Ritratto di Andrea Pazienza da cucciolo – Gabriella De Fazio intervista Giuliana Di Cretico

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In questi mesi sto girando per l’Italia visitando molte librerie. E capita, in modo meno infrequente di quanto si possa già sperare, che molti di questi posti custodiscano grandi e piccoli tesori. Ad esempio l’Orsa Minore di San Severo. Che qualche anno fa mise su una piccola rivista, “I Quaderni dell’Orsa”, un cui numero speciale […]

L’Italia a fumetti: intervista a Alfred

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Questa intervista è apparsa su Repubblica Sera.

Una storia nata da una depressione, con un lieto fine per uscirne. Alfred, pseudonimo di Lionel Papagalli, lo confessa raccontando la genesi di Come prima (edito in Italia da Bao publishing), vincitore del premio “Fauve d’or per il Migliore album” all’ultimo festival di Angouleme. Trentottenne, francese di origine italiana, dagli anni 90 nel mondo del fumetto, Come prima l’ha coinvolto molto profondamente. Una storia ambientata nel 1958, all’alba del boom economico, in un’Italia raccontata in un road novel dove Fabio e Giovanni, due fratelli emigrati, da tempo lontani tra loro, in conflitto, dalla Francia devono riportare le ceneri del padre nella sua città d’origine, al Sud. E ovviamente il passato ritorna, e chiede il conto di un conflitto nato molti anni prima, forse perché le cose tornino “come prima”, appunto. Anche se è impossibile.

Vent’anni (e un mese) senza Aurelio Galleppini

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Un mese fa è stato il ventesimo anniversario della scomparsa di Aurelio Galleppini, in arte Galep, creatore, insieme a Gian Luigi Bonelli, di Tex Willer. Pubblichiamo il profilo dedicato a Tex di Luca Raffaelli, da Tratti & Ritratti. I grandi personaggi del fumetto da Alan Ford a Zagor.

di Luca Raffaelli

Tex Willer

Quando Tex nasce, nel 1948, il western in Italia è come la fantascienza. Delle immense praterie del Texas e dell’Arizona si sa quanto di Marte e Saturno. Nessuna documentazione fotografica può aiutare: è pubblicata su libri americani quasi inaccessibili, e i costumi indiani sarebbero stati portati alla nostra attenzione da Margaret Mead decenni dopo. Rimane solo il mito, la ricostruzione attraverso la rimozione, l’epica della parzialità: quell’affascinante cinema americano dei cowboy e degli indiani, che nel dopoguerra invade le sale italiane.

Il fumetto italiano, poi, è tutto da inventare. Dalla fine della guerra se ne occupano piccoli editori, aziende a gestione familiare, con la redazione in salotto e il magazzino in cantina. Vera fortuna di quei tempi è la possibilità di rischiare. Si può provare in economia con una manciata di personaggi, e scoprire quale funziona sufficientemente bene per continuare almeno per un po’.

La vanità inizia a scavare il buco. Intervista a Gipi

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Questa intervista è uscita sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

Nel 2008 era uscito La mia vita disegnata male, poi negli anni successivi il mio editore aveva pubblicato delle raccolte che non considero libri veramente miei. Per me il libro è un processo preciso di scrittura, di coinvolgimento. Questo ha dato l’idea che fossero due anni che non facevo libri a fumetti, ma in realtà quando ho fatto Unastoria gli anni trascorsi erano addirittura cinque. Pian piano mi stavo convincendo che quella parte fosse proprio finita, che il disegno fosse andato via. Continuavo a fare illustrazioni per Repubblica, tra l’altro tecnicamente molto ostentate, però, visto che poi gli uomini si abituano a cose molto peggiori di questa, mi ero abituato anche all’idea che in sostanza non fossi più un fumettista. Poi è arrivato il cinema e mi sono detto “Sai cos’era? Era una strada che mi portava a fare il cinema”, ma in realtà le sensazioni di soddisfazione e di sicurezza che provo lavorando a una storia a fumetti con il cinema non ci sono.

Nuovi supereroi

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È in edicola il nuovo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un brano di un articolo di Giorgio Fontana. (Immagine: Batman e Robin nella serie tv del 1966)

I supereroi sono ovunque. Se già da tempo le loro storie non erano più solo roba per ragazzini, negli ultimi dieci anni si sono diffuse davvero a ogni livello. Il merito è soprattutto di un’infornata di film ispirati ai mondi Marvel e DC (da Spiderman agli Avengers, da Batman a Man of Steel) che ha contribuito a mettere maschere e superpoteri al centro dell’immaginario pop.

Una simile iniezione narrativa non poteva che generare una saggistica affine. Vedi testi recenti quali La fisica dei supereroi di James Kakalios (Einaudi, 2010) o il vasto Supergods di Grant Morrison (Bao Publishing, 2013). Di particolare interesse però è una raccolta di saggi a cura di Robin S. Rosenberg, Our Superheroes, Ourselves (Oxford University Press, 2013). Il volume apre un nuovo fronte nell’analisi: considerare i supereroi come soggetti emozionali, da un punto di vista psicologico, e testando il modo in cui rispecchiano o influenzano le nostre vite. Iron Man come modello per comprendersi meglio: ha senso?

Lunga vita alle graphic novel!

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Strano momento per la graphic novel italiana che in questa notte abbastanza buia dell’editoria, brilla di luce propria con gioia di chi il fumetto da sempre lo frequenta e a beneficio di che ne è stato appena iniziato. E se il 2013 si è chiuso con i libri di Zerocalcare in classifica e la notizia della candidatura allo Strega del bellissimo ultimo graphic novel di Gipi unastoria, ad aprire il 2014 è il fumettista e musicista Davide Toffolo con il fulgido e autobiografico Graphic Novel Is Dead (Rizzoli Lizard, pagg. 144, 16 euro).

Davide Toffolo appartiene a una generazione di gente che con il fumetto c’è cresciuta. Nato a Pordenone nel 1965, ha avuto la fortuna di attraversare quelli che per alcuni sono stati gli anni migliori del fumetto italiano (la fine dei settanta, i primi degli ottanta), quell’età dell’oro in cui esistevano riviste bellissime (CannibaleFrigidaire) scritte e disegnate da artisti come Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza. Sempre in quegli anni Pazienza insegnava insieme a Magnus e Lorenzo Mattotti in una scuola di fumetto che si chiamava Zio Feninger, fondata a Bologna da Daniele Brolli e Igort. Lì studiava Toffolo, che oggi di mestiere fa il cantante e il fumettista.

Chi rende il mondo un posto dove vale la pena ricordare

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Il 27 gennaio, Giorno della memoria. Prima cosa: rileggete Maus, di Art Spiegelman. E se non l’avete mai fatto, leggetelo per la prima volta. Maus non è solo un mirabile esempio di racconto autobiografico della Shoah. Non è soltanto l’opera di uno dei maggiori illustratori del nostro tempo. Quel che conta non è l’appartenenza a un genere, il fumetto “adulto”, e neppure la nobilitazione del genere in sé. Maus è semplicemente uno dei romanzi più belli del Novecento, e se Benigni lo avesse letto veramente bene si sarebbe limitato a farne una cover cinematografica abbastanza sublime, e in definitiva avrebbe fatto un lavoro migliore. I soggetti narrativi sono organismi complessi, e reagiscono ai trattamenti come è scritto nelle loro possibilità, e nella loro fortuna. Esiste una gerarchia istintiva e selettiva nei diversi modi in cui si può approcciare a un soggetto, e quando un soggetto è legato all’Olocausto è difficile fare meglio di Maus, nella categoria “grande arte popolare racconta Auschwitz”.

Bernardo Bertolucci e i fumetti

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Questa è la versione integrale del pezzo apparso ieri su la Repubblica.

“Una sera ero stato invitato a una proiezione di Io e te organizzata da Massimo Ammaniti per la Società Psicoanalitica Italiana. Dopo il film avrei dovuto parlare con gli psicanalisti, ma avevo troppo dolore alla schiena. E allora ho chiamato Ammaniti per dirgli che non sarei andato. E lui: e che fai? Mi guardo il film sui supereroi della Marvel. Film che poi mi sono realmente guardato”. Dice così, e io penso che parlare di fumetti adesso con Bernardo Bertolucci è come parlare di cinema con Batman o l’Uomo Ragno. Sono seduta nel soggiorno di casa sua. È quasi mezzogiorno e Bertolucci sta facendo colazione. Intanto risponde alle mie domande. Gli ho appena chiesto se il film sui supereroi della Marvel gli è piaciuto. “Un po’ deludente rispetto ai fumetti”, dice. Dice che con i supereroi è sempre così. E poi: “Forse quello fatto da Sam Raimi, cos’era? Spiderman. Forse quello era un po’ meglio”. Si ferma di nuovo, ci pensa: “È strano come un film tratto da un fumetto, fatto in modo spettacolare, con molti soldi, molti effetti speciali, quando lo hai finito di vedere ti sembri sempre meno gratificante di un fumetto. Il fumetto ti fa sognare di più”.

I cosiddetti mondi maschili

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Riprendiamo un articolo dal blog Malpertuis

Tess è una ragazza carina e simpatica con una grande passione nella vita: i fumetti. Non si limita a divorare pile e pile di albi: vuole diventare un’artista e riuscire a costruirsi una carriera nel campo.
E, come tutti noi, frequenta le convention e le fiere.
Si immerge in mezzo alla folla di fan, cerca di far girare i suoi lavori, sgomita per conquistarsi un po’ di spazio.
È entusiasta, ama i comics ed è anche in gamba, più della media dei suoi coetanei.
Adora anche il cosplay e certe volte unisce l’utile al dilettevole, recandosi alle convention vestita da qualche eroina del fantastico.

Brian è un autore molto noto e amato.
Ha scritto e disegnato per le tutte le maggiori case editrici e ha la fama di essere un tipo alternativo, sempre pronto a lottare per i diritti, spesso dalla parte delle cause femministe o contro il razzismo o altro ancora.
È un tipo cool, aspetto rassicurante, gran sorriso, modi di fare che ti mettono a tuo agio.
Una star.
Ah, sì, quasi dimenticavo, che scemo: Brian è sposato, sua moglie incinta.

Un intervento di Zerocalcare

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Dopo aver ospitato l’anticipazione del nuovo numero dello Straniero con il pezzo Il fenomeno Zerocalcare, pubblichiamo il commento di Zerocalcare – scritto sul profilo Facebook dell’autore, che ringraziamo – in risposta all’articolo di Nicola Villa.  

di Zerocalcare

Siccome me lo chiedono un sacco di persone, scrivo una volta sola qua. Non sta a me rispondere a un articolo che cerca di interpretare un fenomeno, nel senso che per me è lecito tutto. La mia opinione è che ci sono delle cose condivisibili, al di là se mi facciano piacere o meno (pure gli schiaffi ponno fa bene nella vita), e delle cose che lo sono meno. Ci sono 2 punti e mezzo che però a mio giudizio sono proprio un ostacolo al dibattito. 1) La classifica tra Ziche, Silver e Pazienza è imbarazzante. Apparte che nella mia personale formazione Ziche e Silver hanno pesato dieci milioni di volte più di Pazienza e che non giochiamo neanche nella stessa categoria, perché loro sono due mostri sacri scolpiti sul monte rushmore e io sono uno che sta provando a campare coi fumetti da un paio d’anni, per favore, lasciate stare Pazienza. Accannate. Lo torturate e vilipendete il suo cadavere continuando a citarlo ogni volta che esce un autore nuovo. 2) La parte sui centri sociali è monnezza senz’appello. Luoghi “dove giocare al gioco del purismo e del massimalismo senza voler cambiare veramente ciò che è fuori, accontentandosi del laboratorio sociale permanente e ininfluente: il centro sociale come contenitore autoreferenziale di esperimenti e eventi giovanili.” A parte che il centro sociale è il contrario esatto del luogo del purismo, è il luogo delle contraddizioni e della verifica continua e della ricerca dell’equilibrio tra l’utopia e la realtà (del territorio, della strada, delle relazioni…) , ridurlo a contenitore di esperimenti ed eventi giovanili è semplicemente scorretto.