Che cosa abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?

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di Raffaele Alberto Ventura In principio era un sito Internet intitolato “La filosofia e i suoi eroi”. Nei primi anni Duemila, chi cercasse in rete informazioni su Platone o Aristotele poteva facilmente imbattersi in queste pagine redatte da uno studente torinese di nome Diego Fusaro. Il sito era una galleria di santini animata da una […]

Torna Aristippo, il filosofo del piacere

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Per gli antichi greci più che la filosofia esisteva il filosofare. Un’azione, anzi una pratica, subito chiara nel significato originario del verbo: amare (philein) la sapienza, la saggezza (sophia). Il filosofo, dunque, non aveva nulla a che vedere con il tipo umano a cui siamo abituati. Come il medico, egli era dedito a una terapia, terapia non del corpo ma dell’anima. Soprattutto dopo la grandiosa riflessione filosofica tedesca dei secoli XVIII e XIX , noi identifichiamo il filosofo in un uomo immerso nella ricerca teoretica, chino sui libri, sempre alle prese con domande circa il senso dell’essere. Nell’antichità invece la pratica di chi era in cerca di saggezza possedeva un carattere immediatamente vitale, per nulla estraneo alla quotidianità. Il fine della conoscenza consisteva in qualcosa di molto semplice e comune a tutti gli esseri umani: raggiungere la felicità. Come vivere bene la nostra breve vita? Come essere felici?

Buon compleanno Kant!

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Ieri era il duecentonovantesimo compleanno di Immanuel Kant. Auguri in puntuale ritardo. Ripubblichiamo qui un’intervista ad Emilio Garroni realizzata nel 2004 e un po’ troppo densa per un giornale generalista; alla fine fu pubblicata dall’Indipendente, allora diretto da Antonio Galdo, dopo la morte del filosofo romano, nel 2005.

di Bruno Giurato

Chi era poi questo Kant? Razionalista o empirista? Liquidatore della metafisica o nostalgico dell’”a priori”? Forse è stato il filosofo che ha saputo indagare criticamente la radice di istanze opposte, e che l’ha trovata nell’esperienza estetica. Cercare la necessità guardando-attraverso un oggetto contingente, mutevole, al limite insensato come un’opera d’arte. Tentare di afferrare (rischiosamente e mai definitivamente) il momento in cui sentiamo di appartenere un comune sentire aperto a tutti gli uomini. Questi temi riguardano solo l’arte e la riflessione sull’arte o hanno una rilevanza filosofica piena?

Il linguaggio viaggia nelle costellazioni

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Pubblichiamo un articolo di Marco Pacioni uscito sul manifesto.

di Marco Pacioni

Se c’è un pensatore che riesce a tenere fisso il pensiero simultaneamente a cose diverse, o a svolgere una cosa fin dove questa si lega ad altre svelando che tutte erano in realtà già insieme, questo pensatore è Walter Benjamin. Tale disposizione si potrebbe anche definire come la capacità di collegare fenomeni disparati o viceversa di distinguere dentro quelli che appaiono unitari diverse componenti. Qualità rarissima quella di Benjamin nella storia del pensiero dove molti filosofi nello sforzo di trovare l’unico, l’origine, l’essenza e il fine sovente perdono di vista le articolazioni, i contesti, il respiro stesso del pensiero. Anche per questa straordinaria capacità di stabilire collegamenti Benjamin è in senso profondo il pensatore della «costellazione». Parola che lui stesso trasforma in concetto filosofico. Benjamin di-vide, non tanto in senso analitico, ma nel senso che vede o percepisce un fenomeno almeno due volte nello stesso tempo. Un po’ come avviene nella scena di una delle immagini più note che si associano a lui e cioè l’angelo di Paul Klee – per Benjamin l’angelo della storia – che guarda alle sue spalle mentre è trasportato in avanti dalla tempesta.

Simone Weil è il più grande filosofo del Novecento

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Il 3 febbraio del 1909 nasceva a Parigi Simone Weil. Pubblichiamo un articolo di Alfonso Berardinelli apparso sul Foglio e vi invitiamo a leggere un pezzo di Nicola Lagioia uscito su Orwell e su minima&moralia nel 2012.

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Franco Rella: il filosofo che ha restituito all’Io maschile un corpo

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Ci sono molte ragioni per rallegrarsi della ristampa del libro del filosofo Franco Rella, Ai confini del corpo (Garzanti 2012). Alcune è l’autore stesso a indicarle: una politica che ha volutamente invaso lo spazio che sta sul limite dell’inizio-vita e quello ancora più sottile che lo separa dalla morte; la presenza sempre meno eludibile intorno a noi di “soggetti, persone, corpi con il loro carico di dolore”; l’evidenza che “non esiste una questione del corpo disgiunta dalla questione del potere”.

Per chi ha seguito con continuità il suo percorso singolare, si tratta semplicemente di riconoscere a Rella il merito di avere aperto al pensiero nuove strade possibili, portando il soggetto a conoscersi e ad avvicinarsi un po’ di più alla verità del proprio essere. Se siamo capaci di guardare dentro noi stessi e il mondo, non è difficile accorgersi che la noia − come scrive Proust − “è un panno caldo e grigio rivestito all’interno di una seta dai colori più smargianti”, che nel rovescio abitualmente invisibile di un ordine dato si possono fare scoperte illimitate. Da una ricerca che vuole restare dentro l’ambito della filosofia, a riparazione della “censura” che essa ha operato storicamente sull’esperienza corporea, nasce tuttavia anche un’idea diversa della politica − la persona al posto del cittadino − e la costruzione di un’antropologia capace di ripensare e modificare il rapporto di potere tra i sessi.

L’insurrezione è un’arte

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Novanta anni fa, il 21 gennaio 1924, moriva Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin. Per ricordarlo abbiamo pensato di citare un suo famoso scritto del 1917 e un ricordo che Slavoj Žižek – studioso di Lenin e autore tra gli altri del bello ma introvabile Tredici volte Lenin, pubblicato da Feltrinelli nel 2003 – dedicò a […]

Ricordando Arthur Danto

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Il 25 ottobre è morto il critico d’arte Arthur Danto. Lo ricordiamo con un’intervista di Giuliano Battiston uscita nel 2007 sul manifesto. (Fonte immagine)

New York, 1917. Un uomo passeggia per la 5th Avenue, entra in un negozio di sanitari e compra un orinatoio, che candida poi anonimamente, a firma “R. Mutt 1917”, alla prima esposizione che la Society of Indipendent Artists organizza al Grand Central Palace di New York. L’opera, Fountain, non viene accettata, e si scopre che l’autore anonimo è uno dei fondatori della società, Marcel Duchamp. Perché la commissione giudicatrice non ha accettato la scultura, ritenendola un semplice orinatoio? E perché, oggi, invece di un orinatoio noi “riconosciamo” Fountain? Più in generale, se osserviamo due oggetti che hanno le stesse proprietà materiali e che dunque appaiono indiscernibili dal punto di vista percettivo, cosa ci permette di stabilire che uno è un oggetto ordinario mentre l’altro è un’opera d’arte? Perché, ad esempio, la scatola di spugnette abrasive esposta nel 1964 alla Stable Gallery di New York da Andy Warhol con il titolo Brillo Box è considerata un’opera d’arte mentre il suo corrispettivo negli scaffali dei supermercati – Brillo Box – è destinato soltanto alle cucine degli americani?

La reazione sorpresa di un razionalista: Odifreddi dà le sue controrisposte nel merito delle questioni storiche

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Pochi minuti fa Piergiorgio Odifreddi ha postato un commento al post precedente di Christian Raimo che indirettamente (rispondendo a Quit the Doner) lo chiamava molto direttamente in causa. Ci è parso giusto dare a questo lungo commento la dignità di un post a se stante.

di Piergiorgio Odifreddi

Se posso permettermi di aggiungere un’altra matrioska a questa vicenda, provo a rispondere ad alcune delle sue obiezioni. almeno per quanto posso farlo indirettamente, visto che lei non critica direttamente le cose che ho detto io, ma quelle che Quit the Doner ha detto su ciò che è stato detto di me.

1) Molto semplicemente, non sono scettico sull’olocausto in generale, e sulle camere a gas in particolare, né lo sono mai stato. e, tra l’altro, con tutto ciò che ho scritto nel corso degli anni, confesso onestamente che mi pare improbabile anche solo poter credere che lo fossi.

tanto per citare qualcosa di recente, questo mio post, di poco precedente quelli incriminati può essere compatibile con le idee di un negazionista e, addirittura, un filonazista?

Stragi di migranti, femminicidio, negazionismo: come David Foster Wallace mi ha aiutato a superare l’ansia da dibattito mediatico

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Ieri a Viterbo, in un festival di teatro internazionale, che si chiama Quartieri dell’Arte, la Volksbuehne di Berlino, cioè uno dei più importanti teatri d’Europa (il luogo in cui hanno lavorato da Ernst Lubitsch e Heiner Mueller fino a Frank Castorp e Dimitr Gotscheff – morto proprio due giorni fa, dopo una terribile malattia velocissima), ha portato in scena una drammaturgia di Ivan Pantaleev tratta da due testi di David Foster Wallace, il saggio “Considera l’aragosta” e una delle “Brevi interviste ad uomini schifosi”. Lo spettacolo si svolgeva in una meravigliosa sala di Palazzo dei Priori: un solo attore in scena, Samuel Finzi, recitava un monologo con uno stile a metà tra lo stand-up comedian e il retore brechtiano.