Walter Benjamin e la ripetizione

watch it

di Massimo Palma

«Sul palco Like a Rolling Stone poteva sembrare più lunga ogni volta che l’ascoltavi, come se la lotta non consistesse più nel raggiungere la canzone, ma nel fuggirla». O ancora: è emozionante «vedere la canzone che canta se stessa, anche se, mentre lo fa, allude soltanto a quello che Dylan ne fece una volta». Sono alcuni frammenti del discorso amoroso di Greil Marcus su Bob Dylan e il suo pezzo-simbolo. Quando si tratta di mettere a punto la storia postuma del brano leggendario del 1965, Marcus parte dall’incapacità di Dylan di farne una versione simile all’originale. Dal suo fuggire il Rolling Stone. Dal fatto che sia proprio la canzone a sfuggirgli, a scappare. Decenni dopo, dopo averla lasciata agli interpreti, dopo averla eseguita centinaia di volte nel Neverending Tour, allo spettatore capita di vedere Dylan cantare«la canzone come se non appartenesse più a nessuno».

Dal problema del male alla questione della punteggiatura. Una veramente lunghissima intervista a Walter Siti.

Festival delle Letterature i finalisti del Premio Strega

Di Christian Raimo Allora, scusami c’è del rumore, perché sta arrivando il monsone qui a Roma. Sento un bambino. No, è una povera gatta che ha paura dei tuoni. Io partirei più che da una domanda, da una meta-domanda. Questa sarà l’ennesima intervista che subisci prima dello Strega, dopo lo Strega. Ti chiedevo se non […]

Nei luoghi di Aristotele, dove è nato il senso critico

arist

Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

ATENE. Basta uscire di poche decine di metri dal traffico di Vassilissis Sofias, alle pendici del Licabetto, su una bella strada chiamata Rigillis. Oltre il cancello aperto da soli due anni, l’improvvisa quiete, fra odori di timo e rosmarino, introduce a una dimensione senza tempo.

Passeggiare è la parola d’ordine. Peripatein dicevano gli antichi. E fu qui, nel 335 a.C. che Aristotele cominciò a spingere i suoi studenti a rendere quel gesto uno stato d’animo capace di diventare simbolo. Cosa accadeva passeggiando attorno al ginnasio di Apollo Licio potremmo dirlo in una parola.

La crisi la paghino i critici. Appunti su Reinhart Koselleck

koselleck

Il volume più rattoppato tra quelli che conservo sui miei scaffali è ridotto così male che se ne vengono via le pagine, e mi tocca ricorrere al nastro adesivo, ogni volta, per tentare di restituire al piccolo malloppo di carta quella forma che, da tempo, non ha più. Quel libro, o ciò che ne resta, è di Reinhart Koselleck, influente storico dei concetti politici scomparso nel febbraio di undici anni fa, e fu tradotto in italiano dal Mulino nel 1972, con il titolo di Critica illuminista e crisi della società borghese, ma l’originale tedesco del 1959 conservava un’altra pregnanza semantica: Kritik und Krise. Ein Beitrag zur Pathogenese der bürgerlichen Welt. Con “patogenesi del mondo borghese”, l’autore intendeva riferirsi alla tara ereditaria che, fin dagli esordi, la società contemporanea porterebbe con sé.