Contrada Tripoli 2011-2017 – Arrivederci su Tatooine

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di Marco MontanaroGabriele Fanelli

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo,per vedere cosa resta di quell’esperienza. Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico.

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Capita a certi spiriti inquieti, o anche solo avventurosi. Lo sguardo coglie un particolare, meglio se insignificante – un coagulo di saliva nell’angolo della bocca, dei riccioli neri che si arruffano lunghi sulla nuca – e la realtà si rovescia nel suo contrario, nel mondo di sotto.

Il dettaglio che svela l’assurdo, insomma, e che in un certo senso nobilita o anche solo distrae la maggioranza di noi, costretta in vite ordinarie.

Capita più raramente, di contro, che tutto il contesto si faccia straordinario. Senza alcun preavviso. Ci troviamo a vivere un’avventura, tanto più intensa quanto circoscritta nel tempo – ed è allora che i dettagli, quegli stessi banali dettagli che in genere rivelano l’assurdo, ci ancorano adesso a uno spaziotempo ordinario, lo stesso cui poi, finito l’evento straordinario, faremo ritorno.

Orientalismo. Arthur Rimbaud a Java e Luigi Ontani a Bali

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Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo (fonte immagine)

La mia percezione di Bali è stata scossa dalla lettura di un libro notevole di qualche anno fa scritto da Lawrence Osborne e intitolato “Il turista nudo” (Adelphi). Lo scrittore inglese definisce l’isola una “Disneyland indù” e spiega come l’immagine di una “Bali magica”, perla di antico induismo giavanese sopravvissuta all’islamizzazione, sia un “artificio coloniale” nato nel corso del novecento per opera di artisti e antropologi: in prima linea Walter Spies, Margaret Mead e Gregory Bateson, ma anche Clifford Geertz e numerosi altri.

Al di là delle discoteche di Kuta, Bali è un luogo così pregno di sacralità e cultura fuori dal tempo, che per l’occidentale di passaggio è difficile credere che tutta quell’arte, ritualità, sensibilità estetica diffusa, siano solo il prodotto di una tradizione reinventata sulla scia dell’esotismo dei personaggi su citati.

“Europa. What else?” Fotografia e identità europea a Rotterdam

1_Henri Cartier-Bresson-Magnum Photos, Domenica sulla riva della Senna (1938)

La mostra Europa. What Else?, al Nederlands Fotomuseum di Rotterdam, attraverso un allestimento sobrio ma originale riflette su un tema di scottante attualità come l’identità culturale del continente, sottoposta oggi a enormi spinte centrifughe. Sotto il cappello di un titolo prelevato ironicamente da una famosa campagna pubblicitaria, infatti, le tre serie fotografiche presentate e messe in relazione reciproca (Les Européens di Henri Cartier-Bresson; NATION di Otto Snoek e Parliaments of the European Union di Nico Bick) suggeriscono un percorso mentale non banale lungo la difficile e traumatica storia collettiva del Novecento europeo, le sue celebrazioni civili e le architetture politiche (gli spazi dei singoli Parlamenti nazionali).

Wolfgang Tillmans, i ricordi di un mondo a venire

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di Leonardo Merlini

“Il 1980 è tanto lontano da noi quanto lo era, nel 1980, la fine della Seconda guerra mondiale”. Dice più o meno così una scritta parte dell’opera Time Mirrored 3, esposta nell’ultima sala, la numero 14, della mostra di Wolfgang Tillmans alla Tate Modern. Lo dice con falsa noncuranza, con una sorta di grazia infantile, con quella abilità costruttiva del contesto che mi fa pensare a uno scrittore come Ben Lerner e al suo modo sublime di ingannarci (chissà se amorevolmente) sul senso del tempo e della narrazione in un romanzo come Nel mondo a venire, un libro nel quale molto ruota intorno a un’idea del genere: se conservi un chiaro ricordo di qualcosa vuol dire che non è mai successo.

Di cinema, luce e fotografia. Intervista a Luca Bigazzi

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Rosario Sparti intervista Luca Bigazzi, direttore della fotografia di Paolo Sorrentino e di alcuni dei film più celebri del cinema italiano. Questa intervista è uscita, in forma ridotta, sul Mucchio.

di Rosario Sparti

Sette David di Donatello e 6 Nastri d’Argento vinti in carriera, alter ego fotografico prima di Silvio Soldini, poi di Gianni Amelio e oggi di Paolo Sorrentino, Luca Bigazzi non ha bisogno di presentazioni: è semplicemente il direttore della fotografia più rilevante del cinema italiano contemporaneo.

Un sedicesimo: cieli dal collezione

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Ha collezionato cieli come antidoto contro la malinconia. E adesso i cieli blu di carta del giovane scrittore, illustratore e designer inglese Joe Rudi Pielichaty sono diventati il bellissimo libro tascabile Blue Skies pubblicato come nuovo numero della rivista di grafica “Un Sedicesimo” (Corraini in collaborazione con Arti Grafiche Castello, pagg. 16, 5 euro).

Pielichaty ha iniziato la sua collezione un giorno del 2008, quando studente all’Edinburgh College of Art come surrogato alla desiderata fuga (dagli studi, dall’ansia, dallo spleen, dal cielo grigio di Edimburgo) ritagliò un cielo blu da una rivista di viaggio. Da lì in avanti, un cielo dopo l’altro, ha incollato e custodito cieli di mezzo mondo dentro quaderni e album di foto a mo’ di souvenir di viaggi immaginari.

Punto d’ombra: le fotografie di Teju Cole

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(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.

Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

La luce (e l’ombra) nello sguardo di Teju Cole

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Questo pomeriggio al Maxxi (ore 18.30), Teju Cole presenterà il suo nuovo libro Punto d’ombra, insieme a Goffredo Fofi. Domani lo scrittore sarà invece a Milano, negli spazi di Forma Meravigli, dove verrà inaugurata una mostra che rimarrà aperta fino al 29 giugno. Il pezzo che segue è uscito sul Venerdì (fonte immagine).

The Wolfpack, o della pericolosità del mondo

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Questo pezzo è uscito su Il Venerdì di Repubblica.

Nel settembre 2010 la regista Crystal Mosel porta sei ragazzi nello studio del fotografo Dan Martensen. Il film che sta girando Mosel in quel momento è il magnifico documentario The Wolfpack – Il branco (poi Grand Jury Prize al Sundance Festival e in questi giorni nelle sale italiane distribuito da Wanted), la storia di sei fratelli che (per scelta dei genitori, preoccupati dalla pericolosità del mondo di fuori) hanno trascorso infanzia e adolescenza chiusi in un appartamento del Lower East Side a New York.

Verso dove eravamo partiti: il cuore oscuro dell’Europa

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Questo pomeriggio alle 18, presso la galleria Carlo Virgilio in via della Lupa, Roma, si inaugura “La Ville Noire – The dark heart of Europe“, mostra fotografica con gli scatti di Giovanni Troilo. Pubblichiamo il testo che Lorenzo Pavolini ha scritto per il catalogo della mostra.

di Lorenzo Pavolini

Il gomito di un gasdotto si staglia sul cielo rosso, sopra i tetti più neri dell’ardesia e la cortina di mattoni velata di fuliggine. Non sembra pesare sulle grondaie e sugli infissi delle finestre chiuse, né sulla vita dietro le tende. Nella sua scomoda virata il tubo incatramato appare collegato al nulla. Il bagliore di un tramonto siderurgico illumina la scena ideale per le sequenze di un Blade Runner europeo. Ma il racconto a cui introduce non si svolge in un prossimo futuro indesiderabile. Non ha nulla di profetico. Il mondo che abita dietro quelle finestre è qui adesso, a pochi chilometri dalle sedi politiche d’Europa, e consuma psicofarmaci in quantità, traffica con le armi e con i corpi in una cruda quotidianità da cui il sogno stesso di un’istituzione capace di far fronte alla sua crisi è stato espulso da tempo, e ormai senza rimedio.